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La nota politica di Paolo Pombeni, docente all'Università di Bologna, storico e politologo.

La nota politica di Paolo Pombeni, docente all'Università di Bologna, storico e politologo.

Se si parla delle elezioni europee è solo per valutarle in chiave di test di politica interna: Salvini davanti a M5S, PD che tiene o meno e via discorrendo. Certo poi ogni tanto si fa un po’ di demagogia sull’Unione Europea: tutti per dire che così non va.

L’eco degli esiti delle elezioni regionali abruzzesi è stato forte. Lasciamo perdere i consueti teatrini in cui tutti tirano l’acqua al proprio mulino e cerchiamo di capirci qualcosa. Il primo dato che ci pare ampiamente sottovalutato è l’astensionismo che sfiora la metà degli aventi diritto.

I governi coalizione non sono quasi mai club di amici, anzi non di rado si compongono di alleati che si guardano con reciproco sospetto: è successo ai tempi del centrismo, del centro sinistra, del pentapartito, giù giù sino ai governi Berlusconi e a quelli Prodi per continuare con i più recenti. Mai però c’era stato un contrasto così aspro e divaricante come quello attuale fra Lega e Cinque Stelle.

Più passa il tempo e più diventano evidenti le debolezze dell’esecutivo giallo-verde, che non solo è vittima delle tensioni fra le due componenti della maggioranza, ma non riesce a trovare nel ruolo del presidente Conte quel punto di sintesi auspicato, e anzi già dato per operativo, da più parti.

C’è chi si stupisce delle intemerate, piuttosto balorde, sulla Francia da parte di Di Maio, Di Battista e Salvini non tiene conto delle difficoltà che i due cosiddetti azionisti di maggioranza del governo avranno da affrontare nei prossimi mesi. Non solo devono sperare di uscire bene da alcune prove elettorali inclusa quella europea che sono tutt’altro che facili, ma dovranno fare i conti con la ricezione da parte della gente delle loro riforme così tanto propagandate.

Il dato che sembra emergere in maniera sempre più evidente è la difficoltà crescente in cui si trovano i Cinque Stelle. Mentre Salvini riesce a farsi perdonare le sue rodomontate continue facendo capire che poi quando si parla di politica seria ragiona in altro modo, Di Maio non riesce a guadagnare credito e la sua alleanza con Di Battista non gli giova di certo.

E’ una strada scivolosa quella che dovranno percorrere da adesso in avanti il governo e la sua maggioranza: infatti non si potrà più limitarsi a giocare con gli slogan e le bandierine da sventolare davanti agli elettori (anche se continueranno a farlo) perché si dovranno prendere decisioni su provvedimenti molto concreti. Già il decreto che darà forma a reddito di cittadinanza e pensioni con quota 100 si preannuncia come un passaggio difficile.

Al fascino sottile delle rispettive bandierine Di Maio e Salvini proprio non riescono a sottrarsi. Il negoziato con la Commissione Europea sta assumendo contorni kafkiani perché ormai tutti sono congelati nei rispettivi ruoli.

L’Italia non viene messa sotto processo e poi eventualmente sanzionata solo per quello che fa lei, ma per mandare segnali minacciosi che dissuadano altri a percorrere quelle strade.

Sembra che alla fine stia per arrivare una svolta nella politica economica che vorrebbe varare il governo giallo-verde: avanti tutta per cercare di trovare un accordo con l’Europa ed evitare il trauma della procedura di infrazione. Sembra.

Difficile non cogliere la confusione in cui versa in questo momento il governo. Apparentemente è solido Ma si nota fra gli osservatori un crescendo di domande su quanto a lungo terrà questa maggioranza e si comincia a parlare di possibile crisi in primavera.

La settimana politica ci ha fatto assistere ad un crescendo di nervosismo e vedremo cosa succederà dopo mercoledì, quando saranno rese note le decisioni di Bruxelles (che non conosciamo al momento di stendere questo articolo). La coalizione giallo-verde è evidentemente sotto stress dovendo affrontare una situazione più complicata di quello che aveva previsto, ma soprattutto dovendo registrare la debolezza tattica e strategica dei Cinque Stelle.

Lega e Cinque Stelle appaiono sempre più in difficoltà quanto a condivisione di obiettivi per quanto riguarda il governo e di conseguenza il futuro del paese. Per ovviare al problema, che ovviamente non è di poco conto perché i due avrebbero interesse a stare insieme fino alle Europee, puntano a condividere almeno un nemico, che è l’Unione Europea.

La realtà prima o poi presenta il suo conto: è quanto sperimenta il governo giallo-verde, anche se fatica ad ammetterlo. Governare è molto più difficile che proclamare slogan o predicare cambiamenti miracolosi. Sembra banale dirlo, ma l’attuale sistema ministeriale resiste a capirlo.

La scelta del governo giallo-verde di andare allo scontro con la Commissione Europea è rischiosa, ma lo è altrettanto quella della Commissione di affrontare la prova di forza. Adesso la situazione si incancrenisce inevitabilmente. Il governo non può accettare di fare la figura di chi si ritira con la coda fra le gambe: ci sono alle porte le elezioni europee, la Lega ha il vento in poppa (Trentino docet), i Cinque Stelle invece arrancano.

La manovra di bilancio è stata approvata dal Consiglio dei ministri con la consueta sceneggiatura di trionfalismi, inclusi quelli del premier Conte e aggiungendoci un inaspettato numeretto di Tria che si è assunto la corresponsabilità di tutto smentendo qualsiasi ipotesi di dimissioni. La domanda che ci si deve porre è se si tratti di una manovra che affronta in qualche modo la crisi che continua ad interessare il nostro paese. La risposta è negativa.