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La nota politica di Paolo Pombeni, docente all'Università di Bologna, storico e politologo.

La nota politica di Paolo Pombeni, docente all'Università di Bologna, storico e politologo.

Detto questo, ci pare che sarebbe il caso che il premier e il suo governo, nonché i due partiti che lo sostengono, si occupassero di una questione assai più rilevante anche se meno adatta come soggetto per le sceneggiate da bulli in cui si esibiscono Di Maio e Salvini a pro di talk show e telecamere: il cambiamento in atto nel quadro europeo.

Soprattutto il leader della Lega ha scommesso da tempo sul cambiamento che si sarebbe verificato nell’Unione Europea dopo le elezioni di maggio.

In materia di polemiche i due teatranti stanno esaurendo il repertorio, nonostante sia questo il momento migliore per trarre dei frutti dalla propria arte. Infatti se alle Europee tra meno di un mese la gente arriverà sfibrata dal girare a vuoto di questa campagna elettorale infinita è possibile che nelle urne ci siano più sorprese di quelle che pronosticano i sondaggi.

Mentre l’orizzonte politico, sia interno che internazionale, si complica in maniera accelerata, le forze che sono presenti sulla scena del nostro paese sembrano sempre più incapaci di trovare una bussola che le aiuti a trovare una direzione di marcia. Il panorama è desolante e non registra eccezioni.

Si fa presto a rispondere da bulletti ai rilievi dell’Ocse invitandola a non impicciarsi negli affari nostri, ma altrettanto presto arriverà la sanzione per l’ennesima scemenza espressa dal nostro governo: dare valutazioni sulle economie dei vari Paesi è il mestiere dell’Ocse che non può sottrarsi ad esso e inoltre le analisi vanno eventualmente contestate nel merito, non respinte a prescindere.

Ormai ogni mezzo è buono per sperare in un incremento di voti alle prossime elezioni europee sempre più elevate al ruolo di pietra di paragone per testare lo stato della nuova politica italiana. Avanti con la lotta di tutti contro tutti. C’è chi lotta per risalire e chi si batte per mantenere le posizioni o per allargarle. In questa seconda categoria c’è Salvini che deve trovare qualcosa di nuovo rispetto a temi che ormai ha sfruttato a fondo (migranti, quota 100, legittima difesa). Il nuovo orizzonte è una riduzione delle tasse per il ceto medio.

I sondaggi, per quel che valgono, segnalano una ripresa del PD che tenderebbe a superare un poco il 19% e una ulteriore contrazione dei Cinque Stelle che scenderebbero al 21-22%. Sono dati registrati prima che fosse conosciuto il risultato notevole delle primarie per la scelta del segretario PD con 1,6 milioni di persone che hanno votato e il successo travolgente di Zingaretti che col 66% dei consensi ha letteralmente surclassato sia Martina che Giachetti (due espressioni dei tradizionali blocchi di potere interni al partito). Al contempo però cresce ancora la Lega che sembra arrivare al 35%.

Tutti a speculare sul significato delle elezioni regionali sarde che hanno registrato un altro scossone del nostro sistema politico ormai in costante evoluzione: inevitabile, anche giusto, ma da gestire con una certa freddezza. Vediamo qualche questione aperta.

Se si parla delle elezioni europee è solo per valutarle in chiave di test di politica interna: Salvini davanti a M5S, PD che tiene o meno e via discorrendo. Certo poi ogni tanto si fa un po’ di demagogia sull’Unione Europea: tutti per dire che così non va.

L’eco degli esiti delle elezioni regionali abruzzesi è stato forte. Lasciamo perdere i consueti teatrini in cui tutti tirano l’acqua al proprio mulino e cerchiamo di capirci qualcosa. Il primo dato che ci pare ampiamente sottovalutato è l’astensionismo che sfiora la metà degli aventi diritto.

I governi coalizione non sono quasi mai club di amici, anzi non di rado si compongono di alleati che si guardano con reciproco sospetto: è successo ai tempi del centrismo, del centro sinistra, del pentapartito, giù giù sino ai governi Berlusconi e a quelli Prodi per continuare con i più recenti. Mai però c’era stato un contrasto così aspro e divaricante come quello attuale fra Lega e Cinque Stelle.

Più passa il tempo e più diventano evidenti le debolezze dell’esecutivo giallo-verde, che non solo è vittima delle tensioni fra le due componenti della maggioranza, ma non riesce a trovare nel ruolo del presidente Conte quel punto di sintesi auspicato, e anzi già dato per operativo, da più parti.

C’è chi si stupisce delle intemerate, piuttosto balorde, sulla Francia da parte di Di Maio, Di Battista e Salvini non tiene conto delle difficoltà che i due cosiddetti azionisti di maggioranza del governo avranno da affrontare nei prossimi mesi. Non solo devono sperare di uscire bene da alcune prove elettorali inclusa quella europea che sono tutt’altro che facili, ma dovranno fare i conti con la ricezione da parte della gente delle loro riforme così tanto propagandate.

Il dato che sembra emergere in maniera sempre più evidente è la difficoltà crescente in cui si trovano i Cinque Stelle. Mentre Salvini riesce a farsi perdonare le sue rodomontate continue facendo capire che poi quando si parla di politica seria ragiona in altro modo, Di Maio non riesce a guadagnare credito e la sua alleanza con Di Battista non gli giova di certo.

E’ una strada scivolosa quella che dovranno percorrere da adesso in avanti il governo e la sua maggioranza: infatti non si potrà più limitarsi a giocare con gli slogan e le bandierine da sventolare davanti agli elettori (anche se continueranno a farlo) perché si dovranno prendere decisioni su provvedimenti molto concreti. Già il decreto che darà forma a reddito di cittadinanza e pensioni con quota 100 si preannuncia come un passaggio difficile.

Al fascino sottile delle rispettive bandierine Di Maio e Salvini proprio non riescono a sottrarsi. Il negoziato con la Commissione Europea sta assumendo contorni kafkiani perché ormai tutti sono congelati nei rispettivi ruoli.