Domande di vita

stampa

Se sempre più spesso attraggono individui o famiglie che con il cammino delle parrocchie hanno poca o nessuna dimestichezza, ciò responsabilizza ancor più i santuari a qualificare al meglio il loro servizio, che è proposta di Vangelo in quelle modalità variegate di linguaggio alle quali l’uomo contemporaneo è ancora recettivo, e attraverso quelle iniziative che incontrano ancora la sua sensibilità.sas.

La Chiesa non è al passo con le esigenze dei giovani… quali giovani? Quali risposte dà ai molti giovani cristiani che scappano dalla persecuzione o dalla guerra, che cercano una vita migliore altrove? Quali risposte per quei giovani che il nostro mondo lascia senza lavoro, senza identità culturale, senza sicurezza?

È giusto pregare per chi non c’è più? Dalla stessa parola di Dio ricaviamo quindi l’idea e la prassi che non è “superfluo e vano pregare per i morti”.

A volte nelle nostre comunità in crescita viene proposta una via di incontro e di coinvolgimento che tuttavia non trova accoglimento nella “parte presbiterale” che ha ancora bisogno del controllo e della gestione. Come possiamo favorire l’incontro di queste due anime?

L’osservazione che la nostra cultura produce egoismo è vera specialmente perché insiste tanto sulla persona - sui diritti della persona e sulla libertà della persona - diritti e libertà che si sentono limitati, minacciati dagli altri. Il problema sta nel promuovere la personalità e la libertà nostra e altrui con il terzo valore venuto in primo piano nella cultura moderna: l’amore.

“Constatiamo nell'ambito delle famiglie troppe separazioni e divorzi. Perché sono così tanti? Cosa possiamo fare?”. E’ una domanda grande come una casa. Provo a rispondere proprio con l’esempio della casa, che poi è il simbolo della famiglia.

Le giornate mondiali della gioventù, gli incontri a Roma con Papa Francesco, i pellegrinaggi, le settimane di servizio… tutte queste esperienze che coinvolgono i giovani corrispondono al bisogno di aggregazione e di condivisione; possono costituire una risposta alla ricerca di senso e di trascendente. Proprio per questo non bisogna denigrarle, anzi riconoscere che possono avere un valore, purché non siano esperienze chiuse in se stesse ma mantengano viva la domanda di senso.

Quando penso alla tradizione – risponde il vescovo - allora non penso ad uno stendardo da rispolverare – pur non avendo nulla contro le processioni, anzi – ma a vissuti di fede che sono vero annuncio del Vangelo. Altrimenti il rischio è che della tradizione conserviamo qualcosa che non è essenziale. Su questo dobbiamo sempre discernere insieme.

“La religione viene insegnata a scuola e anche nella catechesi. Ma qual è la condizione perché animi davvero la vita? In altre parole: come passare dalla religione alla Fede? Risponde don Piero Rattin.

“Talvolta nelle omelie si percepisce un atteggiamento di superbia, di sicurezza, la convinzione di pensare sempre in modo corretto. Penso invece che le omelie devono essere più dirette verso la gente e saper passare dalle parole ai fatti; l’esempio migliore ci viene da Papa Francesco, non vi pare?”. Risponde don Giulio Viviani.

Non pensate che la preparazione del clero sia inadeguata e superata per vivere la vita? La dottrina che comanda, i canoni di sapore medievale, la struttura che forma funzionari invece di pastori, troppo legati al potere e alla carriera... Risponde don Ferruccio Furlan, vicario episcopale per il clero.

Parte una rubrica che consenta al dialogo/confronto, all’interno della Chiesa Diocesana, di poter continuare. Alle domande, agli interrogativi che verranno presentati dai lettori (non di rado, forse, espressione di dubbi o perplessità) il Vescovo risponderà: talora personalmente e, più spesso, tramite suoi collaboratori.