Fatti e opinioni

stampa

La nota politica di Paolo Pombeni, docente all'Università di Bologna, storico e politologo.

La nota politica di Paolo Pombeni, docente all'Università di Bologna, storico e politologo.

Non passa giorno senza che non si veda qualcosa che fa dubitare di essere governati da un esecutivo che dispone di una maggioranza parlamentare. Un tempo era così perché esistevano i famosi “franchi tiratori”, ovvero parlamentari che nel segreto dell’urna votavano contro la linea politica decisa dal partito di appartenenza. Oggi contro l’esecutivo di cui fanno parte si pronunciano i suoi stessi membri.

La convinzione di molti fra gli osservatori è che la tenuta del governo stia lentamente venendo meno. Ormai si discute solo su due cose. La prima è se la crisi arriverà prima o dopo il voto del 26 gennaio in Emilia e in Calabria (più probabile dopo). La seconda è se la crisi sfocerà davvero in uno scioglimento anticipato della legislatura o se la volontà di sopravvivenza degli attuali parlamentari porterà ad una crisi pilotata.

Questo governo non ha alcuna autorevolezza che gli consenta di imporsi ai rissosi componenti della sua maggioranza ciascuno dei quali è in teoria capace di buttarlo all’aria. In teoria, ma non in pratica, perché siamo in sessione di bilancio e una caduta del governo comporterebbe l’esercizio finanziario provvisorio.

Dopo tanti giorni di sospiri sul “non si può andare avanti così”, sembra che il governo Conte stia arrivando ad un punto di svolta: o trova il modo di rimettersi in carreggiata o va a sbattere. E’ una concentrazione di problemi quella che il premier deve affrontare...

Ma il governo Conte ce l’ha una maggioranza parlamentare? La domanda non è peregrina, visto che la sua coalizione uno straccio di identità sembra proprio non riuscire a trovarlo. Ma a fare acqua è il sistema Italia nel suo complesso: la vicenda Ilva è emblematica.

Le regionali in Umbria sono state una debacle che ha segnato un distacco di ben 20 punti fra la coalizione di destra e quella che sostiene il governo. Impossibile che un simile risultato non avesse ripercussioni sul quadro nazionale, nonostante l’esiguità del campione interessato.

Già la formula degli accordi sulla manovra “salvo intese” non lasciava presagire nulla di buono. Si pensava che bastasse per rinviare il confronto all’aula parlamentare, quando la legge di bilancio sarebbe andata in discussione. Si sarebbe guadagnato del tempo e poi le vecchie volpi del gioco parlamentare sanno bene che nella confusione di quel tipo di discussioni si può far passare tutto senza che sia troppo visibile sia chi ha governato le operazioni sia a cosa si puntasse.

Siamo sempre lì, più o meno inchiodati sulla legge di bilancio, la cui ossatura doveva essere già inviata a Bruxelles. I contrasti fra le componenti del governo fanno fatica a trovare una sintesi: ogni partito vuole poter sventolare una sua bandierina e i soldi a disposizione sono quello che sono.

Non c’è nulla di storico nella decisione di imporre un drastico taglio nel numero dei parlamentari: è un pegno alla capacità di interdizione di M5S, prima pagato dagli alleati nel governo gialloverde, ora dai nuovi alleati.

E’ arrivata anche la scadenza del DEF, il documento con cui si dichiara in prospettiva la strategia di bilancio che il governo intende poi applicare con la legge finanziaria che arriverà fra poco. Linee guida che dovranno poi trovare applicazione concreta. Il bello arriverà allora: le avvisaglie, pesanti, ci sono già state.

Il PD ha incassato un brutto colpo con la decisione, improvvida, di Renzi di varare un suo partito. La spinta a farlo gli è venuta oltre che dal suo indubbio super-ego da alcune componenti del gruppo dirigente del Nazareno che sognano la restaurazione di un partito “de sinistra” (il romanesco è d’obbligo, perché non di culture politiche si tratta, ma di frequentazione dei salotti capitolini). Per costoro il sogno è che la componente che si autodefinisce riformista e liberale (che poi lo sia è da vedere) faccia un partito a sé, magari aggregando forze moderate esterne al mondo del PD sicché poi magari si farà davvero qualcosa come il vecchio, mitico, centrosinistra.

E’ sul fronte interno che Conte e i suoi ministri devono sbrogliare le molte matasse che si trovano sulle rispettive scrivanie.

Comincia una nuova era per non dire che siamo di fronte ad una svolta? Non solo è presto per dirlo, ma questo governo è per tanti aspetti un enigma.

La coalizione mette insieme forze certamente non omogenee, ma soprattutto i Cinque Stelle hanno problemi di presenzialismo competitivo come si è visto nella conferenza stampa in cui Di Maio ha annunciato il risultato del voto sulla piattaforma: a sentirlo sembrava che fosse in arrivo un governo quasi monocolore M5S, per di più intenzionato a portare a termine una serie di lavori iniziati col precedente governo.

C’è un sostanziale accordo per portare avanti la legislatura e incassare il passaggio di qualche altro provvedimento bandierina, trofeo da esibire agli elettori

Come valutare le attuali contorsioni della politica italiana? Ecco una domanda a cui non è facile rispondere. Si dovrebbe partire dalla constatazione che si sta rivelando fallimentare il famoso “contratto” su cui si è edificato il governo e che è stato magnificato dai suoi sottoscrittori come la pietra filosofale per portare a risultati brillanti un esecutivo fondato su due forze diverse.

La situazione è magmatica e rivela una maggioranza politica prigioniera delle sue contraddizioni. Lo sarà magari sino al punto da non riuscire a sciogliersi, ma questo peggiora le cose, perché una evidente crisi che non riesce a passare da virtuale ad effettiva non è il contesto adatto per affrontare i problemi che ci troveremo davanti a partire dall’autunno.