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L'isola dalla giovane indipendenza vive l'attesa delle elezioni parlamentari di luglio

Briciole di futuro a Timor Est

E' tempo di elezioni a Timor Est. Calma relativa su tutto il territorio. Il guazzabuglio della crisi del 2006 è svanito, anche se sotto la cenere, le braci. “111 giorni di tregua”. Da febbraio al mese di luglio di quest’anno, la commissione ‘Justiça et paz’ di Dili chiede al paese di riflettere e pregare. Calma e discernimento, in questo momento, si chiede da tutte le parti. La Campagna ricorda l’esperienza del Sudan, l’anno scorso, in occasione analoga.

Parole chiave: mondialità (1609), culture (59), democrazia (110), elezioni (392)

L'isola dalla giovane indipendenza vive l'attesa delle elezioni parlamentari di luglio. “La scommessa della pace dei ‘111 giorni’ ancora non è vinta”.

Missioni - Don Francesco Moser con i suoi bambini nell'Isola di Atauro a Timor Est...

Missioni - Don Francesco Moser con i suoi bambini nell'Isola di Atauro a Timor Est

Timor Est, 22 maggio – E' tempo di elezioni a Timor Est. Calma relativa su tutto il territorio. Il guazzabuglio della crisi del 2006 è svanito, anche se sotto la cenere, le braci. Le domande del maggior poeta di questa terra, Francesco Borges da Costa, fucilato, a soli trent'anni, sulla strada di Dili, il primo giorno dell'invasione indonesiana, 7 dicembre 1975, resistono al tempo: ”Qual è la causa /perché il tuo grano non fa spiga? Qual è la causa perché il tuo riso non fiorisce? La causa della tua fame, qual è? La causa del tuo sudore infinito, qual è?” (“Kolele Mai”). Salgono al cielo, in quest'epoca, le parole forti e i lamenti del quotidiano: “Dove andiamo? Perché il riso è così caro e non c'è? Per i giovani, che fetta di futuro? Ai poveri, sarà fatta giustizia? Da dove tanto egoismo? Un nuovo spiraglio di speranza per noi, quando mai?”.

“111 giorni di tregua”. Da febbraio al mese di luglio di quest’anno, la commissione ‘Justiça et paz’ di Dili chiede al paese di riflettere e pregare. Calma e discernimento, in questo momento, si chiede da tutte le parti. La Campagna ricorda l’esperienza del Sudan, l’anno scorso, in occasione analoga. Qualche volta, nelle notti rigide della città, scoppiano liti e tafferugli fra giovani, al “lafatik” (“lavamano”) in quel di Comoro, vicino all’aeroporto.

Perché a votare s’impara e s’insegna. Ad ‘eleggere’, non sempre. La scommessa della pace dei ‘111 giorni’ ancora non é vinta, ma tre sere fa migliaia di persone, accalcate nella famosa piazza di Taci-tolu (‘3 lagune’), hanno acclamato il nuovo presidente, ‘Tauk Matan Rua’, nome dell’ex generale della resistenza, ex comandante delle forze armate, improvvisamente entrato nel vortice della politica.

‘Taci-tolu’ é il celebre piazzale dove Giovanni Paolo II nel 1989 aveva celebrato davanti a una folla attonita e emozionata e a migliaia di studenti irrequieti e scalpitanti, nonostante la presenza di centinaia e centinaia di poliziotti indonesiani in abiti civili. C’era un grido fermo nell’aria.

Domenica 20 maggio, Timor ha celebrato anche i primi dieci anni di indipendenza. Dieci anni di sussulti e crisi ricorrenti, bloccate com la forza internazionale l’11 febbraio 2008, com l’attentato a Ramos Horta, presidente e Nobel della pace, nel 1996.

Piccola, valente nazione sospesa fra la nostalgia e l’ansia del futuro. Se la sta cavando meglio, fino ad oggi, degli altri suoi cugini, i paesi di lingua portoghese, come la Guinea-Bissau, per esempio, inciampata in un golpe militare giorni fa.

Mancano ancora le elezioni parlamentari, dove sono in lizza vari partiti piccoli e grandi.

