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La nota politica di Paolo Pombeni, docente all'Università di Bologna, storico e politologo.

La nota politica di Paolo Pombeni, docente all'Università di Bologna, storico e politologo.

A pochi giorni dall’apertura di urne elettorali emiliane e calabresi che si scommette saranno “fatidiche” è difficile analizzare la situazione del paese. Salvini è riuscito ad occupare tutta la scena e l’ha fatto alla grande: meglio persino del Berlusconi dei tempi andati, che non sapeva andare davvero in mezzo alla gente. Le Sardine lo aiutano nel compito.

Può davvero il premier Conte mettere un freno a tutto questo portando la sua maggioranza ad una verifica a fine mese che si concluda con il consenso di tutti alla stesura di una agenda delle cose da fare fino alla scadenza della legislatura nel 2023? Fra gli osservatori non ci crede nessuno e del resto fino ad ora Conte non è mai riuscito a ricondurre alla ragione i Cinque Stelle: al massimo ha pasticciato con le soluzioni per i temi aperti in modo da limitarsi a dar loro ragione a metà.

Ormai la cifra della politica italiana sembra essere quella del rinvio e dell’attesa. Il 7 gennaio doveva esserci il primo incontro per venire a capo del rebus prescrizione, ma è stato rinviato: ufficialmente per impegni di politica estera, in realtà perché non si sa come venirne fuori. Infatti più i Cinque Stelle si indeboliscono più si irrigidiscono per non ammettere la loro condizione e la prescrizione è sempre più una bandierina senza senso a cui non possono rinunciare senza ammettere di aver fatto un inutile pasticcio.

Quando Mattarella ha parlato di identità italiana profonda era chiaro che contrapponeva lo spirito civile e solidale della nazione capace di rimboccarsi le maniche, alle identità fasulle

Un vertice notturno del governo (ormai sembra che solo le ore dopo le 21 siano adatte per quel genere di riunioni) in cui non si dovevano fare programmi, ma solo accordarsi sul provvedimento per le autonomie differenziate. Non si è arrivati ad un vero accordo neppure su quello. Tutto è rimandato a gennaio, forse nell’attesa che la Befana porti qualche potere magico per rappattumare una maggioranza la cui debolezza non accenna a sparire.

Il movimento delle “sardine” ha due vie per durare: sopravvivere riuscendo a costringere la politica a “cambiare tono” e soprattutto a cambiare persone, oppure strutturarsi per conto suo. L’impresa non è facile.

Non passa giorno senza che non si veda qualcosa che fa dubitare di essere governati da un esecutivo che dispone di una maggioranza parlamentare. Un tempo era così perché esistevano i famosi “franchi tiratori”, ovvero parlamentari che nel segreto dell’urna votavano contro la linea politica decisa dal partito di appartenenza. Oggi contro l’esecutivo di cui fanno parte si pronunciano i suoi stessi membri.

La convinzione di molti fra gli osservatori è che la tenuta del governo stia lentamente venendo meno. Ormai si discute solo su due cose. La prima è se la crisi arriverà prima o dopo il voto del 26 gennaio in Emilia e in Calabria (più probabile dopo). La seconda è se la crisi sfocerà davvero in uno scioglimento anticipato della legislatura o se la volontà di sopravvivenza degli attuali parlamentari porterà ad una crisi pilotata.

Questo governo non ha alcuna autorevolezza che gli consenta di imporsi ai rissosi componenti della sua maggioranza ciascuno dei quali è in teoria capace di buttarlo all’aria. In teoria, ma non in pratica, perché siamo in sessione di bilancio e una caduta del governo comporterebbe l’esercizio finanziario provvisorio.

Dopo tanti giorni di sospiri sul “non si può andare avanti così”, sembra che il governo Conte stia arrivando ad un punto di svolta: o trova il modo di rimettersi in carreggiata o va a sbattere. E’ una concentrazione di problemi quella che il premier deve affrontare...

Ma il governo Conte ce l’ha una maggioranza parlamentare? La domanda non è peregrina, visto che la sua coalizione uno straccio di identità sembra proprio non riuscire a trovarlo. Ma a fare acqua è il sistema Italia nel suo complesso: la vicenda Ilva è emblematica.

Le regionali in Umbria sono state una debacle che ha segnato un distacco di ben 20 punti fra la coalizione di destra e quella che sostiene il governo. Impossibile che un simile risultato non avesse ripercussioni sul quadro nazionale, nonostante l’esiguità del campione interessato.

Già la formula degli accordi sulla manovra “salvo intese” non lasciava presagire nulla di buono. Si pensava che bastasse per rinviare il confronto all’aula parlamentare, quando la legge di bilancio sarebbe andata in discussione. Si sarebbe guadagnato del tempo e poi le vecchie volpi del gioco parlamentare sanno bene che nella confusione di quel tipo di discussioni si può far passare tutto senza che sia troppo visibile sia chi ha governato le operazioni sia a cosa si puntasse.

Siamo sempre lì, più o meno inchiodati sulla legge di bilancio, la cui ossatura doveva essere già inviata a Bruxelles. I contrasti fra le componenti del governo fanno fatica a trovare una sintesi: ogni partito vuole poter sventolare una sua bandierina e i soldi a disposizione sono quello che sono.

Non c’è nulla di storico nella decisione di imporre un drastico taglio nel numero dei parlamentari: è un pegno alla capacità di interdizione di M5S, prima pagato dagli alleati nel governo gialloverde, ora dai nuovi alleati.

E’ arrivata anche la scadenza del DEF, il documento con cui si dichiara in prospettiva la strategia di bilancio che il governo intende poi applicare con la legge finanziaria che arriverà fra poco. Linee guida che dovranno poi trovare applicazione concreta. Il bello arriverà allora: le avvisaglie, pesanti, ci sono già state.