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Periscopio

Il boomerang è tornato su di noi

Si sta verificando quanto Susan George scriveva già negli anni Novanta del secolo scorso nel suo libro intitolato “Il boomerang del debito”. Il suo ragionamento e la sua previsione erano che quanto succedeva ai Paesi in via di sviluppo a causa dei prestiti che ricevevano dai Paesi ricchi, si sarebbe verificato anche nel primo mondo, cioè da noi. Per questo poteva scrivere che quel meccanismo era un boomerang e cioè avrebbe colpito quegli stessi Paesi che l'avevano adottato.

Parole chiave: economia (897), globalizzazione (22), finanza (125), debito (16)

Si sta verificando quanto Susan George scriveva già negli anni Novanta del secolo scorso nel suo libro intitolato “Il boomerang del debito”. Il suo ragionamento e la sua previsione erano che quanto succedeva ai Paesi in via di sviluppo a causa dei prestiti che ricevevano dai Paesi ricchi, si sarebbe verificato anche nel primo mondo, cioè da noi. Per questo poteva scrivere che quel meccanismo era un boomerang e cioè avrebbe colpito quegli stessi Paesi che l'avevano adottato. Il meccanismo, semplificando i termini, è subito spiegato. Il Fondo Monetario Internazionale (in sigla: FMI) ai Paesi che chiedono un prestito perché si trovano in difficoltà economiche impone due scelte fondamentali, che a prima vista appaiono ovvie. La prima è quella di non investire il denaro in attività che non sono direttamente produttive. E quali sono queste attività? Sono principalmente due: la sanità e l'istruzione. E' arcinoto e direi anche ovvio che la cura delle malattie e le scuole non producono ricchezza materiale e nemmeno finanziaria. Da questo punto di vista sono solo costi. L'applicazione però di questo impegno “per onorare i prestiti” che effetto ha avuto in quei Paesi? Il blocco della costruzione di ospedali, ambulatori e delle scuole. Con il conseguente imperversare delle malattie e l'aumento pauroso dell'analfabetismo.

La seconda condizione per ottenere i prestiti è quella di investire il denaro nella produzione di beni per l'esportazione. Anche questa è una proposta ovvia, se si pon mente che fa entrare moneta forte. L'effetto però è anche quello del disimpegno nella produzione di beni di prima necessità per la popolazione autoctona e quindi incremento pauroso della fame. Il risultato, a distanza di pochi anni, è che quei Paesi sono sempre più poveri, anzi, sono impoveriti. E lo si dice specie dei Paesi africani, che non sono o non sarebbero poveri, ma risultano fortemente impoveriti. C'è di peggio, perché i prestiti non sono a fondo perduto, ma devono essere restituiti. E' così documentato che la massa di denaro che torna nei Paesi ricchi a titolo di restituzione da quei Paesi supera quella dei nuovi prestiti. Un meccanismo infernale.

Ma adesso tocca a noi. Per questo si parla di boomerang, che è quell'arma da getto consistente in un bastone ricurvo che se non colpisce il bersaglio torna pericolosamente su chi l'ha gettato. Anche da noi i debiti dello Stato stanno provocando tagli alla sanità e all'istruzione. Anche da noi si teorizza che per riprendersi dalla crisi bisogna produrre per l'esportazione. Ma per esportare bisogna sfornare prodotti ambiti all'estero e quindi specializzarsi in nuove tecnologie. Le nuove tecnologie però si scoprono con la scuola e la ricerca specializzate. Ora, però, se alla scuola si tagliano i fondi, come pretendere che sia innovativa e all'avanguardia? Anche qui, c'è di peggio, perché da anni i cervelli eccellenti che pur la nostra scuola riesce a sfornare devono sfuggire all'estero, non trovando qui serio impiego. Tutto questo fa dire che a non funzionare in senso umanistico promozionale è il sistema mirante solo alla produzione materiale ed estremamente competitivo. Che se la competizione non si può fare qui, si va a farla altrove e dove più conviene.

Come non pensare allora al correttivo della solidarietà e della promozione umana! Jeremy Rifkin, il grande studioso americano dei fenomeni sociali, auspica la nascita della “civiltà dell'empatia”, che consiste nell'immedesimarsi con le condizioni degli altri specie dei più poveri condividendone passioni ed emozioni. Rifkin aveva già segnalato come preferibile il “sogno europeo” per il fatto che comporta solidarietà ed empatia con i più deboli, note evidentemente di ispirazione cristiana.

L'Europa deve riscoprire non tanto nei nomi e nelle solenni dichiarazioni, ma effettivamente e fattivamente le sue radici cristiane.

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