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L'esperimento del “Rosmini” per i ripetenti: “classe ghetto” o invece reale opportunità? Un contributo alla discussione

“L'abbandono si combatte dentro la scuola”

Dalla scuola pubblica scivolano via i ragazzi che qualcun altro si preoccupa di afferrare, più o meno al volo. Più o meno acciaccati, arrabbiati o spenti. Il problema sorge quando si prova a portare le iniziative di contrasto all'abbandono dentro la scuola.

Parole chiave: abbandono scolastico (1), scuola (2312)
Un'esperienza di inclusione scolastica all'Istituto Pertini di Trento. Foto Gianni Zotta

Un'esperienza di inclusione scolastica all'Istituto Pertini di Trento. Foto Gianni Zotta

Ha fatto notizia e ha fatto discutere la decisione del liceo "Rosmini" di Trento di riunire in una stessa classe gli alunni che devono ripetere l'anno. Un progetto pilota, ha spiegato il dirigente scolastico Stefano Kirchner, condiviso da insegnanti e genitori. Sul tema dell’abbandono scolastico e del suo contrasto intervengono Andrea Bortolotti, docente all'Istituto di Formazione Professionale “Sandro Pertini” di Trento e coordinatore di “Classe Aperta”, e Sandro Tarter, docente in pensione, coordinatore del progetto “Gli anni in tasca” a Bolzano. Bortolotti e Tarter ricordano che negli ultimi anni a Trento e a Bolzano sono nati - e morti - due progetti che hanno tentato di portare dentro la scuola occasioni per garantire una reale inclusione.

Nel nostro Paese troppi ragazzi abbandonano la scuola. Accade anche durante la scuola media, dove spesso si radicano le premesse del fallimento.

Se questi ragazzi ritornano a frequentare, spesso lo dobbiamo a un sistema sussidiario tenace e silenzioso, fatto di Cooperative Sociali del terzo settore e Associazioni. Si tratta di iniziative che hanno i loro spazi in luoghi altri rispetto alla scuola e, per quanto riguarda le scuole della Seconda occasione, di eventi spesso destinati a terminare per varie ragioni.

Fin qui nessun problema. Dalla scuola pubblica scivolano via i ragazzi che qualcun altro si preoccupa di afferrare, più o meno al volo. Più o meno acciaccati, arrabbiati o spenti.

Il problema sorge quando si prova a portare le iniziative di contrasto all'abbandono dentro la scuola. Non parliamo naturalmente di generiche iniziative di recupero scolastico; parliamo del tentativo di raggiungere quelli che si ostinano a rifiutare le regole del gioco. Le ragioni per farlo sarebbero molte: sono dei minori, spesso i più esposti e fragili nonostante la loro arroganza; sono coloro che hanno avuto minori opportunità, e – proprio per la loro caparbietà nel resisterci – sono una straordinaria occasione di ripensamento di quello che la scuola vorrebbe e dovrebbe essere.

Quando accade che qualcuno prova a fare della scuola il luogo di tutti, anche di quei giovani che zoppicano e si dibattono, la reazione diffusa è di fastidio; si storce il naso di fronte a progettualità che nella migliore delle ipotesi finiscono per essere considerate naif, quando non addirittura ghettizzanti.

La nostra scuola dimostra di essere un luogo capace di accogliere persone simili tra loro, giovani che soddisfano le aspettative, che sanno stare al passo coi ritmi e i comportamenti; esondare non è possibile, soffrire di un dolore che ti tiene indietro con gli studi nemmeno.

Amiamo in parte, amiamo i nostri simili, e i ragazzi che rimangono indietro, i divergenti, sono la manifestazione di tutto quello che ci rifiutiamo ostinatamente di vedere. Sono l’estraneo che minaccia il nostro fragile equilibrio. Sono lo straniero.

Forse per questo non proviamo imbarazzo quando qualcuno se ne va e recide il legame con la più importante agenzia educativa e formativa finanziata con denaro pubblico.

A noi tutti piace citare gli ideali di don Milani e Danilo Dolci, ma questo non basta e la scuola, pur cambiata grazie alla ostinazione di molti docenti ed educatori, è ancora lontana dalla capacità di offrire a ciascuno ciò di cui ha bisogno.

Sarebbe importante aprire il tema ad un vero dibattito pubblico, perché la responsabilità verso i minori deve essere socialmente condivisa.

Chi stabilisce che un gruppo di ragazzi in difficoltà non possano lavorare assieme dentro la scuola, in un’aula come gli altri, se non l’opinione comune? E chi chiama questi progetti “classi differenziate”, “classi ghetto”?

I pionieri di una scuola che sia per tutti ci sono stati e qualcuno c’è ancora, come dimostra l'iniziativa avviata dal Dirigente Stefano Kirchner. Quanti di noi sanno che l’idea di Kirchner non è inedita?

Negli ultimi anni a Trento e a Bolzano sono nati e morti due progetti che hanno tentato di portare dentro la scuola occasioni per garantire una reale inclusione: “Classe aperta” a Trento e “Gli anni in tasca” a Bolzano. Due iniziative che hanno provato a incidere concretamente sul fenomeno dell’abbandono scolastico; quella di Bolzano promossa dall’Intendenza scolastica, quindi all’interno di una piena cornice istituzionale, quella di Trento pensata dentro la scuola, approvata dal Collegio docenti e avallata dal referente istituzionale. Non è escluso che una ragione della loro chiusura, sia proprio il fatto di aver reso il destino di questi ragazzi una questione pubblica. La chiusura del progetto di Bolzano è coincisa con l’avvio di una importante iniziativa, che assicura ad ogni istituto la collaborazione di educatori esterni per alcune ore alla settimana. Riesce però difficile pensare che in questo modo i ragazzi di cui stiamo parlando possano davvero essere raggiunti. La chiusura dell’esperienza di Trento coincide, semplicemente, con l’arrivo di un nuovo Dirigente. Al di là del coraggioso impegno di molti insegnanti, questi ragazzi, senza un progetto dedicato a loro, torneranno ad essere visibili solo per il fastidio che provocano, a sentirsi quelli senza i quali tutto andrebbe bene.

È necessaria una riflessione coraggiosa su quanto – al di là delle retoriche dell’inclusione e delle paure per le classi “ghetto” – il nostro sistema scolastico sia di fatto ghettizzante, senza dirlo e senza volerlo. Con tutte le eccezioni del caso, basterebbe guardare le biografie degli iscritti alle nostre scuole superiori, per capire che forse non è il “merito” il criterio che guida le scelte e gli orientamenti.

Siamo tutti d’accordo che tutti i ragazzi devono stare dentro le aule e imparare. Ma non tutti stanno dentro le aule, non tutti imparano. Pensare a un gruppo di lavoro da realizzarsi dentro la scuola affinché questi ragazzi continuino a frequentare sarebbe più scandaloso che lasciarli andare e perderli? Certo, quando saremo in grado di far convivere dentro le aule ritmi, fragilità, conoscenze e competenze disomogenee, questi progetti non avranno più senso di esistere. Ma fino ad allora?

Andrea Bortolotti

Sandro Tarter

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