India, la fabbrica della speranza

La scrittrice Lavanya Sankaran raffigura in modo esemplare quella che è oggi la situazione del subcontinente indiano e racconta in modo magistrale le contraddizioni del suo Paese

L’India, la più grande democrazia del mondo, un insieme di un miliardo e duecento milioni di persone divise per etnie, religioni, comunità, lingue che nonostante tutto costituisce ancora un formidabile tessuto democratico.

A più riprese Amartya Sen, il grande economista umanista che predilige le ragioni dei reietti della storia, dice che quello indiano è un “esperimento” non riconducibile a nessuna delle democrazie europee ed occidentali in genere. Solo per dire delle religioni, l’India è la culla dell’induismo, del buddismo, del sikhismo e cristiani, ebrei e zoroastriani coabitano da secoli in modo pacifico. Gli indù sono la gran maggioranze e ogni tanto scoppiano conflitti con i musulmani ma in genere la convivenza non viene messa in discussione. A tutt’oggi ha un primo ministro sikh e una delle personalità più influenti è una è una cristiana cattolica di origini piemontesi, Sonia Gandhi.

Un bel libro uscito recentemente di una giovane scrittrice indiana di Bangalore, Lavanya Sankaran (La fabbrica della speranza, Marcos y Marcos, 2013, pp. 430, 17 euro) raffigura in modo esemplare quella che è oggi la situazione del subcontinente indiano. La giovane scrittrice racconta in modo magistrale le contraddizioni del suo Paese, con ritmi di crescita economica impensabili, una spiritualità profonda e dalle antiche radici e la realtà brutale e attuale della pervicace violenza contro le donne.

Attraverso la storia del proprietario Anand e della governante Kamala, Lavanya Sankaran mostra le tante Indie presenti e coesistenti, una dialettica complessa in cui non è facile districarsi. E nel libro si fa riferimento a più riprese – ad esempio – al rapporto tra il tessuto sociale e territoriale e le donne.

Il duro lavoro di Kamala ma anche il volto di Shanta, la cuoca sovente col volto tumefatto per le violenze del marito.

Anand – un imprenditore che si è fatto da sé – rappresenta il progresso, il boom della crescita economica, si ingegna per la fusione della sua azienda con una multinazionale, ma i suoi operai non mangiano gli hamburger del fast food preferendo il tipico riso indiano “chitranna bhath”.

Kemala invece è completamente diversa nello stile di vita e nelle scelte. Vedova e in ristrettezze economiche, è costretta giocoforza a fare la serva e lo fa con grande fierezza che le deriva dall’orgoglio di voler assicurare al figlio Narayan un futuro migliore del suo e diverso anche da quello dei suoi amici di strada che furbescamente fanno il verso guardando i B movie in cui si dice apertamente che “le ragazze spavalde e senza peli sulla lingua si meritano l’acido in faccia e non chiedono altro di essere stuprate”.

La Sankaran condensa in questo romanzo i tanti episodi di coraggio delle donne, una presenza silenziosa e costante ma che non esita ormai più a farsi sentire quando vengono calpestati i diritti fondamentali, rivendica rispetto, dignità. “Conosco una top manager di una società – dice – che si alza alle 4 per cucinare per la famiglia e quando torna a casa si rimette ai fornelli”. “Gli uomini sono arrabbiati per il successo femminile!” Ma non c’è astio e rancore, semplicemente la richiesta di essere rispettate come persone.

La fabbrica della speranza diventa allora metafora evidente di una nazione, di un paese e di un popolo che si ripropone di crescere anche in umanità, grazie all’apporto e alla sensibilità delle donne, imprescindibile per svilupparsi bene, progredire davvero.

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