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La nota politica di Paolo Pombeni, docente all'Università di Bologna, storico e politologo.

La nota politica di Paolo Pombeni, docente all'Università di Bologna, storico e politologo.

La situazione politica sta mutando, anche se non si capisce bene in che direzione. I sondaggi che avevano segnalato un piccolo arretramento del PDL lo vedono ora in recupero, mentre la Lega scenderebbe un poco. Numeri ballerini che si considera che fra indecisi e astensionisti siamo sempre attorno al 40%, ma è quanto basta al premier per rilanciare la sua presenza. Al momento sembra in declino l’onda di indignazione per il caso Ruby, e Berlusconi, che è abilissimo a fiutare il cambio del vento, spiazza tutti con una mossa ad effetto: l’offerta all’opposizione di una tregua per concordare insieme misure di rilancio dell’economia. Nonostante una lisciata verso l’on. Bersani, il messaggio rimane in realtà ambiguo, perché non esce dal generico.

L’andamento della politica italiana precipita in modo sempre più preoccupante. Il “caso Ruby” sta diventando una telenovela anche piuttosto squallida, in cui certamente Berlusconi fa una pessima figura, ma non migliore la fanno i media che fingono di invitare alla riflessione su questo tema e invece attizzano, per la maggior parte, inutili risse fra personaggi in cerca di palcoscenici su cui apparire. Il tema forte che meriterebbe attenzione è accuratamente evitato, ed è questo: cosa significa il consenso popolare alle elezioni?

Il ciclone del cosiddetto “caso Ruby”, cioè l’avvio di un procedimento d’indagine sul premier per sfruttamento della prostituzione minorile, ha completamente cambiato l’orizzonte della battaglia di Silvio Berlusconi con la giustizia milanese. La faccenda non è tanto quella di rapporti sessuali con una o più minorenni, sulla cui veridicità possiamo lasciare in sospeso il giudizio, quanto quella di un uomo di stato che organizza stabilmente festicciole con attricette, donnine disinvolte e quant’altro, come momento di “distrazione”. Berlusconi ora tenta la carta consueta del demagogo: rivolgersi al “popolo” nella speranza che questi, che non legge i giornali e si disinteressa della vita pubblica, gli confermi la fiducia nella convinzione che in fondo al popolo piacciono gli eccessi dei capi.

Ci limitiamo a commentare che tutti gli uomini politici che hanno scommesso su questa carta truccata sono finiti male.

Si parla di “navigazione a vista” per usare una metafora che indica l’incapacità di un soggetto di calcolarsi una rotta sulla base di un piano di viaggio, per cui ci si accontenta di dirigere al nave riferendosi alla meglio agli elementi che si è in grado di vedere sulla costa. Qualcosa del genere può essere detto per la fase attuale della politica italiana. I commentatori più scaltriti dicono o fanno capire che la sostanza della faccenda è che ben pochi vogliono le elezioni anticipate: PD ed ex-PDL perché comunque non pensano di uscire bene da una prova elettorale, il cosiddetto “terzo polo”, perché è ancora ben lontano da avere trovato una coesione interna che gli consenta di affrontare il giudizio delle urne. Ecco allora farsi strada l’offerta di “pacificazione” che avanza Casini, che è tatticamente una iniziativa piuttosto scaltra. In sostanza Casini ripercorre lo schema che tentò Craxi con la DC.

Pur nel tradizionale smorzarsi degli interessi per la politica che accompagna il periodo natalizio, è rimasta viva la domanda su quanto e come potesse sciogliersi la situazione che si è ereditata dalla risicata vittoria del governo alla prova della fiducia parlamentare. Seguire la ridda di profezie, previsioni, retroscena con cui la stampa ha documentato queste incertezze è piuttosto difficile; cavarci una interpretazione unanime è pressoché impossibile.

Che le prospettive per il futuro non siano allegre, lo confermano i misurati, ma in equivoci interventi del presidente Napolitano, il quale non perde occasione per richiamare la delicatezza del passaggio che stiamo vivendo. Lo ha fatto il 20 dicembre nel suo discorso alle Alte Magistrature della Repubblica, lo ha ripetuto con un certo pathos nel suo discorso di auguri per Capodanno, c’è tornato sopra in scambi informali di battute durante la sua breve vacanza privata a Napoli. I politici si guardano bene dal prendere sul serio questo tema che li imbarazza non poco, perché non sanno affrontarlo se non per usi polemici, ma sono consapevoli che così si mangiano il residuo credito popolare di cui dispongono.

