Così il castellum torna alla luce

Su una delle 17 iscrizioni romane ritrovate tra il XVIII e il IXX secolo si può leggere l’incisione “castellum”, termine che sembra richiamare la presenza di una fortificazione: ma così non è, in quanto, piuttosto, gli scavi archeologici di questi ultimi anni presso il sito di San Martino a Vervò, hanno ridato alla luce un caratteristico abitato di altura, tipico delle zone di montagna trentine che si è stratificato nei secoli a partire dal 1100 a.C. fino al XV secolo d.C.

Di questo si è parlato lunedì scorso a Vervò nel corso di una serata rivolta a tutta la popolazione con la quale si sono voluti illustrare i risultati degli scavi archeologici sino ad oggi compiuti nel sito del castellum vervassium. Questa zona ha destato gli interessi di studiosi già nel 1890 con Luigi Campi che ha scoperto le prime sepolture altomedioevali, più di recente il maestro Francesco Gottardi, nella prima metà del Novecento ha seguito le tracce di un muro a secco che documentano le antiche presenze di insediamenti sul dosso di San Martino ed oggi, con gli studi condotti dal 2008, si è potuta esplorare una zona molto ricca dal punto di vista storico, abitata dalla seconda età del ferro sino all’epoca medioevale. Quest’area vede la presenza di resti di edifici romani che si sono costruiti al di sopra di antiche murature retiche, alternate a significative aree funerarie.

Lorenza Endrizzi dell’Ufficio dei beni archeologici e responsabile delle ricerche effettuate ha illustrato in particolare i ritrovamenti più recenti: un nucleo cimiteriale di 14 sepolture a sudario risalenti al IX – X secolo a.C. prive di materiali di accompagnamento e il ritrovamento di altre tre tombe di giovani donne, questa volta corredate da orecchini, anelli e spille deposte sul costato. Ritrovamenti che testimoniano una vita difficile per questi uomini, probabilmente impegnata nel lavoro in campagna.

Altro ritrovamento interessante è quello a ovest del sito, che riguarda un grande ambiente di epoca romana, quadrangolare con altri due ambienti vicini divisi da importanti soglie in pietra. In questi sono stati ritrovati carbonizzati resti di frutti, perlopiù pere, anche intere che testimoniano probabilmente la presenza di qualche attività produttiva di lavorazione. Sono poi stati rinvenute due rare brocche a tingitoio del IV – V secolo a.C. che testimoniano il possesso da parte della popolazione retica che viveva a San Martino di beni lussuosi per l’epoca.

Il dirigente della Soprintendenza per i Beni Culturali Franco Marzatico ha evidenziato come l’obiettivo futuro sia quello di valorizzare il sito per renderlo fruibile a tutti coloro che volessero visitarlo: “La sfida è mettersi in rete e fare sistema per far si che questa ricchezza non si concluda con esperienze puntuali. L’impegno è di far scoprire al termine delle ricerche ai visitatori l’area e per questo bisognerà allearsi con APT e realtà locali”.

L’obiettivo, dunque, dopo il termine dei lavori archeologici, che avverrà presumibilmente entro la fine del 2017 e l'inizio 2018, sarà quello di rendere fruibile l’area degli scavi. Per questo si pensa di mantenere a cielo aperto le strutture e avviare un progetto di sistemazione della paesaggistica. In questo senso anche il comune di Predaia ha dimostrato, tramite il sindaco Paolo Forno e l’assessore alla cultura Elisa Chini, la volontà di proseguire questo percorso in collaborazione con tutti gli enti preposti.

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