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Cinquanta ragazzi trentini e bolzanini in Bosnia dal 25 ottobre al 2 novembre per fare “memoria attiva”

Nei Balcani e in Europa c'è bisogno di ponti

Esiste un modo di fare memoria che non nasconda nulla, ma che cerchi, al tempo stesso, di spezzare ogni catena d’odio? E’ la domanda che ha portato una cinquantina di ragazzi trentini e bolzanini in Bosnia dal 25 ottobre al 2 novembre attraverso il progetto di memoria attiva “Ultima Fermata Srebrenica”.

Parole chiave: Bosnia (32), Srebrenica (4), Balcani (152), Arci (96), scuola (2312)
Mostar, città dei ponti, è ancora divisa tra parte est e ovest

Mostar, città dei ponti, è ancora divisa tra parte est e ovest

Esiste un modo di fare memoria che non nasconda nulla, ma che cerchi, al tempo stesso, di spezzare ogni catena d’odio? Se lo chiese nel 1965 Bogdan Bogdanović, architetto, filosofo e politico serbo, realizzando la bianca necropoli partigiana in uno stile – quello brutalista – che racconta senza usare alcun simbolo politico o arma una parte della storia di Mostar, città nella quale il monumento è collocato.

E’ la domanda che ha portato una cinquantina di ragazzi trentini e bolzanini in Bosnia dal 25 ottobre al 2 novembre attraverso il progetto di memoria attiva “Ultima Fermata Srebrenica”, proposto da Arci del Trentino, Arciragazzi di Bolzano, Adopt Srebrenica, Deina Trentino e Deina Alto Adige e cooperativa Altrimondi, grazie al supporto delle Politiche giovanili delle Province di Trento e Bolzano e di Adopt Srebrenica.

Se lo chiede Mostar, città dagli innumerevoli ponti eppure divisa tra parte croata e musulmana. Proprio sulla ex linea del fronte di guerra, però, si trova il colorato centro culturale giovanile Abrašević che, fondato nel 1926, tenta oggi di unire attraverso la musica e la poesia la città.

Il generale Jovan Divjak, serbo che difese Sarajevo nel corso dei 44 mesi d’assedio

Il generale Jovan Divjak, serbo che difese Sarajevo nel corso dei 44 mesi d’assedio

Lo racconta il generale Jovan Divjak, serbo che difese Sarajevo nel corso dei 44 mesi d’assedio che strinsero la città costandole 12 mila morti, impegnato da ormai 25 anni a garantire 120 borse di studio all’anno a studenti bosniaci e a fornire un servizio di assistenza psicologica alle persone affette da disturbi da stress post-traumatico attraverso l’associazione “Education Builds Bosnia and Herzegovina”.

La domanda è racchiusa poi nelle mura della biblioteca di Sarajevo, la Vijećnica, distrutta nell’agosto del 1992, poi ricostruita, pezzo dopo pezzo, e riaperta nel 2014.

E’ il dubbio che guida il lavoro di SARA-Srebrenica, associazione di cui è presidente Valentina Gagić, serba arrivata nella cittadina della Bosnia orientale nell’ottobre 1995, alcuni mesi dopo quell’11 luglio che segnò per sempre la storia di Srebrenica. È attraverso il centro di documentazione “Adopt Srebrenica” che quest’associazione cerca di conservare la memoria di tutte le persone scomparse durante la guerra, in un contesto – quello della Republika Srpska, una delle due entità in cui nel 1995 è stata suddivisa la Bosnia – che ancora oggi nega il genocidio. Un importante e prezioso lavoro perseguito anche dall’International Commission on Missing Persons di Tuzla, impegnata da più di vent’anni nel recupero di tutte le persone scomparse – ogni singolo resto, ogni piccola parte – e che finora è riuscita ad identificare l’80% delle vittime del genocidio di Srebrenica.

È la storia di Zijo, musulmano rom di Bosnia, a cui la guerra ha tolto quanto di più prezioso avesse, la sua famiglia, e che ha chiamato sua figlia Sara, perché “Sara è un nome che trovi in tutte le religioni, e dal quale non puoi indovinare il gruppo di appartenenza della persona che lo porta”.

Nei Balcani e in Europa c'è bisogno di ponti
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