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La nota politica di Paolo Pombeni, docente all'Università di Bologna, storico e politologo.

La nota politica di Paolo Pombeni, docente all'Università di Bologna, storico e politologo.

Purtroppo siamo azzoppati da una situazione politica in cui le forze in campo sognano solo ciascuna di poter finalmente arrivare al duello finale in cui sgomineranno l’odiato avversario. Siccome non dobbiamo scrivere la sceneggiatura di un film western, ma il progetto di una complicata ripartenza del paese dopo una crisi che lo ha messo alle corde, non ci serve questa mentalità da scontro finale fra buoni e cattivi.

In questa emergenza paghiamo le conseguenze di una politica politicante che ha compromesso la tenuta sostanziale delle nostre istituzioni. Le difficoltà che si incontrano a tutti i livelli per varare una gestione della crisi che nasca da una vera solidarietà nazionale hanno origine nel passato di questa legislatura: un passato che nessuno vuole scordare.

La crisi sarà lunga e difficile. Va programmata una sua gestione che sia all’altezza di questo sommovimento storico che andrà oltre i problemi posti dalla “quarantena” attuale. Un terremoto dei nostri equilibri sociali, già non solidissimi, va evitato ad ogni costo.

Dove stiamo andando? La domanda diventa angosciante nel momento in cui si realizza ormai che l’epidemia di Covid-19 è qualcosa di maledettamente serio. Ci si aggiunge una fiammata di crisi economica globale innescata dalla guerra del petrolio fra Arabia Saudita e Russia.

Si parla di una tregua di fatto che interessa la politica italiana. Al netto di qualche intemperanza comunicativa (ma come pretendere che i lupi oltre al pelo perdano anche il vizio?) l’emergenza per il Covid-19 induce i leader politici a misurare le parole. Mercoledì il premier Conte convoca i capigruppo di maggioranza ed opposizione per dare al paese l’immagine di una politica che nel momento del bisogno sa mettere da parte le polemiche strumentali. Vedremo come andrà a finire.

La politica italiana è piena di strateghi che hanno in mente grandi manovre per ridisegnare il futuro politico del paese. In realtà si tratta di manovrine parlamentari nella peggiore tradizione del trasformismo italiano. Tutto ruota intorno al tema se preservare o no l’attuale governo Conte.

Con la congiuntura economica sfavorevole (vedi i dati Istat sulla produzione industriale) c’è da riflettere sull’opportunità di gettare il paese nel caos di una guerra elettorale, sicché può anche darsi che la soluzione possa essere, almeno per un intervallo, quel governo di tregua che tutto sommato sarebbe necessario per decantare il groviglio di problemi che si sta accumulando.

Conte si è già buttato in quell’impresa e bastava sentirlo dalla Gruber lunedì scorso per rendersene conto: tutto un discorso attento a riproporre vaghi slogan para-grillini, ad evitare di apparire come in asse col PD, a proporre una evanescente ideologia “progressista” che non si capiva né cosa fosse, né dove andasse a parare.

A pochi giorni dall’apertura di urne elettorali emiliane e calabresi che si scommette saranno “fatidiche” è difficile analizzare la situazione del paese. Salvini è riuscito ad occupare tutta la scena e l’ha fatto alla grande: meglio persino del Berlusconi dei tempi andati, che non sapeva andare davvero in mezzo alla gente. Le Sardine lo aiutano nel compito.

Può davvero il premier Conte mettere un freno a tutto questo portando la sua maggioranza ad una verifica a fine mese che si concluda con il consenso di tutti alla stesura di una agenda delle cose da fare fino alla scadenza della legislatura nel 2023? Fra gli osservatori non ci crede nessuno e del resto fino ad ora Conte non è mai riuscito a ricondurre alla ragione i Cinque Stelle: al massimo ha pasticciato con le soluzioni per i temi aperti in modo da limitarsi a dar loro ragione a metà.

Ormai la cifra della politica italiana sembra essere quella del rinvio e dell’attesa. Il 7 gennaio doveva esserci il primo incontro per venire a capo del rebus prescrizione, ma è stato rinviato: ufficialmente per impegni di politica estera, in realtà perché non si sa come venirne fuori. Infatti più i Cinque Stelle si indeboliscono più si irrigidiscono per non ammettere la loro condizione e la prescrizione è sempre più una bandierina senza senso a cui non possono rinunciare senza ammettere di aver fatto un inutile pasticcio.

Quando Mattarella ha parlato di identità italiana profonda era chiaro che contrapponeva lo spirito civile e solidale della nazione capace di rimboccarsi le maniche, alle identità fasulle

Un vertice notturno del governo (ormai sembra che solo le ore dopo le 21 siano adatte per quel genere di riunioni) in cui non si dovevano fare programmi, ma solo accordarsi sul provvedimento per le autonomie differenziate. Non si è arrivati ad un vero accordo neppure su quello. Tutto è rimandato a gennaio, forse nell’attesa che la Befana porti qualche potere magico per rappattumare una maggioranza la cui debolezza non accenna a sparire.

Il movimento delle “sardine” ha due vie per durare: sopravvivere riuscendo a costringere la politica a “cambiare tono” e soprattutto a cambiare persone, oppure strutturarsi per conto suo. L’impresa non è facile.

Non passa giorno senza che non si veda qualcosa che fa dubitare di essere governati da un esecutivo che dispone di una maggioranza parlamentare. Un tempo era così perché esistevano i famosi “franchi tiratori”, ovvero parlamentari che nel segreto dell’urna votavano contro la linea politica decisa dal partito di appartenenza. Oggi contro l’esecutivo di cui fanno parte si pronunciano i suoi stessi membri.

La convinzione di molti fra gli osservatori è che la tenuta del governo stia lentamente venendo meno. Ormai si discute solo su due cose. La prima è se la crisi arriverà prima o dopo il voto del 26 gennaio in Emilia e in Calabria (più probabile dopo). La seconda è se la crisi sfocerà davvero in uno scioglimento anticipato della legislatura o se la volontà di sopravvivenza degli attuali parlamentari porterà ad una crisi pilotata.