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“Come in un ospedale da campo”

Giovanni Odorizzi, per 22 anni direttore del Villaggio, va in pensione. “L’esperienza che ho fatto qui è stato il modo di interpretare una vocazione”.

Parole chiave: Territorio (20198)

Giovanni Odorizzi, per 22 anni direttore del Villaggio, va in pensione. “L’esperienza che ho fatto qui è stato il modo di interpretare una vocazione”

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“Mi stanno arrivando tanti messaggi di auguri, uno in particolare: 'Ti auguro un buon nuovo inizio' e al di là che della gioia che mi ha dato riceverlo, mi ha fatto pensare che il villaggio è una storia di uomini e inizi. È una questione di prospettive, non guardarsi solamente alle spalle, perché dalle possibilità di nuovi inizi possono venire fuori cose belle”.

Incontriamo Giovanni Odorizzi tra le casette di Gocciadoro, sono i suoi ultimi giorni da direttore del Villaggio Sos che ha guidato negli ultimi 22 anni. In via Gmeiner, Giovanni ci era arrivato con il Servizio Civile e dopo 24 mesi, ha proseguito come educatore ricoprendo anche il ruolo di vice direttore.

Una vita lavorativa che si chiude in cui sicuramente ha dato tanto al Villaggio. E il Villaggio cosa le ha dato?

La vita e l’esperienza che ho fatto qui, per me, è stato il modo di interpretare una vocazione. Una vocazione da laico, una possibilità di corrispondere a un dono che mi è stato fatto che è quello della fede che con curiosità, convinzione ma anche smarrimento ho dovuto smontare, pezzo a pezzo, e ricostruire.

In che senso?

Il mio ricercare questa dimensione personale di fede è diventato un ricercare molto dal basso quello che nella mia educazione era venuto dall'alto, tra le diversissime vicende di vita delle persone, tra i diversissimi percorsi che le hanno portate qui e che dal di fuori possono spiegare inspiegabili. Ultimamente sono diventati i percorsi di diverse culture e religioni: non ti puoi girare dall’altra parte e pretendere di avere tu una certa verità, che non è certo quella che ti consente di accostarti alle persone. Come dice il nostro arcivescovo, ripartire dai volti, dal guardarsi negli occhi ti fa capire che, in fondo, tutte le nostre diversità sono comunque frutto del disegno del Signore che ognuno di noi cerca di interpretare.

Troppo presto per tracciare un bilancio?

Un'esperienza con tante belle vicende ma anche tante altre che non sono andate bene: complessivamente mi sento molto fortunato, la mia vita qui è stata ricca.

Che immagine userebbe per descrivere il Villaggio?

La ritrovo nel pensiero di Papa Francesco, quando parla di “ospedale da campo”: ci sono nel mondo e anche attorno a noi delle cose che potremmo definire sbagliate e che andrebbero decisamente corrette e bisognerebbe lavorare in quest’ottica, possiamo dire che le politiche territoriali possono essere migliorate, però nel frattempo ci sono i feriti, e una realtà come la nostra è soprattutto un ospedale da campo, non un potente che è nella sala dei bottoni e sistema tutto il mondo.

Parlando di “cose” sbagliate: sembra che il dibattito attorno a temi così delicati non riesca a liberarsi delle ideologie, concorda?

Faccio un esempio: nostre realtà sono state sollecitate ultimamente dalla questione di Bibbiano: il fatto che succedano storture, distorsioni e che si commettano dei reati è oggettivamente riprovevole, ma poi il discorso ha portato a dire che queste nostre organizzazioni sono un business. Se ci muoviamo su questa lunghezza d’onda non ci incontriamo da nessuna parte: da “uomo di campo” sono sempre stato molto poco appassionato ai confronti ideologici, perché questo non aiuta alla costruzione futura di una comunità migliore.

Apertura invece all'incontro...

Sarei davvero favorevole ad un incontrarsi e ragionare sulle cose con l’obiettivo di migliorarle insieme: ma questo è un sogno, perché la realtà non si muove in questa direzione.

Un esempio?

Attraversando una “stagione lunga” mi sono fatto l’idea che le critiche trovano un fondamento, dire che il sistema dei servizi a Trento ed in Trentino sia perfetto è profondamente contestabile: trovo però fuori luogo, ad esempio, il fatto che la Provincia abbia voluto costituire una commissione d’inchiesta.

Anche perché, di fatto, gli organi deputati al controllo ci sono già.

