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Una giovane donna trentina in Grecia tra i rifugiati

Chios, l’isola dei disperati

Massimiliana Odorizzi ha 31 anni e tanta vita davanti - uno sguardo dolce e decise convinzioni - e una parte ha deciso di dedicarla a vivere ed operare tra i rifugiati in Grecia, a Chios, a soli sette chilometri dalla costa turca...

Parole chiave: rifugiati (135), migrazioni (978), volontariato (1461), Grecia (15), Ong (34)
Sull'isola di Chios i rifugiati sono stipati in tende da campeggio. Qui opera la trentina Massimiliana Odorizzi.

Sull'isola di Chios i rifugiati sono stipati in tende da campeggio. Qui opera la trentina Massimiliana Odorizzi.

Dal febbraio 2018 Massimiliana Odorizzi è a Chios, in Grecia, tra i rifugiati

Massimiliana Odorizzi ha 31 anni e tanta vita davanti - uno sguardo dolce e decise convinzioni - e una parte ha deciso di dedicarla a vivere ed operare tra i rifugiati in Grecia, a Chios, a soli sette chilometri dalla costa turca.

Viene spontaneo chiedersi, ascoltandola, cosa può aver spinto questa giovane donna a “tuffarsi” in un’avventura non facile, in mezzo a condizioni di sofferenza e a volte di disperazione, perché tale è la condizione esistenziale dei profughi (dovremmo sforzarci un poco, un poco almeno, per tentare di comprendere cosa vuol dire andarsene dalla propria terra per affrontare viaggi tremendi avendo come meta approdi incogniti; forse non sappiamo o non vogliamo sapere che anche i nostri nonni cento anni fa furono costretti ad abbandonare molti paesi trentini, le loro care case, all’incalzare del fuoco delle artiglierie “nemiche”).

Massimiliana lavora per un’organizzazione non governativa inglese, Action for education, come volontaria. Dopo una breve esperienza ad Atene, sempre con i profughi –ce ne sono tanti nella capitale ellenica- e con i bambini, un lavoro avvolgente e duro nel campo dell’educazione e dell’istruzione, Massimiliana si è trovata, dal febbraio 2018, catapultata a Chios, un’isola, dove la condizione è di impensabile e smisurato sovraffollamento, nel campo dovrebbero starci in mille circa al massimo e si ritrovano in 2500 con problemi evidenti di promiscuità, una situazione di invivibilità cui tutte queste persone, dal passato immediato assai difficile e violento, sono costrette per settimane e mesi e chissà per quanto tempo.

Sono stipati in tende da campeggio, calde all’inverosimile d’estate, freddissime d’inverno (una stufetta, se c’è, non basta certo a riscaldare 13, 14 persone laddove queste “strutture” sono fatte per ospitarne in modo appena “confortevole” 5 o 6).

Il servizio di “ristorazione” (termine impegnativo) –osserva Massimiliana, aspetto bello di giovane donna, piglio deciso, grinta quanto basta- è gestito dall’esercito e risulta del tutto insufficiente nelle porzioni e quasi sempre avariato; si fanno lunghe file per ricevere piccolissime porzioni, la gente si presenta anche ore prima e aspetta, la soddisfazione dei bisogni primari sembra essere impellente in un posto dove il tempo è dilatato al massimo, non si ha niente da fare per lo più, le ore sembrano non passare mai per questa gente che proviene dalle più svariate terre e si ritrova come sospesa, in attesa.

Provengono dall’Iraq, Afghanistan, Siria, Yemen, pochi africani, qualche somalo ed egiziano. Pure tanti palestinesi. Sorgono sovente liti, bisticci, beghe per i più svariati motivi pure banali e però non corrono solo parole forti, improperi, ma si tirano fuori coltelli, “armi” che possono far male.

Non è per niente facile la convivenza di gente così diversa per provenienza, storie e contrapposizioni di tipo addirittura di carattere storico. Ad esempio si trovano nel campo profughi sciiti e sunniti che non sono mai, o quasi mai, andati d’accordo in patria, immaginarsi se ammassati come sardine in un campo profughi, basta un’offesa, uno sgarbo e scoppia la scintilla immediata per uno scontro che può divenire cruento.

In questo contesto di assoluta violenza –una violenza che è oggettiva, data dal contesto abitativo- risulta fondamentale il lavoro di queste volontarie e di questi volontari che sono un presidio a possibili ulteriori inimicizie, una piccola testimonianza di dedizione e di cura, di umanità in un clima che rischia ad ogni momento l’inumanità.

Gli studenti sono quelle ragazze e quei ragazzi che hanno compiuto 15 anni (per i bambini c’è la frequenza nelle scuole pubbliche greche) e si arriva fino a venti, ventidue anni, ma spesso è difficile stabilire l’età esatta, sovente non ci sono documenti ad attestarlo, si sono smarriti. Una quindicina di volontarie e volontari (la giovane trentina è l’unica italiana) garantiscono la gestione di una Scuola e di un Centro Giovani; li frequentano circa 250 giovani a settimana, giovani appartenenti a una dozzina di nazionalità, si comunica in inglese, si cerca di capirsi e comprendersi. Il fatto è che questo spazio risulta prezioso perché colma un vuoto che si riempie di possibilità positive, si fanno cose, si costruiscono frammenti indispensabili di cultura e di comprensione reciproca. Con fatica, impegno, non senza frustrazioni quando hai la sensazione che “si stenta ad andare avanti”. E’ un antidoto al diffondersi dell’odio, un freno a possibili derive violente in un contesto –come si diceva- in cui la violenza è diffusa in modo capillare come la rugiada sui prati che circondano il campo ora che le notti sono più lunghe del giorno. Le varie attività sportive e musicali, i piccoli e volenterosi corsi di cucina, altre cose frutto della fantasia dei volontari servono a creare un senso di comunità, il gusto dello stare insieme e si constata così facilmente che queste cose – il profumo della schietta amicizia, il profilarsi di insperati sorrisi che illuminano gli sguardi - superano confini e pregiudizi.

Ha dato un senso tutto questo anche al “lavoro” di Massimiliana che insiste a tornare in Grecia (sta lì dal marzo 2016, ogni tanto torna per “prender fiato”) a passare qualche stagione della sua giovane vita in quell’isola dal sapore di classicità, oggi terra di infinito dolore e di rinnovate speranze per tanta gente.

Chios, l’isola dei disperati
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