Stallo venezuelano

Il Paese sudamericano è ancora in piena emergenza. Una parte ancora consistente del popolo appoggia convintamente il regime di Maduro. Un’altra non si sente rappresentata

Da un po’ il Venezuela – il conflitto istituzionale e la situazione economica e sociale – è “scomparso” all’attenzione dei media in genere (giornali e tv). Perché tutto si è ricomposto pacificamente? Niente affatto.

Tutte le questioni che hanno portato all’esplodere della questione venezuelana rimangono pesantemente di stretta – pressante – attualità. A cominciare dal fortissimo malessere sociale, la cosa che più preme nell’analisi. E’ utile esaminare il nodo del potere del presidente Maduro (un leader rozzo e privo di ogni carisma), supportato in modo dirimente dai militari. L’inconsistenza dell’opposizione, con la figura “patetica” di Juan Guaidò. Per finire – ultimo, ma non per importanza – col “giuoco” delle superpotenze (Usa e Russia) sulla pelle dei venezuelani. Andiamo per ordine.

Che l’emergenza venezuelana non sia affatto terminata in modo positivo e “concludente” lo dicono i fatti e le cifre. Con un’inflazione da 1 milione per cento all’anno (ma ormai nessuno controlla più a quanto ammonta), che significa perdita assoluta e verticale – drammatica – del potere d’acquisto degli stipendi e salari, e delle pensioni, si è cercato di agganciare in qualche modo la moneta “polverizzata” al petrolio, a qualcosa di concreto per ancorarla almeno ad un bene reale (di cui il Venezuela è ricchissimo). I salari – tanto per dire, ma è vita concreta di milioni di persone – sono stati aumentati continuamente anche di 35 volte in un colpo passando a 180 milioni di bolivares al mese. Stampando moneta a dismisura. Serve a poco se al contempo si riesce a comprare a malapena un chilo di pomodori, e se per prendere un caffè al bar occorre una vagonata di banconote, oppure se una scatoletta di tonno ti costa lo stipendio di un intero mese…

Il ritorno al baratto

Tutto questo ha generato una sorta di moneta parallela; chi è fortunato ha i dollari, altrimenti si va a transazioni di baratto, scambio di beni reali. Non c’è allora da meravigliarsi se la gente scappa, fugge ovunque possa esserci una via di fuga. Ma anche qui, andando in Brasile, o in Colombia o altrove, non è che si viene accolti a braccia aperte, anche i venezuelani conoscono “quanto sa di sale scendere e salir le altrui scale”.

Ci si meraviglia che Nicolas Maduro – in questo scenario tetro da girone dantesco – sia rimasto e rimanga ancora saldamente ancorato a palazzo Miraflores, sede presidenziale. La chiave di questa ostinata permanenza (il non prendere atto di un fallimento epocale: almeno Hugo Chiavez un po’ di ascendenza ce l’aveva, tipica di un caudillo, Maduro è invece opaco e in più è violento!), la chiave di tutto è nel sostegno che continuano a garantirgli l’esercito e le forze armate. Il motivo? Una recente analisi pubblicata dal Sipri di Stoccolma, un Istituto di ricerca indipendente, dimostra lo stretto connubio che si è instaurato in questi anni tra potere politico e potere militare in Venezuela. Decine e decine di aziende di stato sono gestite direttamente dalle alte gerarchie, compreso il gigante petrolifero, la Petroleos de Venezuela (Pdvsa). Diversi ministeri sono gestiti direttamente dai militari in alto grado. Inoltre il Fondo de desarollo national (Fonden) aggiunge risorse al budget militare a seconda delle entrate dalla vendita del greggio, una montagna di dollari pure in tempi di ribasso dei prezzi del barile. E chi riesce a smuoverli, allora, con tutti questi privilegi, i militari?

L’“ingenuo” Guaidò

E arriviamo al ruolo di Juan Guaidò che proprio alla casta militare si era rivolto, garantendo un’ampia amnistia se avesse mollato Maduro. Forse è l’inesperienza, sommata a una buona dose di ingenuità, ma le figuracce che sta inanellando il presidente dell’Assemblea nazionale sono davvero eclatanti e imperdonabili per la carriera di un uomo politico minimamente avvezzo alle questioni della “polis”. Come l’ultima, di appena qualche settimana fa, quando ha chiamato le folle all’insurrezione e si è ritrovato con poche centinaia di persone in piazza. Uno smacco. Il fatto è che il popolo venezuelano è grossomodo spaccato a metà.

Un Paese diviso

Una parte ancora consistente – sia pure ridotta rispetto agli anni d’oro di Chavez quando nei barrios era letteralmente osannato come un salvatore – appoggia convintamente il regime di Maduro essendone in parte foraggiata con sussidi, sostegno al reddito e in genere con un residuato di politiche di welfare che i dividendi petroliferi avevano potuto garantire e in parte ancora garantiscono.

Un’altra parte odia il regime, lo ha sempre odiato, non si sente per niente rappresentata e se prima era media borghesia compradora e il grande capitale, a questi oggi si aggiungono strati consistenti di sottoproletariato urbano e i giovani, adusi ai social e insofferenti ad un regime che oggettivamente reprime e mette in galera senza andare troppo per il sottile (e quando uno entra, in carcere, non si sa quando esce).

Pericoloso stallo

E così si resta in una fase di pericoloso stallo, dove le superpotenze giocano una politica di interdizione reciproca (non ti muovere, se no intervengo io per prima) e dove si assiste a una sofferenza vera di un popolo privo di certezze per l’oggi e di speranza per il futuro. Serve allora ritornare al monito di papa Francesco che fin dall’inizio ha auspicato un dialogo fra le parti (e si era proposto pure come mediatore) per arrivare ad un compromesso (che significa, appunto, io vengo incontro a te e tu fai altrettanto, rinunciando a posizioni di principio preconcette e incondizionate), un compromesso che spiana la strada ad elezioni libere, con osservatori internazionali, senza brogli e manipolazioni. E’ auspicabile avvenga quanto prima. Perché l’iperinflazione non è un’invenzione, morde terribilmente, si espande a macchia d’olio un impoverimento che affatica terribilmente, toglie l’aria e la speranza. La fiducia e la vita.

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