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Il Paese del beato Romero - ad agosto ricorreranno i 100 anni dalla sua nascita – alle prese con la violenza giovanile e nuove sfide sociali

Salvador, le nuove prove

Sono passati tanti anni, ma “Monsenor”- il beato Oscar Romero - non è stato dimenticato. E’ ancora popolarissimo nei settori periferici delle cittadine di tutto il Salvador.

Parole chiave: Salvador (21), Oscar Romero (10)
Un murale a El Salvador. Foto Sir

Per il fresco cardinale Gregorio Rosa Chavez i ragazzini delle maras, le bande giovanili, sono la nuova frontiera della pastorale salvadoregna

Il Salvador. E viene spontaneo pensare a Monsenor, come tutti lo chiamavano nelle strade del Salvador. Oscar Romero, il vescovo martire. Oggi Beato. Sono trascorsi tanti anni da quel 24 marzo 1980, quando un colpo di fucile lo colpì a morte mentre celebrava la messa all’Ospedalito per malati terminali della capitale San Salvador. A colpirlo era la mano assassina del colonnello Roberto D’Abuisson, un triste figuro dell’élite militare (sarebbe scomparso, non pentito – ma chi può dirlo veramente, se nessuno conosce gli angoli più reconditi del cuore umano - dopo alcuni anni consumato da un cancro che non gli aveva dato scampo). Il mandante era l’oligarchia salvadoregna, poche, potenti famiglie che non sopportavano che quel vescovo –la tonaca bianca sgualcita, il modo di fare dimesso ma fermissimo, la persona affabile cui si aggrappava la gente bisognosa di sostegno e d’aiuto - predicasse di giustizia sociale e di Regno di Dio, di fratellanza e della necessità di smetterla con l’insensata violenza.

Sono passati tanti anni, ma Monsenor non è stato dimenticato. E’ ancora popolarissimo nei settori periferici delle cittadine di tutto il Salvador. Ancor più nelle campagne. Trovi la sua immagine all’interno delle abitazioni, sugli stipiti delle povere case di periferia. La sua storia si tramanda e viene raccontata dai genitori ai figli (ora che valicano quasi due generazioni). Quell’uomo di Chiesa che ha cambiato l’immagine stessa dell’essere Chiesa in Salvador, perché Oscar Romero è stato un segno di contraddizione, ha indicato una strada, un itinerario di conversione, lui che era partito nel suo episcopato, estremamente prudente e guardingo, da posizioni conservatrici (una Chiesa in prevalenza “spirituale”, attenta all’anima e meno alle vite concrete; una Chiesa che non disdegnava l’alleanza trono-altare, ossequiata dai potenti) per approdare, convertito dai suoi poveri, alla riscoperta di quello che lui chiamava il Vangelo di salvezza.

E non bisogna scordare che Oscar Romero, prima ancora che trafitto dai proiettili di D’Abuisson, era stato crivellato dai colpi della calunnia e della diffamazione. Negli ultimi anni della sua vita – quelli tra il 1977 e il 1980 - era stato letteralmente subissato di minacce. Contro il “vescovo comunista”, all’“amico dei guerriglieri”, al fomentatore degli scioperi e dei disordini. Mica facile reggere un così incalzante ritmo di falsità! Non era mica di ferro l’arcivescovo metropolita di San Salvador, aveva le sue fragilità, come tutti. Non deve essere stato agevole per lui, dopo l’assassinio del suo grande amico, il gesuita padre Rutilio Grande, chiedere che tutte le messe fossero sospese per concentrarsi in un’unica grande celebrazione nella cattedrale. Il vescovo Romero piangeva ascoltando, in quei giorni, nel Salvador insanguinato, la storia della violenza subita da Marianella Garcia Villas, che dirigeva e coordinava il “Centro per i diritti umani” collegato all’Arcivescovado. Marianella che sarebbe, anche lei, caduta sotto i colpi dei militari, dopo essere stata violata e torturata. Romero aveva cercato ripetutamente, in qui frangenti, di trovare ascolto a Roma, chiedendo un’udienza – non per lui, per la situazione di continuo pericolo che viveva il “suo” popolo, la gente semplice, le donne che reclamavano la scomparsa del marito, i genitori quella del figlio: a quelle persone infatti Oscar Romero si era legato indissolubilmente. E dopo tanto insistere, da quell’udienza era uscito deluso e sconfortato: gli era stato consigliato di essere più prudente, di non immischiarsi troppo in faccende delicate… Nel suo diario Romero annota: “Forse a Roma non possono capire la nostra situazione, Roma è troppo distante da San Salvador”.

