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La nota politica di Paolo Pombeni, docente all'Università di Bologna, storico e politologo.

La nota politica di Paolo Pombeni, docente all'Università di Bologna, storico e politologo.

Siamo sempre lì, più o meno inchiodati sulla legge di bilancio, la cui ossatura doveva essere già inviata a Bruxelles. I contrasti fra le componenti del governo fanno fatica a trovare una sintesi: ogni partito vuole poter sventolare una sua bandierina e i soldi a disposizione sono quello che sono.

Non c’è nulla di storico nella decisione di imporre un drastico taglio nel numero dei parlamentari: è un pegno alla capacità di interdizione di M5S, prima pagato dagli alleati nel governo gialloverde, ora dai nuovi alleati.

E’ arrivata anche la scadenza del DEF, il documento con cui si dichiara in prospettiva la strategia di bilancio che il governo intende poi applicare con la legge finanziaria che arriverà fra poco. Linee guida che dovranno poi trovare applicazione concreta. Il bello arriverà allora: le avvisaglie, pesanti, ci sono già state.

Il PD ha incassato un brutto colpo con la decisione, improvvida, di Renzi di varare un suo partito. La spinta a farlo gli è venuta oltre che dal suo indubbio super-ego da alcune componenti del gruppo dirigente del Nazareno che sognano la restaurazione di un partito “de sinistra” (il romanesco è d’obbligo, perché non di culture politiche si tratta, ma di frequentazione dei salotti capitolini). Per costoro il sogno è che la componente che si autodefinisce riformista e liberale (che poi lo sia è da vedere) faccia un partito a sé, magari aggregando forze moderate esterne al mondo del PD sicché poi magari si farà davvero qualcosa come il vecchio, mitico, centrosinistra.

E’ sul fronte interno che Conte e i suoi ministri devono sbrogliare le molte matasse che si trovano sulle rispettive scrivanie.

Comincia una nuova era per non dire che siamo di fronte ad una svolta? Non solo è presto per dirlo, ma questo governo è per tanti aspetti un enigma.

La coalizione mette insieme forze certamente non omogenee, ma soprattutto i Cinque Stelle hanno problemi di presenzialismo competitivo come si è visto nella conferenza stampa in cui Di Maio ha annunciato il risultato del voto sulla piattaforma: a sentirlo sembrava che fosse in arrivo un governo quasi monocolore M5S, per di più intenzionato a portare a termine una serie di lavori iniziati col precedente governo.

C’è un sostanziale accordo per portare avanti la legislatura e incassare il passaggio di qualche altro provvedimento bandierina, trofeo da esibire agli elettori

Come valutare le attuali contorsioni della politica italiana? Ecco una domanda a cui non è facile rispondere. Si dovrebbe partire dalla constatazione che si sta rivelando fallimentare il famoso “contratto” su cui si è edificato il governo e che è stato magnificato dai suoi sottoscrittori come la pietra filosofale per portare a risultati brillanti un esecutivo fondato su due forze diverse.

La situazione è magmatica e rivela una maggioranza politica prigioniera delle sue contraddizioni. Lo sarà magari sino al punto da non riuscire a sciogliersi, ma questo peggiora le cose, perché una evidente crisi che non riesce a passare da virtuale ad effettiva non è il contesto adatto per affrontare i problemi che ci troveremo davanti a partire dall’autunno.

Il risultato è che tutto si riduce ad una zuffa fra fan dell’una e dell’altra soluzione, mirata solo ad ottenere un dividendo elettorale da qualcuna delle corporazioni in campo.

Il nostro governo non sembra avere una chiara visione di quale possa essere il suo futuro nella rissosa Unione che si profila

Non si sa cosa pensare delle continue schermaglie fra Salvini e Di Maio, intervallate da riappacificazioni per mettere in difficoltà Conte. Se sono solo sceneggiate per tenere il centro della scena, sono uno spettacolo triste e poco responsabile.

Al momento neppure il PD a guida Zingaretti sembra capace di far convivere una decisa svolta progettuale che rompa con gli schematismi delle sue vecchie ideologie con una strategia politica coraggiosa di fronte alle scadenze elettorali che si troverà davanti in autunno.

Sono passati anche i ballottaggi e dunque la grande tornata elettorale dovrebbe essersi chiusa. Ci sono ancora scampoli: elezioni comunali in Sardegna nella prossimasettimana, poi le regionali in Emilia Romagna e Calabria nel tardo autunno (ammesso che non le posticipino un po’). Resta ovviamente l’incognita di un possibile scioglimento anticipato della legislatura che al momento viene respinto da Conte, Salvini e Di Maio.

Conte si è ben guardato dal mettere scadenze, ha continuamente badato a dare un colpo al cerchio pentastellato ed uno alla botte leghista,

Le urne hanno dato il responso come era nelle previsioni, anche se non è stato quello che ci si attendeva. Adesso tutti si chiedono se quanto è successo avrà conseguenze sul governo.