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Si è riacceso nei giorni scorsi il decennale scontro tra Usa e Iran

Iraq, razzi sulla pace

In Iraq si ripropone il decennale scontro tra Usa e Iran. Dopo l’uccisione del generale iraniano Soleimani da parte degli Usa, la preoccupazione dei cristiani di Erbil nel Kurdistan iracheno per l’espandersi di un conflitto a terre già martoriate dalla guerra e soggette a forti esodi di massa.

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Teheran, 6 gennaio: migliaia di persone in strada per i funerali di Qassem Soleimani. Foto  AFP/SIR

Due razzi sulla Green Zone di Baghdad, dove hanno sede diverse ambasciate, tra cui quella americana (lo scrivono il Washington Post e l’agenzia Reuters), quasi 24 ore dopo il lancio di missili sulle basi irachene che ospitano forze di coalizione americane a Erbil – dove sono presenti anche i militari italiani - e Al Asad, a ovest della capitale irachena: è la risposta iraniana (peraltro preannunciata all’Iraq) all’uccisione, il 3 gennaio scorso, del generale Kassem Soleimani. Considerato uno degli uomini più potenti del Medio Oriente, lo stratega e il principale esecutore della politica iraniana al di fuori dei suoi confini, attraverso la forza d’élite al-Quds, Soleimani è stato colpito da droni Usa nei pressi dell’aeroporto di Baghdad. Soleimani era considerato un terrorista dagli americani, che lo ritengono responsabile della morte di centinaia di soldati americane e i procinto di pianificare nuovi imminenti attacchi. Il presidente iraniano Hassan Rohani lo ha ricordato invece per il suo contributo alla lotta contro l'Isis, al Nusra, Al Qaeda: “Se non fosse stato per la sua guerra al terrorismo, le capitali europee sarebbero ora in grande pericolo”. E in patria Soleimani è visto ora come un martire e un eroe. Al suo funerale nella città natale di Kerman più di 50 persone sono morte e altre 220 sono rimaste ferite nella calca.

Il presidente Usa, Donald Trump, che ha ordinato l’azione contro Soleimani, parlando alla nazione dalla Casa Bianca ha annnunciato nuove sanzioni contro l’Iran, ma con un messaggio via Twitter ha negato che l’attacco abbia provocato vittime americane, così smentendo le rivendicazioni di Teheran, nel contesto di un conflitto che è anche mediatico, e ha in qualche modo proposto di fermare l’escalation dello scontro. Dal canto suo, il governo iraniano ha rivendicato il successo dell’operazione, aggiungendo però di non volere un conflitto su più larga scala. “Ci difenderemo contro ogni aggressione, ma non vogliamo una guerra”, ha affermato l ministro degli Esteri Mohammed Javad Zarif.

Usa-Iran, un conflitto decennale

Le tensioni tra Usa e Iran risalgono almeno al 1979, quando lo scià di Persia, appoggiato dagli Usa, fu rovesciato e il Paese divenne una repubblica islamica. Segnali di disgelo diplomatico ci furono nel 2015, quando l'Iran accettò limitazioni al suo programma nucleare in cambio della revoca delle pesanti sanzioni economiche. Nel 2018 Trump ha rigettato l’accordo sul nucleare e ripristinato le sanzioni, intensificando la pressione nel maggio 2019 con ulterirori sanzioni ai Paesi che hanno continuato a fare affari con l'Iran. Il sabotaggio di sei petroliere nel Golfo di Oman nei mesi di maggio e di giugno 2019, la sospensione – a luglio – da parte di Teheran di alcuni impegni nell'ambito dell'accordo sul nucleare, l’uccisione di un “contractor” (un mercenario) americano nel nord dell’Iraq in un attacco missilistico che gli Usa hanno attribuito a milizie sostenute dall'Iran, il conseguente bombardamento americano di basi di miliziani filoiraniani in Iraq e in Siria, la reazione in Iraq con l'ambasciata americana a Baghdad attaccata da manifestanti manovrati, secondo gli Usa, da Teheran sono gli eventi che hanno preceduto l’uccisione di Qasem Soleimani.