La sfida politica sulla fiducia al governo è stata vinta di misura da Berlusconi, ma è arduo dire che si sia risolto qualcosa. La maggioranza è debole non per i numeri, poiché in astratto basta un voto in più, ma per la mancanza di una linea politica. Il premier insiste col suo ritornello sulle solite grandi riforme, ma non ha alcuna capacità di imporre una linea che del resto non ha. L’unica cosa che porterà a termine sarà probabilmente la riforma dell’università: un testo in sé non malvagio, ma con  forti ambiguità, che lasciano aperti margini di manipolazione molto ampi. Perciò al momento il solo risultato di questo atto è “giustificare” un ritorno di fiamma dell’opposizione giovanile, anche se si tratta di una opposizione minoritaria e soprattutto priva di prospettive.

Chi si accontenta gode, e questa sembra essere la massima scelta dall’opposizione dopo la vittoria, sia pure ai punti, di Berlusconi nel match parlamentare. Il PD ha scelto di dire che comunque si è allargata la minoranza e questo viene presentato come un buon risultato (sarà…); Fini ha fatto capire che con 3 voti di maggioranza alla Camera Berlusconi non andrà tanto lontano. A noi francamente le cose sembrano un po’ più complicate. Certamente aspettarsi che il governo in queste condizioni possa fare grandi cose è utopistico, ma c’è il piccolo problema che questo a Berlusconi interessa relativamente: il suo problema è rimanere a Palazzo Chigi senza che si possa dire che Fini l’ha sfrattato. Il resto conta relativamente, come del resto è stato anche sino ad oggi.

E’ più che difficile immaginare come possa andare a finire il braccio di ferro politico che va avanti oramai da mesi e che dovrebbe trovare il suo momento di verità il fatidico 14 dicembre coi voti della Camera e del Senato. Non è solo il problema di immaginare se Berlusconi ce la farà o meno a raccattare una maggioranza formale che lo tenga in piedi. Ben più grave è la questione di cosa possa farsene lui di una maggioranza messa insieme con accorgimenti di basso profilo e cosa possa farsene l’opposizione di una eventuale sfiducia che passa anch’essa per il rotto della cuffia. Certo Berlusconi non può illudersi di governare con una maggioranza che passa da un margine di un centinaio di deputati ad un margine di un paio di voti.

La sceneggiata che sta andando in onda sul tema della legge di riforma universitaria verrà ricordata in futuro come uno dei momenti più bassi della politica italiana negli ultimi cinquant’anni. Intendiamoci: la legge Gelmini non è un capolavoro, fra il resto perché è frutto di un micidiale mix fra alcuni pregiudizi ideologici e tabù della cultura di centro-destra e una serie di compromessi con una ideologia stracciona in materia che da tempo connota l’opposizione di sinistra. Tuttavia le va riconosciuto il merito di affrontare finalmente in maniera globale il problema del riordino di un sistema come quello universitario letteralmente sfasciato da anni di interventi settoriali, da una decadenza di costumi che ne minano l’autogoverno, da una estensione abnorme e non programmata che ne ha incrinato gli standard di qualità. Di fronte a questo stato di cose si è assistito a un sussulto senza senso di paure di fronte al futuro da parte di quote, non certo maggioritarie, del mondo studentesco e ad una “chiamata alle armi” dei reduci delle patrie battaglie (quelli nostalgici del mito del ’68) a sinistra come a destra.

Difficile trovare un altro aggettivo che dia il quadro della situazione meglio di “ingarbugliata”. Ormai nessuno che sia serio azzarda più previsioni su quel che avverrà perché quasi ogni ora c’è una novità, ma mai che arrivi quella decisiva: si è trovata una via di uscita ragionevole dalla crisi che attanaglia non tanto il governo, quanto la governabilità del paese.

