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La nota politica di Paolo Pombeni, docente all'Università di Bologna, storico e politologo.

La nota politica di Paolo Pombeni, docente all'Università di Bologna, storico e politologo.

Sembra che alla fine stia per arrivare una svolta nella politica economica che vorrebbe varare il governo giallo-verde: avanti tutta per cercare di trovare un accordo con l’Europa ed evitare il trauma della procedura di infrazione. Sembra.

Difficile non cogliere la confusione in cui versa in questo momento il governo. Apparentemente è solido Ma si nota fra gli osservatori un crescendo di domande su quanto a lungo terrà questa maggioranza e si comincia a parlare di possibile crisi in primavera.

La settimana politica ci ha fatto assistere ad un crescendo di nervosismo e vedremo cosa succederà dopo mercoledì, quando saranno rese note le decisioni di Bruxelles (che non conosciamo al momento di stendere questo articolo). La coalizione giallo-verde è evidentemente sotto stress dovendo affrontare una situazione più complicata di quello che aveva previsto, ma soprattutto dovendo registrare la debolezza tattica e strategica dei Cinque Stelle.

Lega e Cinque Stelle appaiono sempre più in difficoltà quanto a condivisione di obiettivi per quanto riguarda il governo e di conseguenza il futuro del paese. Per ovviare al problema, che ovviamente non è di poco conto perché i due avrebbero interesse a stare insieme fino alle Europee, puntano a condividere almeno un nemico, che è l’Unione Europea.

La realtà prima o poi presenta il suo conto: è quanto sperimenta il governo giallo-verde, anche se fatica ad ammetterlo. Governare è molto più difficile che proclamare slogan o predicare cambiamenti miracolosi. Sembra banale dirlo, ma l’attuale sistema ministeriale resiste a capirlo.

La scelta del governo giallo-verde di andare allo scontro con la Commissione Europea è rischiosa, ma lo è altrettanto quella della Commissione di affrontare la prova di forza. Adesso la situazione si incancrenisce inevitabilmente. Il governo non può accettare di fare la figura di chi si ritira con la coda fra le gambe: ci sono alle porte le elezioni europee, la Lega ha il vento in poppa (Trentino docet), i Cinque Stelle invece arrancano.

La manovra di bilancio è stata approvata dal Consiglio dei ministri con la consueta sceneggiatura di trionfalismi, inclusi quelli del premier Conte e aggiungendoci un inaspettato numeretto di Tria che si è assunto la corresponsabilità di tutto smentendo qualsiasi ipotesi di dimissioni. La domanda che ci si deve porre è se si tratti di una manovra che affronta in qualche modo la crisi che continua ad interessare il nostro paese. La risposta è negativa.

Il governo ha imboccato una strada piuttosto rischiosa: la scelta di sfidare l’Unione Europea fidando sul fatto che una Commissione a fine mandato e con scarse possibilità di riconferma abbia poche possibilità di mettersi di traverso sulle scelte di uno stato membro.

Difficile non stupirsi di fronte ad un governo pasticcione come quello attuale. Il caso del decreto legge sul ponte Morandi, approvato, “salvo intese”, il 12 settembre e che ancora martedì 25 non aveva visto la luce è esemplare..

E’ difficile essere ottimisti di fronte allo spettacolo che sta offrendo la nostra classe politica, tanto di governo quanto di opposizione. L’unica cosa che le unisce è la confusione totale in cui si stanno muovendo.

La vecchia battuta “si sparli di me purché si parli” sembra essere il faro del governo giallo-verde che non cessa di tenere il centro della scena con rappresentazioni ed annunci. La vicenda della comunicazione dei giudici a Salvini circa l’apertura di una inchiesta a suo carico è emblematica.

Nelle stanze del governo si sta lavorando ormai al documento di economia e finanza (il famoso e famigerato DEF) che porta alla stesura del bilancio di previsione 2019. E’ il passaggio che tutti attendono, operatori economici (con le note agenzie di rating), leader politici, uffici di Bruxelles e osservatori internazionali,.

I due vicepremier Di Maio e Salvini si danno da fare per mantenere alta la tensione su tutto e per trasmettere l’impressione che sia in atto una specie di grande rivoluzione nella politica italiana. Il premier Conte è un desaparecido, che ogni tanto viene timidamente in scena .

Il governo giallo-verde (o giallo-blu se si vuole sottolineare il nuovo ruolo di Salvini rispetto alla tradizione della Lega prima versione) inizia a misurarsi con l’onere di governare. Governare è qualcosa di più che far passare provvedimenti bandiera: significa gestire la complicata attività istituzionale che deve o dovrebbe portare il paese ad ottenere buoni risultati .

L’amore per la politica muscolare sta facendo enormi danni. Ormai non si ragiona più da nessuna parte, ma si procede per proclami e l’assegnare la qualifica di buoni o di cattivi dipende più da pregiudizi e da false coscienze che da serie analisi della situazione. Il caso più facile per verificare questa affermazione è la spinosa questione dei migranti. In tempi di cambiamenti lo spazio per ragionare si riduce e si preferisce guardare alla raccolta a breve del consenso.

Bisognerebbe avere il coraggio di dirlo: siamo ormai un paese senza politica. Almeno se intendiamo “politica” in un senso pieno, come capacità di governare il confronto fra la vita associata (la polis) e le contingenze storiche in cui ti tocca vivere. Non possiamo certo chiamare politica quello che Salvini sta facendo.