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La nota politica di Paolo Pombeni, docente all'Università di Bologna, storico e politologo.

La nota politica di Paolo Pombeni, docente all'Università di Bologna, storico e politologo.

La metafora migliore per rappresentare la fase attuale della politica italiana è probabilmente quella del pendolo: oscillazioni regolari da un estremo all’altro, senza altro senso che quello di promuovere una sorta di moto limitato del meccanismo politico (sempre più autoreferenziali). I due estremi sono lo scioglimento anticipato della letteratura e l’arrivo invece alla sua conclusione naturale. Diciamo che il sospetto che presto il pendolo si inceppi e l’asticella si fermi sulla prima delle due alternative è forte, ma niente è scontato. Soprattutto non siamo in grado di capire quando questo potrebbe avvenire: forse domani, forse fra un anno o due, forse mai. Neppure quest’ultima ipotesi può infatti venire esclusa, perché se davvero Berlusconi trovasse la buccia di banana per azzoppare la volontà di Fini di essere il leader della destra del futuro, è possibile che la legislatura arrivi alla sua scadenza naturale, anche se questo non è proprio nell’interesse del premier, almeno se le prospettive di successo si mantengono favorevoli per lui. Infatti se riuscisse a fare una nuova tornata elettorale prima della naturale scadenza e potesse vincerla, le sue prospettive di succedere a Napolitano al Quirinale diventerebbero consistenti.

Quando i lettori avranno in mano questo articolo, sapranno già come si è conclusa l’ennesima puntata del confronto fra Berlusconi e Fini, mentre noi scriviamo senza conoscerla. Quel che però possiamo tranquillamente prevedere è che non sarà l’ultima della serie. Infatti comunque vadano le cose la maggioranza di centrodestra uscita dalle passate elezioni non sarà più quella di prima. Lo diciamo con tutta tranquillità: il declino di Silvio Berlusconi sembra per il momento inarrestabile. Non sappiamo se il declino sarà lento o se ad un certo punto conoscerà una accelerazione, ma certo è difficile prevedere che possa fermarsi. L’indizio è infatti preciso: il premier non tiene più in mano i suoi. Naturalmente il segnale più preoccupante è la politica assolutamente autonoma che ormai fa la Lega.

C’è più che altro nervosismo nella politica italiana di queste settimane. Di rilevante non succede niente, perché tale non può essere considerata l’affannosa caccia da parte di Berlusconi di voti che lo liberino da una minaccia di negoziato perpetuo coi finiani. E’ uno spettacolo che si è visto altre volte nella politica italiana, magari con minore sfrontatezza: ma questa è il frutto di un sistema, oltre che del decadimento della classe politica. Certo Berlusconi ha perso molto smalto e se ne è perfino reso conto. La confessione di aver percepito nei suoi colleghi al vertice europeo una sorta di perplessità nei suoi confronti è a suo modo candida. Certo il premier ha attribuito la circostanza alla malvagia condotta (a suo dire) di Fini e compagni, ma in realtà è più probabile che sia dovuta alla constatazione dell’appannamento della sua leadership e della sua lucidità politica.

La virata quasi improvvisa e inaspettata della politica italiana si è meritata persino una considerazione autorevole come quella del presidente Napolitano, che è stato veramente instancabile nella turbolenta estate che sta concludendosi per tenere la rotta di un paese che sembrava scivolare nella follia politica. Constatato con qualche sollievo il cambio di rotta, rimane da cercar di capire cosa l’abbia determinato.

Come abbiamo già avuto occasione di dire, è stata innanzitutto la saggezza degli italiani: come hanno rilevato i sondaggi, la gente non vedeva di buon occhio elezioni anticipate e soprattutto l’effetto delle rodomontate politiche non è stato quello di coagulare consensi intorno a pochi “poli”, ma quello di farci ripiombare in una frammentazione che pensavamo di esserci lasciati alle spalle. Del resto i conti sono presto fatti. Se guardiamo ai sondaggi vediamo che raccolgono adesioni significative ben otto raggruppamenti: lega, PDL, finiani, centristi di Casini & Associati, PD, IDV, SEL e estrema sinistra, grillini.

Fini ha parlato, ma non si può dire che la situazione sia chiarita. Il suo è stato un discorso abile, con sfoggio di capacità retoriche certo superiori a quelle di Berlusconi e Bossi, ma, come diceva un parlamentare inglese dell’Ottocento, in politica i discorsi qualche volta possono far cambiare opinione, mai fanno cambiare un voto. Come dire che Fini ottiene molti elogi dagli avversari di Berlusconi nel centro e nella sinistra, ma è quasi impossibile che da quelle parti gli arrivino voti. Quanti ne potrà raccogliere nel centrodestra è tutto da vedere.