La telenovela della nostra crisi politica forse si avvia al suo epilogo. E’ merito del presidente Napolitano se alla fine si è riusciti a costringere le follie della politica entro un percorso un minimo ragionevole e soprattutto comprensibile. Dopo le sparate di quelli che giustamente Gustavo Zagrebelski ha definito “i fantasisti della costituzione”, con le varie arrampicate sugli specchi circa la possibilità di sciogliere una sola Camera o il continuo riferimento a presunte riforme “di fatto” della nostra Carta fondamentale, il presidente della repubblica ha ricondotto le cose in un alveo accettabile. O almeno ha fatto il possibile perché ciò avvenisse. La convocazione al Quirinale dei presidenti di Camera e Senato è un gesto che sfrutta l’estremo limite del potere del Presidente, ma che è impiegato per una causa più che giusta: impedire che in questo frangente delicatissimo il paese scivoli lungo la china del discredito internazionale per una classe politica incapace di controllare le proprie pulsioni.

La politica italiana è sempre più una storia infinita. Si aspettava una volta di più che Fini parlasse come se questo dovesse chiudere una partita e ci troviamo ancora avvolti nelle nebbie. La stampa si sbizzarrisce in titoli fantasiosi per spiegare questa realtà, ma la verità è che non è tanto facilmente decifrabile. Fini non ha “staccato la spina” al governo, perché per farlo davvero avrebbe dovuto dire che con Berlusconi non voleva più stare. Si è limitato a dire che chiedeva una crisi per formare un nuovo governo sempre con Berlusconi premier. La mossa è tattica e non manca di una sua astuzia, anche se, ovviamente, segnerebbe la fine politica di Berlusconi, già ridotto alle corde e costretto a stare in piedi appoggiandosi del tutto alla Lega.

La domanda se sia possibile che un paese della vecchia Europa sia costretto a vivere in apnea per le intemperanze sessuali del suo premier è puramente retorica: è quel che sta accadendo e c’è poco da farci sopra della filosofia. La questione è semmai la tenuta di questa figura, ormai francamente un po’ patetica e chiaramente avviata sul viale del tramonto. Infatti quando ci si chiede cosa impedisca che Berlusconi venga messo da parte, non è semplice dare una risposta convincente.

La storiella del “consenso popolare” regge fino ad un certo punto: non perché sia falso che Berlusconi ha avuto ed a stare a certi sondaggi ha ancora un consenso ampio, ma perché non è certo se questo consenso si conserverebbe se i “suoi” lo lasciassero andare alla deriva.

Se avessimo voglia di scherzare, diremmo che quel che sta avvenendo nella presente congiuntura politica assomiglia alla classica situazione dei romanzi gialli incentrati su un delitto senza movente. Infatti è difficile capire cosa spinga una classe politica verso una specie di dissoluzione senza reali prospettive di ricambio. A stare alle analisi che circolano c’è uno strano gioco in voga nei rapporti fra le diverse forze presenti in parlamento, quello che di solito si rappresenta nella metafora del gioco del gatto col topo, solo che nel nostro caso i due ruoli sono intercambiabili ed ognuno è, al tempo stesso, gatto e topo. Vediamo di analizzare le tre componenti principali del nostro puzzle. Cominciamo dal centrodestra con il duello che continua fra Fini e Berlusconi..

E’ diventato un luogo comune fra gli analisti parlare della involuzione a cui sta andando incontro la politica italiana. Gli ultimi sondaggi mostrano una situazione più che preoccupante: secondo le intenzioni di voto registrate da una sondaggio autorevole de La7 ci sarebbe ben il 25% (un quarto!) degli elettori intenzionato ad astenersi, mentre fra i votanti il blocco di centrodestra rimane maggioritario (circa il 42% + il 6% dei finiani), mentre il blocco di centrosinistra raggiungerebbe circa il 38% ammesso di fare una ammucchiata che va da Rutelli (peraltro accreditato di un magro 0,8%) fino all’estrema sinistra. Significa che la situazione è più o meno bloccata nella palude attuale. Molti si lamentano per lo stato di semi-catalessi in cui è piombata l’iniziativa pubblica e per capire di cosa si stia parlando basta comparare con l’attuale caos sulla spazzatura a Napoli quello che si fece a fronte dello stesso problema agli esordi della legislatura.

E' inevitabile che noi pensiamo a Dio come se la pensasse come noi. E allora lo preghiamo: Signore, non arrabbiarti, sii buono, cambia il tuo atteggiamento verso di noi peccatori. E' assurdo. Dio è sempre buono, è sempre misericordioso, è sempre Padre.