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La nota politica di Paolo Pombeni, docente all'Università di Bologna, storico e politologo.

La nota politica di Paolo Pombeni, docente all'Università di Bologna, storico e politologo.

Se lo chiedono in molti se quella apertasi con il plateale scontro pubblico tra Fini e Berlusconi possa essere considerata una nuova fase politica. Se si considerano bene le cose, ci pare sia troppo presto per concludere in una direzione o nell'altra, anche se, come vedremo, nella stessa classe politica non manchino le attese per un redde rationem finale. Il diverbio fra il presidente della Camera e il presidente del Consiglio è stato, come i lettori già sanno, aspro e spettacolare, ma è stato anche ricomposto alla bell'e meglio in pochi giorni. Per Fini la realtà, forse amara, è che si è trovato privo di truppe sufficienti per impensierire anche solo un poco il padrone del PDL. La sua scommessa, che poteva essere non infondata, era quella che ci fosse nel PDL una certa fibrillazione per lo stile di governo un po' sciatto di Berlusconi e che un partito fortemente radicato al Sud reagisse contro il protagonismo, a tratti sfrontato, della Lega.

Lo scontro fra Fini e Berlusconi appartiene al teatrino della politica o è qualcosa di più serio? Per rispondere non basta chiedersi se la proposta politica del presidente della Camera sia più solida delle sparate politiche del Berlusconi ultima fase: da un lato perché non ci vorrebbe molto, dall'altro lato perché anche l'ex leader di AN sino ad oggi ha fatto più osservazioni di buon senso (ed è già un'ottima cosa, ci mancherebbe) che non messo a punto una vera strategia politica alternativa.

Come c'era da attendersi, dopo le elezioni si è aperto un dibattito nel PD, visto un risultato elettorale poco esaltante e in previsione di future prove piuttosto difficili (le elezioni comunali a Torino, Milano, Bologna e Napoli). Come è ormai costume si sta assistendo ad un dibattito confuso dove più che di idee si discute di formule. Apparentemente la discussione è stata aperta da Romano Prodi che dagli USA è intervenuto sul "Messaggero" (dove scrive regolarmente editoriali la domenica) per rilanciare una vecchia idea, circolata, sia pure in sordina, anche più di vent'anni fa (chi scrive ricorda di averla sentita avanzare a quell'epoca da Beniamino Andreatta): fare della DC un partito federale centrato sulle regioni. Il modello vent'anni fa era la confederazione in Germania fra la CSU bavarese e la CDU tedesca, mentre adesso tutto è incanalato nel dibattito sul "federalismo" (e sulla territorialità) promosso dalla Lega. Per Bersani c'è una bella gatta da pelare e deve farlo in tempi stretti. Se la sinistra "di governo" (questo dovrebbe essere il PD) non riesce a trovare credibilità in tempi brevi, il rischio dell'ennesima implosione in una diaspora è più che concreto.

Alle analisi post-elettorali in cui ciascuno porta l'acqua al suo mulino siamo abituati da anni. Tanto abituati che il furbo Di Pietro ha subito capito come colpire l'opinione pubblica: facendo la parte di quello che realisticamente ammetteva la vittoria di Berlusconi. In verità le cose sono un bel po' complicate e non è facile dire chi abbia vinto e chi abbia perso. Certamente Berlusconi è riuscito a risalire la china in cui sembrava essere precipitato qualche mese fa. Lo hanno aiutato potentemente magistrati pressapochisti, giornalisti affamati di scoop, telepredicatori in crisi di astinenza e di onnipotenza. Un altro aiuto non disprezzabile gli è venuto dalla "furberia" del PD di non voler consentire che si sanasse un evidente pasticcio come quello delle liste PDL in provincia di Roma. Risultato: un compattamento del suo elettorato e soprattutto una iniezione galvanizzante al suo alleato storico, la Lega.

Archiviate le polemiche elettorali (almeno così si spera), sembra che possa aprirsi la stagione delle riforme. Un po' di scetticismo è d'obbligo, perché quest'annuncio l'abbiamo sentito decine di volte e poi non è seguito quasi nulla. Però questa volta potrebbe esserci un elemento in più a spingere su questa ardua via: una certa consapevolezza che nel paese sta crescendo un sentimento di estraniazione alla politica che può diventare pericoloso tanto per la destra quanto per la sinistra.

La campagna elettorale nell'ultima settimana ha preso una deriva anche peggiore di quel che ci si poteva attendere. Berlusconi ha scelto di esasperare i toni oltre misura e c'è da chiedersi perché lo abbia fatto: difficile pensare che semplicemente ceda alle sue pulsioni primordiali, anche se c'è tanto del suo carattere in questo modo di fare. Ad una analisi fredda sembra invece di stare assistendo ad una tecnica studiata con cui il premier cerca di dominare tutti i possibili sbocchi che può avere una situazione come quella attuale in cui non è affatto chiaro dove si andrà a finire. Proviamo a fare qualche analisi sui possibili sbocchi.