Il sistema può funzionare o non funzionare ma la Provincia ha da sempre una funzione di controllo; la procura del Tribunale dei minori ha funzione di controllo; sull’accoglienza delle donne richiedenti asilo il Ministero, attraverso il Commissariato del Governo, ha funzione di controllo. Quando si crea una commissione d’inchiesta si dà l’idea che si commettano dei reati, che ci sia un’intenzionalità negativa; invece bisognerebbe lavorare insieme analizzando quali sono le lacune presenti al Villaggio ma più in generale in tutto il sistema, trovando le soluzioni per farlo funzionare meglio.

I tre direttori: da sinistra Giovanni Odorizzi, con Remo Cadonna e Vittorio Cristofolini, suoi predecessori

In un momento storico come questo è importante sapersi adattare al cambiamento.

La nostra realtà è nata fa come “famiglia sostitutiva”, i bambini che accoglievamo erano spesso orfani di madre. Oggi è tutto un altro discorso, c’è una rete di servizi che deve portare avanti un progetto molto più ampio; oggi i genitori ci sono, ma quando il sistema famiglia va in crisi i problemi si amplificano e si aggravano, generano aggressività e violenza. Creando nei figli un danno ancora maggiore.

Anche l'età media dei vostri ospiti si è alzata.

Se una volta i bambini arrivavano qui a 2-3 anni adesso ci arrivano a 12-13 e l'età media dei ragazzi accolti è di 15: oggi la sfida è quella di accompagnare questi giovani che si trovano ad affrontare tematiche estremamente complesse: i social, i nuovi media, le droghe, una sessualità tendenzialmente più consumata che vissuta come esperienza di vita anche affettiva.

Un contesto che rende più complicato anche il sostegno alla crescita ed il sostegno educativo.

Non vorrei banalizzare tutte queste questioni, ma il tema come sempre non è quello di escluderle, ma di incontrarle.

Come è riuscito e come riuscirà il Villaggio a reggere l'urto?

Tenendo ben presente l'idea del nostro fondatore, Hermann Gmeiner, che dopo la guerra ha aperto gli occhi e ha deciso di lavorare perché il mondo tornasse ad essere un po' più umano. E questa è un'idea che può attraversare il tempo se si continua ad accogliere, incontrare e aiutare.

E poi il Villaggio non cammina mai da solo...

Nella nostra collettività trentina è ancora forte la cultura dell’attenzione e della solidarietà. Noi non abbiamo mai fatto azioni di promozione per richiedere aiuti, ma sono tante le persone, le associazioni e i gruppi che di propria iniziativa continuano ad aiutare il Villaggio. Questo mi stupisce ogni volta...

Ora che ha raggiunto la pensione, continuerà a collaborare?

Mi piacerebbe riuscire a rilanciare il “Partitone” che negli ultimi anni un po’ per necessità e un po’ per scelta si è un po’ rimpicciolito, riprendendo una serie di contatti con associazioni e realtà cittadine. Ad esempio, abbiamo perso strada la presenza dei “politici”, una squadra assolutamente trasversale. All’origine era proprio bello l’incontro di tante realtà qui al villaggio, l’idea era quella di mettere assieme e fare nascere collaborazioni.

Cosa vorrebbe chiedere al governo provinciale?

Non voglio fare polemica e rispetto tutte le posizioni, ma vorrei porre l'accendo su un aspetto del nostro “esserci”, che da alcuni anni si concretizza nell'accoglienza di alcune donne richiedenti asilo con i loro bambini, molti dei quali nati qui al villaggio. Ecco, io verso di loro sento una responsabilità e mi chiedo: che futuro diamo a questi bambini? Finito il percorso assistenziale e di supporto finiranno con le loro madri sulla strada? Guardando i loro volti non ci si può sentire onnipotenti ma non si può accettare di essere impotenti, però le soluzioni non ci sono e bisogna trovarle.

Un consiglio a chi prenderà il suo posto?

Ringrazio tutti i miei colleghi per la strada che abbiamo fatto assieme, non c’è stato un direttore magico o superiore. Il Villaggio oggi è una realtà di operatori seri, motivati e di esperienza, quindi bisogna andare avanti così. Poi il solito tema dell’ospedale da campo: miracoli non se ne possono fare ma vale la pena starci. Il mio augurio ad Alessio Basilari che prederà il mio posto, è che gli succeda quello che è successo a me, che attraverso l'incontro ho scoperto una ricchezza importante fatta di resilienza, impegno. E se si riesce a vedere questo aspetto qualcosa di buono è possibile farlo.

“Come in un ospedale da campo”
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