In viaggio sul Leno

Il documentario di Lorenzo Pevarello racconta quanto un corso d’acqua riesca a plasmare la vita degli uomini che abitano le sue sponde

Un viaggio controcorrente. Dalla confluenza con l’Adige a Borgo Sacco risalendo la Vallarsa e la valle di Terragnolo. E ritorno. Guidati da Roberto Coali, dirigente del Servizio bacini montani della Provincia di Trento. Arricchito da diverse testimonianze (Aldo Casonato, Mariano Cumer, Luciano Piazza, Emilio Iseppi, Adriano Tomasini, Evaristo Zulian) e da alcuni video d’epoca.

“Il torrente Leno” è un doc prodotto dalla Fondazione Museo storico del Trentino, realizzato dal documentarista Lorenzo (Lolly) Pevarello, presentato alle comunità locali venerdì 17 febbraio nel corso di una serata all’auditorium comunale di Moscheri a Trambileno. Dura oltre un’ora e forse un quarto d’ora in meno non sarebbe guastato. Offre comunque uno spaccato significativo di quanto un corso d’acqua riesca a plasmare, sia che scorra tranquillo che in occasione di piene e alluvioni, la vita degli uomini che abitano le sue sponde. E mostra quanto l’uomo cerchi di tenere a bada sia i suoi effetti benefici, sfruttandone le possibilità, che malevoli, quando si scatenano a valle riversando ghiaia e legname fino ad ostruirne il deflusso.

Il Leno, fin dal 1500-1600, fu la fonte dello sviluppo di Rovereto. Filande e opifici hanno “goduto” delle sue acque. Più a monte, per segherie, mulini e fucine, è stato il motore della produzione. Già gli austriaci, con l’alluvione di fine Settecento che distrusse il ponte Forbato, si resero conto che era necessario iniziare a imbrigliare quelle acque tumultuose, a difendere gli insediamenti abitativi e produttivi che stavano sulle rive. Con la realizzazione della ferrovia ne deviarono il corso, insieme a quello dell’Adige, all’altezza della loro confluenza. Un continuo lavorio, instancabile, che il documentario mostra anche attraverso alcune foto storiche, proseguito, alluvione dopo alluvione, decennio per decennio, devastante la piena del 1882. Abilità ingegneristiche i cui segni sono ancora presenti lungo il corso, sistemi di rogge che servivano le attività manifatturiere tuttora degni di essere menzionati nei manuali di idraulica. I pendii che incombono sul torrente mostrano ancor oggi le ferite prodottesi nel corso dei secoli a causa delle precipitazioni. Materiali pietrosi piombati nel torrente e che ne pregiudicarono il deflusso. Cicatrici attorno alle quali si è sviluppato il bosco la cui crescita,in anni recenti, è stata “guidata” per concorrere a stabilizzare il bacino idrografico intervenendo anche sull’alveo, realizzando briglie, consolidando le arginature, mettendo in sicurezza la confluenza dei rami di Vallarsa e Terragnolo all’altezza di S. Colombano. Dopo l’alluvione dei primi anni Cinquanta e l’abbandono delle attività produttive è iniziato lo sfruttamento idroelettrico. Dighe, sbarramenti e invasi artificiali hanno stravolto il corso. Ora il torrente è quieto. Non minaccia più chi vive sulle sue spondeo ha occupato i terrazzamenti. Ma va comunque tenuto sotto controllo. Sia mai che possa scatenare ancora, in un ultimo sussulto, i suoi demoni profondi.

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