Ciò significa che si andrà presto a votare? Su questo punto le incertezze sono notevoli.

Se in Italia rimane un barlume di coscienza politica in senso forte, questa dovrebbe essere l’ora della ragione. Con una situazione economica che non è brillante (si parla di mini ripresa della produzione senza però ripresa dell’occupazione, in specie giovanile), con un paese che non è fortissimo sul piano internazionale, come si è visto con le libertà che si è preso, non contestato, il colonnello Gheddafi, con una caduta di moralità pubblica nel nostro sistema che è preoccupante, non sarebbe il caso di giocare allo sfascio, come sembrano tentati a fare non pochi dei nostri politici.

Il caso più delicato è ovviamente quello della maggioranza, con un Berlusconi che appare oggettivamente incapace di trovare una via d’uscita all’impasse che si è creato. Il nodo vero sono, spiace ammetterlo, i guai giudiziari del premier..

Di solito il mese d’agosto era per la politica italiana il mese dei pettegolezzi da ombrellone: certo si buttavano lì provocazioni, si discettava sul futuro, ma tutti sapevano e capivano che era più o meno un gioco di società per stuzzicarsi reciprocamente. Quest’anno invece i canoni sono cambiati e il gioco si è fatto duro (anche troppo). In questo autentico bailamme di dichiarazioni, controdichiarazioni, colpi bassi e annunci roboanti, non è semplice trovare il bandolo della matassa e cercare di puntare al cuore delle questioni. Ma noi proviamo a farlo, convinti che ci siano cose più serie delle risse mediatiche. Il primo problema che è venuto sul tappeto è di natura istituzionale e riguarda nientemeno che la questione della sovranità, che, secondo la nostra Costituzione, appartiene al popolo, che però la esercita nei modi e nei limiti previsti dalla Carta medesima.

Dunque alla fine dentro il PDL hanno prevalso i falchi e Berlusconi non ha avuto remore nell’assecondarli: il redde rationem con Fini ed i suoi non è stato per nulla dialettico, ma una semplice decisione di espulsione da parte degli uomini della corte del Principe. Indubbiamente il Presidente della Camera si è trovato in parte spiazzato da quest’esito che gli negava quel confronto pubblico su cui probabilmente aveva puntato, ma ha fatto buon viso a cattivo gioco ed è riuscito a mettere insieme un gruppo politico più ampio di quanto non immaginassero i pasdaran del Presidente del Consiglio e tale da impensierire la tenuta della maggioranza. Ciò che forse sfugge ai lettori meno avvezzi ai contorcimenti della politica italiana è il balletto di avanti e indietro che è seguito a quella rottura.

È abbastanza difficile capire dove si stia indirizzando la politica in questo momento. La decisione di prolungare la sedute parlamentari sino ad agosto nel tentativo e nella speranza di far passare la legge sulle intercettazioni si inquadra nel desiderio di Berlusconi di mostrare che almeno su uno dei suoi fronti preferiti qualcosa porterà a casa, anche se non è proprio quello che lui si aspettava (come ha detto più volte, ma non è da escludere che faccia parte di un rituale). È probabile che quell’obiettivo sarà raggiunto, perché la legge è stata significativamente modificata. Però non è questo il tema dirimente su cui sembra si discuta nelle segrete stanze della politica. Il dibattito verte nel centrodestra su come ridare compattezza e smalto ad una maggioranza chiaramente in affanno, nel centrosinistra sulle probabilità e possibilità che la crisi della maggioranza arrivi al punto di far cadere Berlusconi. In mezzo c’è l’enigmatica posizione di Fini che è la vera e propria sfinge della politica italiana di oggi.

Fare i pessimisti non è un gioco piacevole, ma comportarsi diversamente non è facile. Le fibrillazioni politiche non cessano e non sono certo sufficienti le battute del ministro Tremonti su quelli che “giocano con le figurine Panini” (allusione alle varie ipotesi di nuove coalizioni più o meno grandi) per credere che non stia succedendo nulla. Ancora una volta sembra che il bandolo della matassa sia nelle mani della magistratura, che però, sia detto senza offesa, non è che dia tante garanzie di saperla sbrogliare. Ci sono in questo momento due o tre inchieste che rischiano di rivelarsi incendiarie, ma che potrebbero anche portare a dei flop clamorosi. La prima è quella avviata ormai da tempo sulla cosiddetta “cricca”: un’inchiesta che pare abbastanza solida come documentazioni, ma che alla fine non esce, almeno per ora, da una storia banale, per quanto rilevante, di tangenti in cambio di appalti. La seconda vicenda è quella legata alla cosiddetta “P3”, ma qui le cose sono più complicate.