La definizione non è nostra, ma, come si sa, del Presidente della Repubblica che proprio con il termine "bolgia" ha descritto, con una amarezza che non è sfuggita a chi lo conosce, l'attuale situazione politica. E dire che quando sono state pronunciate quelle parole non c'era stata ancora l'ultima puntata della telenovela berlusconiana, quella relativa alla cosiddetta inchiesta di Trani. Partiamo pure da quest'ultimo fatto per esternare tutto lo sgomento di un osservatore che cerca di guardare con un minimo di distacco a quanto sta avvenendo. Diciamo subito che l'abitudine della politica di cercare di liberarsi di giornalisti ed opinionisti che non rientrano nelle sue simpatie è piuttosto datata. Scrivendo su queste colonne non possiamo fingere di non sapere di più di un tentativo di eminenti esponenti democristiani dei tempi della "prima repubblica" di ottenere dall'editore interventi su direttori e giornalisti di questa testata. Questo però non giustifica un presidente del Consiglio che non riesce proprio a tenere a freno la lingua e al telefono si esprime con un linguaggio davvero poco consono alla responsabilità che riveste.

Il pasticciaccio brutto delle liste del PDL in Lombardia, ma soprattutto nel Lazio ha avuto sviluppi peggiori di quelli che si potevano prevedere. Si è coinvolto il Capo dello Stato in una situazione sgradevole, si è definitivamente mandato all'aria quel pochissimo di civile convivenza fra i partiti che era sopravvissuto, si è dato lo spettacolo di un paese allo sbando dove tutti si muovono contro tutti. In questo panorama torbido cerchiamo di fare un po' d'ordine per cercare di capire alcuni contorni della situazione e soprattutto alcuni suoi possibili sviluppi.

Lo spettacolo che offre di recente la politica italiana mette impietosamente a nudo la sua fragilità, ma soprattutto il suo essersi ridotta ad una guerra per bande. Si è cominciato con la solita commedia dello scontro Berlusconi-giudici. Il presidente Napolitano si è speso senza sosta per cercare di spiegare che le risse fra poteri dello stato sono inaccettabili, ma non ha ottenuto risultati, perché ormai questo è un paese senza cultura e sensibilità istituzionale. E' triste dirlo, ma è così. Del resto che siano saltati i meccanismi di regolamentazione dello spazio pubblico ce ne stiamo accorgendo anche in relazione alla tornata elettorale per le regionali. Le liste sono ormai "cosa nostra" dei gruppi dirigenti dei partiti, o peggio, come sta avvenendo per il PDL, dei gruppuscoli che si sono formati al loro interno. Qualche riflessione andrà anche fatta su un recente sondaggio di Mannheimer che registrava una fiducia nei partiti ridotta al 12% degli intervistati. Sarà bene che non si continui troppo a scherzare col fuoco, perché è un gioco piuttosto pericoloso.

Questa della corruzione è una faccenda molto seria. Non ci sono solo gli scandali che hanno coinvolto il sistema della protezione civile, adesso c'è anche il caso Fastweb-Telecom e poi ci sono tutti gli scandali e scandaletti venuti alla luce in questi ultimi mesi. Il presidente della Fiat Montezemolo ne ha parlato inaugurando un curriculum speciale di studi alla LUISS, ma sui giornali politici di tutti gli schieramenti si sono esibiti nel denunciare una situazione che si giudica molto pesante. La domanda che ricorre è come mai il fenomeno sia più che mai fiorente a tanti anni dalla famosa "Tangentopoli".

L'immagine che il nostro Paese sta dando di questi tempi non è delle migliori. Da un lato abbiamo una situazione in cui salta fuori uno scandalo al giorno. Il pasticcio della protezione civile è, se vogliamo riprendere un famoso titolo di romanzo, un "pasticciaccio brutto": non solo per le cose che vengono alla luce, ma per quello che ci sta dietro. Che dopo Tangentopoli ed i disastri che si sono visti a causa sua ci siano ancora alti funzionari e uomini politici che trafficano con tangenti e favori in modo sostanzialmente sguaiato, convinti evidentemente che questo sia "normale" ci fa pensare e non poco.

La politica italiana non attraversa un buon periodo. Mentre il paese si interroga con sempre maggiore preoccupazione su un futuro che appare piuttosto incerto, a cominciare dalle difficoltà dei giovani in cerca di prima occupazione per finire con le espulsioni precoci dal mondo del lavoro a seguito di una ristrutturazione strisciante del nostro sistema produttivo, la classe politica fatica a mettersi alle spalle una stagione di risse.

Ciò che emerge nella confusione politica di questi giorni è che le elezioni regionali saranno sempre più un test destinato a ripercuotersi sugli equilibri del nostro sistema.

La questione della formazione delle liste per le prossime regionali è tutt'altro che una faccenda di natura "amministrativa". Per la verità nessuna tornata elettorale lo è mai stata in un paese come il nostro che butta tutto in politica, ma questa volte le cose sono anche peggiori.

La stagione delle riforme, se ci sarà, parte male. Può darsi che abbiano qualche ragione quelli che dicono che tutto ripartirà dopo le regionali, ma al momento i segnali non sono incoraggianti.