Ci sono incertezze su questo processo. La gente deve tornare ai suoi luoghi di origine per votare. Paese piccolo ma senza strade,per non dire della povertà estrema del popolo in generale e dei giovani in particolare. Migliaia di studenti si sono rifiutati di andare a votare per le distanze e per la mancanza di mezzi. L’organo che presiede è lo Staet che però non tollera cambiamenti alle operazioni. Peggio per le elezioni.

Aleggia sulla città e nelle zone rurali uno schema di controllo estremo. Tutte le forze disponibili (Onu, Unmit, Unpol, polizie locali, esercito timorese) hanno dichiarato di non tollerare provocazioni. Un generale ha dichiarato perfino: ”Lo sbatto all’ospedale o anche lo faccio fuori, se qualche giovane sfiderà l’ordine”. Timida, anziché no, la reazione pubblica a una cosi spudorata provocazione.

Ci vorrebbero programmi e tempi per capire meglio, cioé per sapere cosa c'è in gioco. Da dove è venuto, per esempio, il fiume di denaro che ha eletto il nuovo presidente? Perché Ramos Horta, l’antico presidente, si è ritirato in sordina? C’era giá un piano preconcertato da fuori e dall’alto? Si ha paura a livello internazionele o imprenditoriale dei candidati piú liberi? Da tempo si vede lo sfoggio di macchinari costosi e sofisticati, l’efficienza dell’organizzazione (il “trio elettrico” alla brasiliana, le claques preparate, lo sfarzo degli apparati, il denaro circolato in sordina): hanno lasciato un sapore amaro in molti che credono a processi più classici di partecipazione, di discussione aperta, di trasparenza, com programmi piú dettagliati sulla riforma agraria, sulla riforma urbana, di attenzione alle categorie marginalizzate che spuntano un po' in ogni dove: bambini lavoratori nella discarica di Tibar, nella periferia, sul lungomare , sulle spiagge, presenti ovunque ci sia qualcosa da mangiare per continuare a vivere.

La portavoce dell’ONU, signora Sepulveda, ha dichiarato due mesi fa ai giornali, nel rapporto annuale, che si consolida la presenza nella capitale di una categoria di nuovi ricchi che guadagnano fino a 180 volte piú del semplice raccoglitore di rifiuti. Una candidata minore, ma figlia del piú vecchio prigioniere politico dell’isola di Ataúro (dove vivo anch’io ), Mario Lopes, ha presentato un dossier esemplare su questioni “calde”: la lingua tétum, le culture, la giustizia per i lavoratori, l’attenzione ai giovani, la violenza domestica sulla donna e i bambini, i programmi di protezione della terra.

Lo spettacolo di commemorazione del 19 maggio ha lasciato vedere, nelle immagini televisive , il delinearsi di due società: una elegante, ben vestita e luccicante, che sfilava vanitosa insieme coi personaggi solenni della politica; dall'altra parte la gente dietro le transenne, tenuta lontana, ma anche chiassosa, emozionata, paziente all’infinito. Sì, per fortuna, c’è la gente, questo mare di teste dietro agli steccati e al muro della polizia. Poveri, sdentati, sguaiati... la nostra riserva di speranza e di fiducia, sospesa fra il passato e un qualche futuro. Capace di stupirsi anche solo dello spettacolo dei fuochi d’artificio, interminabile (e caro!), peró gratis, signori!

Allora, nonostante tutto, Timor, piccolo mondo moderno, sta sempre imparando, resistendo e cercando vie d’uscita, risalendo la china (a volte anche col fiato grosso) per un tempo nuovo che non sia solo di briciole cadute per caso dalla tavole del Re Sole! Quello che si sente e si sogna è che la gente vuole imparare a partecipare per scegliere bene il suo futuro.

Francesco Borges da Costa, il poeta, scrive: “Ci hanno bendato gli occhi/ ci hanno impedito di pensare/ hanno cancellato i nostri sentieri”... peró chiede sempre: “Un minuto di silenzio per la nostra liberazione. Tacete. Un minuto di silenzio”.

don Francesco “Chico” Moser

da Ataúro, un’isola-prigione come la Gorgona

Briciole di futuro a Timor Est
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