Il timore di una escalation bellica

A Erbil, la città nel Kurdistan iracheno presa di mira dai missili iraniani, la preoccupazione maggiore è per una escalation bellica, l’esplosione di un conflitto che potrebbe estendersi oltre che all’Iraq ai Paesi arabi, a Israele, Libano, Siria. Terre già martoriate dalla guerra e soggette a forti esodi di massa. Si fanno portavoce di queste paure i padri domenicani di Erbil. Padre Olivier Poquillon, già segretario generale della Comece (Commissione degli episcopati dell’Unione europea), che dal settembre 2019 è in Iraq, all’agenzia Sir esprime il timore di nuove emigrazioni di massa, “anche tra i cristianI”. “La paura più grande – racconta padre Paolo Mekko, parroco caldeo di Karamles, uno dei tanti villaggi cristiani della Piana di Ninive - è quella di non sapere cosa accadrà, quali potranno essere le conseguenze”. A Erbil ci sono ancora numerosi cristiani fuggiti dalla Piana di Ninive dopo l’invasione, nel 2014, ad opera dello Stato Islamico. “L’Iraq non deve diventare un campo battaglia per Usa e Iran. Gli iracheni manifestano in piazza da ottobre per invocare riforme e cambiamenti, la fine della corruzione, migliori condizioni di vita e rispetto dei diritti. Il popolo sa bene cosa vuole, di certo non la guerra”.

Le ripercussioni internazionali

Dopo l’azione americana, le cui ripercussioni sui delicati equilibri internazionali, in una regione già attraversata da profonde tensioni – le guerre in Siria e in Yemen, l’annosa questione israelo-palestinese – sono imprevedibili, dai Paesi alleati degli Stati Uniti è arrivato l’invito a entrambe le parti a ridurre le tensioni. Trump – che ha ordinato l’attacco contro Soleimani portando l'America sull'orlo di una guerra con l'Iran senza l’approvazione del Congresso, notano osservatori americani - dovrà anche tenere conto che la maggioranza degli americani, stando a un sondaggio Reuters/Ipsos, disapprova la gestione del dossier iraniano da parte della Casa Bianca (un dato in crescita del 9% rispetto a una indagine simile condotta a metà dicembre 2019), mentre aumenta il timore di una guerra con l’Iran (la prevede entro i prossimi anni il 71% degli americani).

Morto un generale...

Cosa cambia con la morte del generale Soleimani? “Il generale era una figura importante, ma la Repubblica islamica non perderà influenza nella regione a causa della sua morte”, osserva Narges Bajoghli, professore associato alla Johns Hopkins University, in un intervento ripreso da Other New (www.other-news.info). Secondo George Friedman, fondatore e presidente di Geopolitical Futures, gli Stati Uniti non vogliono impegnarsi in vaste operazioni nella regione, mentre l'Iran cercherà di mantenere la propria sfera di influenza nel Mediterraneo e non potendo condurre una guerra convenzionale contro Stati Uniti, Israele, Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti, “opererà come ha fatto in modo efficace nel passato attraverso operazioni speciali e segrete”, prendendosi il tempo necessario per rispondere. “Ne consegue – conclude Friedman – che gli Stati Uniti e i loro alleati, avendo guadagnato tempo uccidendo il capo della Forza Quds”, devono usare questo tempo in modo efficace. “La morte di Soleimani è un vero e proprio cataclisma che si abbatte sull’intera regione”, scrive Michele Zanzucchi su Cittanuova.it, “e infiammare ulteriormente il già martoriato Medio Oriente, coinvolgendo potenzialmente anche Paesi rimasti finora un po’ ai margini dei conflitti attivi, in particolare Libano ed Iraq, dove la presenza sciita è più forte”. “Il 2020 sarà un anno molto difficile per il mondo, e in particolare per i paesi in via di sviluppo”, osserva Farhana Haque Rahman, vice presidente di Inter Press Service (Ips): “Anche senza ulteriori conflitti nella regione, la guerra per procura combattuta da Iran e Arabia Saudita in Yemen” peggiorerà quella che è la peggiore crisi umanitaria al mondo, dopo cinque anni di guerra.

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