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Cose loro

Dopo tanto parlare di partecipazione, dopo preoccupazioni di rito per il crescere dell’astensionismo, i partiti, tutti, hanno gestito il tema della rappresentanza come “cosa loro”.

Parole chiave: politica (1761), elezioni (747), liste (8), candidati (23)

I partiti, tutti, hanno gestito il tema della rappresentanza come “cosa loro”. Come reagiranno i cittadini?

Dopo tanto parlare di partecipazione, dopo preoccupazioni di rito per il crescere dell’astensionismo, i partiti, tutti, hanno gestito il tema della rappresentanza come “cosa loro”. Naturalmente ciascuno accusa i vicini e rivendica per sé il merito di avere selezionato la migliore squadra possibile, ma la verità è che tutti si sono mossi secondo le più vecchie e inossidabili regole delle competizioni interne ai clan politici.

Come reagiranno i cittadini elettori? Questa è la vera incognita. Naturalmente i giornali e i media in generale abbondano nel raccontare queste poco commendevoli storie di spartizioni, candidature più che plurime, colpi più o meno bassi per escludere questo o quello, conversioni repentine non sulla via di Damasco ma sul sentiero che si spera porti alle Camere romane. Quanto tutto questo inciderà sugli elettori è da vedere, perché il distacco dell’opinione pubblica dalla politica è profondo.

I partiti contano sul meccanismo malato di questa legge elettorale, cioè l’impossibilità del voto disgiunto. Per dirla nel modo più facilmente comprensibile se l’elettore dell’SVP avesse legittimi dubbi sul rilievo politico della Boschi e sulla sua capacità di rappresentarlo realmente a Roma non avrebbe alternativa dal sottrarre il suo voto all’SVP, una scelta ovviamente pesante. La faccenda si ripropone, magari in maniera meno chiara, in moltissimi altri casi, ed è su questo che puntano i partiti. Il PD, tanto per dire, è stato convinto da Renzi che alla fine il suo elettore trangugerà tutto, perché altrimenti farebbe vincere qualcuno meno gradito. La situazione non è molto diversa negli altri partiti e coalizioni.

Certo c’è qualche scappatoia, ma problematica. Si possono votare i partitini minori della coalizione, ma vai a sapere se supereranno il fatidico 1%, per cui si rischia di buttare il voto (nel caso della coalizione incentrata sul PD a stare ai sondaggi l’unica componente che pare sicuramente sopra quella soglia è la lista della Bonino). Nel centrodestra la competizione fra le quattro gambe è pesante e lì è in gioco una inclinazione moderata o estremista della coalizione.

I Cinque Stelle avrebbero potuto essere fuori di queste logiche e così pretendevano di presentarsi, ma i molteplici pasticci che hanno prodotto sia nella gestione delle primarie on line (a tutt’oggi coperte da un velo di mistero) sia nel “filtraggio” delle candidature non li hanno certo fatti emergere come un qualcosa di profondamente diverso dagli altri.

Che succederà dunque? Secondo gli analisti più affidabili la situazione dei fedeli oltre ogni dubbio è ormai cristallizzata per ogni partito e non sembra modificabile più di tanto. Quel che non si può prevedere è la quota di elettori che in realtà scelgono quale partito votare proprio nei due o tre giorni prima del voto: viene stimata attorno al 10%, secondo alcuni addirittura al 15% dei votanti. Già di suo questa percentuale può far pendere la bilancia in una direzione o nell’altra, dando a questo o a quel partito o coalizione il pugno di parlamentari in più che può risultare decisivo.

Questa volta però è anche più complesso, perché saranno questi elettori a decidere delle sorti dei collegi uninominali, dove si vince sul filo di lana per qualche voto in più, vista la frammentazione delle candidature. Non si tratterà solo di determinare un componente del parlamento, ma di trasmettere un’immagine che resterà impressa nella memoria e che sarà importante per distribuire i pesi e le credibilità nella gestione di quello che si preannuncia come un complicatissimo dopo-voto.

Al momento i vertici dei partiti, tutti, hanno semplicemente puntato sull’avere truppe parlamentari fedeli e ben manovrabili oppure sullo stringere accordi di vertice in cui si scommette sul ruolo futuro che questo o quel personaggio può giocare nel futuro parlamento per contare su una “sponda” nei giochi di distribuzione delle risorse. E’ un’ottica molto rischiosa, perché le dinamiche della politica non sono così banali e sulle fedeltà delle proprie truppe in tempi di continui terremoti nelle strutture del consenso è meglio non fare affidamento più di tanto (o si pensa davvero che i continui cambi di casacca in questa legislatura siano stati dovuti solo all’improvviso scadimento di moralità in una quota di uomini politici?).

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