Che a Berlusconi bruciassero le cronache distaccate che la stampa italiana ha dedicato al G8 non l’ha creduto nessuno nemmeno per un attimo. Dopo aver sentito le sue esternazioni dal Brasile, dove ha ripetuto le sue litanie contro la magistratura, ma dove soprattutto ha invitato gli italiani ad uno sciopero contro i giornali che disinformano, adducendo la motivazione che hanno raccontato male il summit di Toronto, tutti si sono chiesti cosa c’era dietro. La risposta non è stata difficile e su questa concordano tutti: Berlusconi si sente sotto assedio perché intuisce che gli viene meno il favore delle classi dirigenti che stanno dietro i grandi giornali. Naturalmente i fari si accendono sul Corriere che di quel mondo è considerato un po’ il capofila, ma in realtà è il panorama nel suo complesso quello che preoccupa gli strateghi del Cavaliere.

La Lega torna al centro dell’attenzione, complice la volontà di Fini di accentuare la competizione con Berlusconi. Infatti dietro all’attacco lanciato dal presidente della Camera alla “Padania” sta proprio quella che non si sa se sia una intuizione o una illusione: che il tallone d’Achille di Berlusconi siano Bossi e i suoi, perché la loro ostinata ricerca di favori per il Nord sarebbe ciò che sgretola la base elettorale del PdL al Sud, facendolo inclinare per un ritorno sotto l’ala più politicamente responsabile dell’ex leader di AN.

La domanda che ci si pone in molti ambienti è cosa stia accadendo a Berlusconi e in parte anche al suo governo. La nuova profluvie di attacchi alla magistratura e di giudizi a vanvera sulla costituzione è infatti sospetta: si potrebbe pensare che fa parte del carattere irruente del personaggio che parla senza pensare, ma si dimenticherebbe che questa è solo apparenza. Berlusconi è tutt'altro che uno sprovveduto che si lascia andare a giudizi improvvisati: certo è un personaggio che ama stare sopra le righe e non è uno che si trattenga per limitare le sue impennate, ma è al tempo stesso persona che ha una propria strategia e che sa benissimo dove andare.

Quali sono le lacrime che porterà con sé la manovra economica che il governo tenta di varare? Per intanto sembrano essere più che altro quelle, in parte anche di coccodrillo, delle varie corporazioni colpite. Ovviamente a nessuno fa piacere vedersi ridotte le entrate, ma la situazione è realmente critica e dovrebbe prevalere il buon senso che fa dire che è meglio qualche sacrificio oggi che una destabilizzazione brutale del nostro sistema economico domani. Perché questo si verificasse, sarebbe senz'altro necessario un maggior tasso di credibilità del nostro sistema pubblico: detta in termini banali, bisognerebbe che la gente fosse convinta che i sacrifici possono servire a risanare la situazione e che questi sacrifici saranno distribuiti in maniera equa su tutti. Purtroppo entrambe le legittimazioni sono deboli, perché delle virtù della pubblica amministrazione si fidano in pochi e perché l'equità nella distribuzione dei pesi è un problema terribilmente complicato.

Alla fine la tempesta è arrivata: prese per quello che erano le uscite ottimistiche di Berlusconi, e cioè propaganda scaramantica, è rimasta la dura realtà di un paese costretto a fare i conti con i suoi disequilibri se non vuole fare la fine della Grecia. E' toccato a Tremonti e alla squadra di tecnici del Ministero del Tesoro mettere la classe politica di fronte alla inoppugnabile realtà. Fare ancora finta di nulla era diventato impossibile.

A questo punto ci si è accorti della sciocchezza fatta negli anni recenti con l'abuso di reciproche scomuniche fra i due cosiddetti "poli". Nel momento in cui servirebbe una solidarietà nazionale vera, in cui sarebbe più che opportuno remare tutti o quasi tutti nella stessa direzione, ci si è trovati nella condizione di non disporre degli strumenti elementari per governare una emergenza.

I lettori avranno notato che è un momento in cui in politica si urla meno e le si spara meno grosse di quanto eravamo abituati nei mesi scorsi. Non dipende da un subitaneo rinsavimento dei personaggi pubblici, ma da una fase generale che è al tempo stesso difficile e confusa. Le difficoltà sono sotto gli occhi di tutti e provengono da una congiuntura economica particolarmente grave. L'euro è sotto attacco e la finanza allegra in cui si sono esercitati molti paesi europei nei decenni passati presenta il suo amaro conto: la solidarietà fra stati è modesta, un po' perché ciascuno vede nell'occhio del vicino la pagliuzza sorvolando sulla trave nel proprio, un po' perché le opinioni pubbliche nazionali sono concentrate a salvare se possibile innanzitutto il loro benessere.