Pag 14: Meridiani
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Afghanistan, quale futuro?

“La gente qui in Afghanistan è stufa della guerra e vorrebbe semplicemente vivere in pace”: è Soraya Pakzad, fondatrice e direttrice dell’Afghan Women Association che non nasconde le incognite che tuttora gravano sulla realtà afghana.

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In vista del ritiro delle truppe americane e della coalizione Isaf-Nato, previsto per il 2014, il Paese deve affrontare diverse questioni

Kabul, capitale dell'Afghanistan.

Kabul, capitale dell'Afghanistan.

La democrazia non si può imporre con la guerra!

È questa la constatazione che si fa quando si affronta la questione dell’Afghanistan. Lo si è detto e ripetuto, i movimenti pacifisti l’avevano ribadito sin dal primo momento, quando Bush junior (a nostro avviso, un pessimo presidente degli Usa in politica estera; inetto e sfacciatamente classista, a favore dei ricchi, in politica interna) aveva scatenato la guerra afghana dopo gli attentati dell’11 settembre 2001. Ora viene annunciata la fine della guerra prevista per il 2014 con il ritiro delle truppe americane e della coalizione Isaf-Nato (rimarranno qualche migliaio di componenti le forze speciali per addestrare i soldati afghani).

Una guerra che sarà durata 13 anni e che è stata certamente costosissima. Si stima siano stati spesi non meno di 530 miliardi di dollari: un’enormità che se fosse stata impiegata in investimenti civili avrebbe portato oggi ad un Afghanistan ben diverso e prospero.

“La gente qui in Afghanistan è stufa della guerra e vorrebbe semplicemente vivere in pace”: è Soraya Pakzad, fondatrice e direttrice dell’Afghan Women Association che non nasconde le incognite che tuttora gravano sulla realtà afghana. Sarà necessario in qualche misura giungere ad un accordo con i talebani e con altre forze antigovernative. Perché, nonostante la decennale presenza di ingenti forze americane e di altri paesi alleati, i talebani ci sono, eccome. Si sono rinforzati anche se sono divisi tra un’ala più militare e poco propensa a trattative, sicura della vittoria finale “senza prigionieri” e un’ala più pragmatica, più politica, che invece propende per una vasta coalizione capace di governare il Paese del dopo-Karzai senza rinunciare ad imporre la legge islamica. È possibile anche che in vista del passaggio di consegne del 2014 (quando ci saranno anche le elezioni per la presidenza afghana) aumentino le interferenze di Iran e Pakistan, oggi già presenti, il primo con una ragguardevole influenza ideologica anche negli strati della popolazione più insofferenti alla presenza straniera (e le frequenti stragi di civili compiute per errore o per improvvisa follia di qualche soldato non fanno altro che decuplicare l’odio e l’insofferenza), il secondo con i propri servizi segreti a sostegno della strategia talebana.

Ma le questioni aperte sono assai numerose. L’aspetto economico risulta imprescindibile. Oggi una fetta importante dell’economia informale afghana si basa sulla presenza delle truppe straniere con tutto un sistema di indotto fatto di piccole attività, fragile commercio e anche spaccio di droghe leggere e pesanti. Se l’esercito autoctono, poi, sarà in qualche modo ridimensionato per i minori introiti destinati dai Paesi donatori, è facile pensare che si possa creare un vuoto di reddito per migliaia di famiglie. Infine – ma non per importanza - c’è da considerare l’aspetto normativo che ha un impatto rilevante sulla vita di tutti i giorni. Oggi in Afghanistan si è creato (anni e anni di presenza straniera non sono irrilevanti per il sostrato giuridico e istituzionale di una società) un panorama normativo stratificato che vede la compresenza della legge statale, del diritto internazionale, delle ataviche consuetudini di quelle comunità e della sharìa. Ciò provoca confusione, una negoziazione continua in cui, fra queste istanze anche contrapposte, ci può essere di volta in volta conflitto, resistenza, assorbimento o fenomeni di ibridazione. Lo mette bene in risalto Antonio De Lauri in un interessante e corposo studio che abbiamo scorso velocemente (Afghanistan, Ricostruzione, ingiustizia, diritti umani, Mondadori, pp.353). Non sono cose secondarie, queste, perché riguardano direttamente la vita quotidiana degli afghani, nelle diverse branche del diritto, e possono andare da una piccola controversia per un contratto, un affare, l’eredità alle questioni di famiglia e di proprietà, fino alla partecipazione alla res publica. Afghani, alcuni dei quali, profughi, arrivati in Italia dopo chissà quali peripezie, li abbiamo potuti conoscere. Giovani per lo più, persone fiere di sé, desiderose solo di una vita normale, un futuro possibile, come per tutti.

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