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I più noti casi aziendali del Paese evocano le parallele situazioni locali

Whirlpool e Acciaieria: pagine di storia anche trentina

L’ansia per le due maggiori crisi industriali del Paese - la Whirlpool a Napoli e l’ex Ilva a Taranto – richiama alla mente due delle pagine più intense della storia economica trentina. Tanta in effetti è la somiglianza con la chiusura da parte della stessa Whirlpool del grande stabilimento di Spini di Gardolo, cinque anni fa, e la tormentata vicenda dell’Acciaieria Valsugana, che oggi sopravvive con il nome di Acciaierie Venete.

Parole chiave: ex Ilva (1), industria (210), Whirlpool (17)

Benché molto diversi i contesti, le analogie non mancano, per le controverse condizioni di sostenibilità economica e ambientale dei rispettivi siti

L’ansia per le due maggiori crisi industriali del Paese - la Whirlpool a Napoli e l’ex Ilva a Taranto – richiama alla mente due delle pagine più intense della storia economica trentina. Tanta in effetti è la somiglianza con la chiusura da parte della stessa Whirlpool del grande stabilimento di Spini di Gardolo, cinque anni fa, e la tormentata vicenda dell’Acciaieria Valsugana, che oggi sopravvive con il nome di Acciaierie Venete. Benché molto diversi i contesti, le dimensioni, i problemi e - almeno fino ad ora - gli esiti di questi casi, le analogie non mancano, per le controverse condizioni di sostenibilità economica e ambientale dei rispettivi siti. Pur in miniatura, anche il Trentino ha dunque da raccontare la «sua» Whirlpool e la «sua» acciaieria. Ed è un racconto emblematico, forse irripetibile.

Whirlpool lasciò il Trentino fra il 2013 e il 2014, restituendo lo stabilimento di Spini alla proprietà pubblica, che sei anni prima, con una decisione «rumorosa», glielo aveva acquistato per 45 milioni. Centinaia di lavoratori vi hanno prodotto per mezzo secolo bianchi frigoriferi sfornati sotto vari marchi. La multinazionale di Chicago cercò con cura di alleviare la ferita inflitta al nostro territorio, offrendo incentivi ai lavoratori e perfino una somma liquida alla Provincia, tre milioni, per le esigenze della reindustrializzazione. Sui media dell’epoca il clamore per questo addio durò una settimana. Fra lavoratori, sindacato e istituzioni la voglia di ricucire lo strappo fu più forte della rabbia. Tre anni dopo, l’apoteosi: la riconversione dello stabilimento in una moderna vetreria, Vetri Speciali, già operante in tre unità produttive, di cui una a Pergine. L’immobile, offerto in usufrutto per favorire il radicamento dell’impresa, ma anche il coraggio del management e un mezzo miracolo di collaborazione sinergica fra tutte le autorità pubbliche, consentirono la rapida rinascita industriale del sito, con le relative duecento assunzioni: la fine di un incubo, l’inizio di un nuovo sogno.

Meno netti sono stati cambi-scena dalle parti di Borgo Valsugana, ma non meno intensi. L’acciaieria è figlia dell’idea, dominante negli anni sessanta, che lo sviluppo economico non possa prescindere dall'industria pesante. È la stessa matrice dell’Ilva, triste erede dell’impressionante potenza tecno-produttiva che all’epoca fu Italsider. Negli ultimi anni l’acciaieria è passata di mano tre volte, a causa delle difficoltà economiche, interrelate con le insidie ambientali, che le hanno procurato non poca ostilità popolare. Anche sulla fabbrica di Borgo, tuttavia, dopo gli anni bui, con pesanti interventi anche della Magistratura, sembra tornata una spera sole, con il subentro di Acciaierie Venete, che ha pure trasferito qui la propria sede legale. È di questi giorni un accordo con la Provincia che contempla fra l’altro la liquidazione di un contributo di 2,3 milioni concesso quasi dieci anni fa (poi sospeso per le procedure concorsuali) per uno dei migliori impianti italiani di filtraggio dei fumi. Capiremo in futuro se l’Acciaieria sarà testimone di un modo di vincere la sfida industria-ambiente con la qualità e le tecnologie.

La politica industriale ha curato queste situazioni con il meglio delle proprie ricette. Ma la più efficace è la volontà del corpo sociale di non perdere l’industria. Una volontà che riemerge con la forza della disperazione nelle analoghe vicende nazionali. Speriamo, perché, assunta con costanza, sarebbe una medicina miracolosa.

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