E oggi Romero, con la sua sensibilità e il suo coraggio, sarebbe preoccupato di un fenomeno che sta inondando e devasta il Salvador come una metastasi. Quello delle maras, bande giovanili che seminano il terrore tra la gente e non solo nei quartieri bene dove aumenta in modo vertiginoso l’arruolamento di vigilantes privati per difendere le ville esclusive dove non manca niente, ma pure nei quartieri popolari di San Salvador, a San Miguel, Usulatàn, Puerto Cutuco, Santa Ana, Sonsonate, ancora di più sulla cittadina costiera di Acajutla dove il turismo attira squadre di ragazzi sbandati senza un futuro.

Il nuovo cardinale Gregorio Rosa Chavez, attuale vescovo ausiliare di San Salvador, grande amico fraterno di Romero, non esita a dire che “il Salvador attraversa ora una nuova fase di violenza, forse peggiore della guerra civile degli anni Ottanta, terminata faticosamente nel 1992”. E la violenza è perpetrata da ragazzi, spesso giovanissimi, che non si fanno riguardo di niente. Non hanno pietà di nessuno. Non hanno subito che violenza e ripagano con la violenza. E’ il frutto di una generazione perduta?

Chi è

Gregorio Rosa Chavez ha conosciuto Oscar Romero quando aveva appena 14 anni. “Romero non è solo profeta e martire – osserva -, dobbiamo considerarlo un Padre della Chiesa latinoamericana. Le sue omelie e i suoi scritti hanno la profondità e la bellezza degli antichi Padri. Anche la denuncia della povertà ha lo stesso afflato profetico”. Gregorio Rosa Chavez, vescovo ausiliare di San Salvador, è uno dei cinque nuovi cardinali nominati da Papa Francesco nel maggio scorso

Viene a galla – per il Salvador, ma lo stesso si potrebbe dire per il Guatemala (osservatorio coinvolto e fervido protagonista nel riscatto dei giovani è quello di Gerardo Lutte, salesiano nel cuore e nello spirito) e per l’Honduras, persino per il Costarica che fino a poco tempo fa non conosceva questo tipo di violenza che rasente il terrore - quello che è un autentico dramma latinoamericano. La disgregazione devastante delle famiglie, un greve machismo che persiste, le donne abbandonate con nidiate di figli... E le donne rimangono, con la loro fedeltà e tenacia, tenerezza e consistenza, un baluardo che evita una completa catastrofica deriva.

E’ evidente che quando un giovane non ha nessun tipo di opportunità, la gang giovanile diventa un sostituto formidabile alla solitudine e all’isolamento. Nella banda –ma a che prezzo - il ragazzo diventa protagonista quando a casa le bocche da sfamare sono troppe e a scuola (quando c’è) il suo destino è scommessa persa in partenza. Solo nel gruppo che delinque c’è una piena accettazione. Un sentirsi vivi, da parte di migliaia di giovani.

E’ qui che si gioca la grande sfida per il futuro del Salvador: recuperare una generazione alla legalità e alla vita in una situazione che mons. Rosa Chavez non esita a definire “disperata”. Stanno nascendo piccoli gruppi per accogliere i ragazzi delle maras, per far sentire loro calore umano e amicizia. E’ l’educazione liberatrice che non può che vedere protagonisti gli stessi giovani “delinquenti”. Una fatica di Sisifo, apparentemente, un lavoro immane che vede i settori popolari della Chiesa salvadoregna più avvertiti in prima fila. Rosa Chavez è convinto che questo, qui e ora, è il sogno di una Chiesa per cui Romero ha versato il suo sangue.

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