I voraci signori del cibo

Se n’è parlato nella serata di apertura del Festival Tuttinellostessopiatto, che ha acceso una luce sui giochi di potere che regolano il mercato agroalimentare mondiale

Ci stanno un maiale cinese, un pomodoro italiano, un sacco di soia brasiliano e un tonno dei Paesi Baschi. No, non è l'inizio di una barzelletta, ma la realtà di un mercato agroalimentare mondiale che scommette sull'aumento della popolazione mondiale per macinare profitti. A spese dell'ambiente e dei diritti dei lavoratori. Lo racconta, con brio e ricchezza di dati, l'inchiesta globale, frutto di due anni di lavoro, di Stefano Liberti “I signori del cibo” (minimum fax, 327 pagine, 19 euro).

Giornalista e regista – con Andrea Segre, ha firmato il pluripremiato documentario “Mare chiuso” sulla sempre attuale tragedia dei respingimenti in mare dei migranti in fuga da guerre e fame -, Liberti ha aperto mercoledì 9 novembre sera al teatro Sanbapolis l’ottava edizione del festival “di cinema e cibo” Tuttinellostessopiatto, promosso dalla cooperativa Mandacarù e da Altromercato.

Sollecitato dalle domande di Augusto Goio, redattore di Vita Trentina, Liberti ha ripercorso la filiera di quattro prodotti alimentari – la carne di maiale, la soia, il tonno in scatola e il pomodoro concentrato, appunto – per osservare cosa accade in un settore divorato dall’aggressività della finanza che ha deciso di trasformare il pianeta in un gigantesco pasto. Lo ha fatto attraverso le vicende del basco Juan Miguel, pescatore ragazzino di tonni pinna gialla africani; del cinese Wan, da semplice impiegato a presidente della più grande azienda di trasformazione di carne di maiale della Cina; dell’americano Don, ex allevatore che oggi combatte l’industria della carne che inquina il North Carolina; del brasiliano Otaviano, proprietario terriero imprenditore e politico che da agricoltore si è fatto brillante e cinico uomo d’affari; del cinese Mr. Li il cui sogno è quello, un giorno, di “pomodorare” il mondo. Personaggi in cerca d’affari, le cui storie raccontano bene cosa sia oggi il settore agroalimentare mondiale e quali capitali spropositati muova, ma anche quali contraddizioni lo attraversino e quali danni sia capace di causare. “Non c’è nulla di locale, niente di fresco”, la sintesi di Liberti. Tutto proviene da decine di migliaia di chilometri di distanza. Tanto da spingere il leader del Mst – Movimento Sem Terra – brasiliano, Joao Pedro Stedile (dalle lontane origini trentine), fiero oppositore del sistema della monocoltura e instancabile nella denuncia delle grandi ditte dell’agribusiness, a dire: “Bisognerebbe tornare ai vecchi tempi, in cui in ogni posto si mangiavano i prodotti del luogo, nella stagione giusta”. A migliaia di chilometri di distanza, gli fa eco Wen Tiejin della Renmin University di Pechino, uno degli esponenti più noti, osserva Liberti, della “Nuova sinistra”, che di fronte all’attuale modello di produzione abbraccia la soluzione che prospettano tutti i sostenitori della piccola agricoltura incontrati da Liberti nel suo giro del mondo… in quattro alimenti: gli allevamenti intensivi non sono sostenibili, occorre invertire la rotta. Il mondo, rimarca Liberti, è di fronte a una svolta.

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