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Di rinvio in rinvio, fino al 26 gennaio

Ormai la cifra della politica italiana sembra essere quella del rinvio e dell’attesa. Il 7 gennaio doveva esserci il primo incontro per venire a capo del rebus prescrizione, ma è stato rinviato: ufficialmente per impegni di politica estera, in realtà perché non si sa come venirne fuori. Infatti più i Cinque Stelle si indeboliscono più si irrigidiscono per non ammettere la loro condizione e la prescrizione è sempre più una bandierina senza senso a cui non possono rinunciare senza ammettere di aver fatto un inutile pasticcio.

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Si attende l’esito delle elezioni in Emilia e Calabria, ma si rischia di perdere un mese prezioso con conseguenze sul piano economico e di conseguenza sociale

Ormai la cifra della politica italiana sembra essere quella del rinvio e dell’attesa. Il 7 gennaio doveva esserci il primo incontro per venire a capo del rebus prescrizione, ma è stato rinviato: ufficialmente per impegni di politica estera, in realtà perché non si sa come venirne fuori. Infatti più i Cinque Stelle si indeboliscono più si irrigidiscono per non ammettere la loro condizione e la prescrizione è sempre più una bandierina senza senso a cui non possono rinunciare senza ammettere di aver fatto un inutile pasticcio.

Del resto è più o meno così su tutti i dossier caldi a cominciare da quello su Autostrade: Di Maio e soci pagano il prezzo di prese di posizione assunte tanto per fare “bum”, ma con scarso fondamento di realismo e fattibilità. Solo che sembra impossibile convincerli che sarebbe anche nel loro interesse mostrare di essere stati in grado di fare qualche salto di qualità dopo una ormai non breve esperienza di governo.

Tutto ormai congiura nel rendere precaria la situazione: le tensioni internazionali, che mostrano come il nostro paese abbia perso credibilità in quel contesto; le nubi sul versante economico, che, sotto la pressione degli eventi mediorientali, sembra tornare ad un orizzonte di crisi (prospettiva particolarmente inquietante per un paese come il nostro che non riesce ad uscire dalla stagnazione). Ma pesa soprattutto l’incertezza sul responso che uscirà il 26 gennaio dalle urne delle elezioni in Emilia e Calabria, dove non si tratta solo di vedere se vincerà il centrodestra o il centrosinistra.

Certo quello sarà comunque un indicatore, ma la questione più rilevante è “quale” centrodestra o centrosinistra ci sarà consegnato dal responso degli elettori. Cominciamo col dire che M5S non sta né da una parte, né dall’altra, ma se, come è probabile, uscisse malconcio in termini di voti raccolti farebbe poi fatica a pretendere di essere una componente determinante del governo. Con la conseguenza, su cui scommettono in tanti, che ciò accentuerebbe la tendenza al rompete le righe che scuote la rappresentanza parlamentare pentastellata.

Non sarà meno importante però vedere come escono dalla prova i vari partiti dei due blocchi contrapposti. Nel centrodestra Salvini deve dimostrare che mantiene una leadership assoluta, cioè che Meloni non cresce oltre un certo limite e che Forza Italia è ormai sulla via del tramonto. Se così non fosse, che la coalizione vinca o meno, si aprirebbe un problema, non da ultimo sul versante degli ormai post-berlusconiani che hanno dinamiche simili a quelle dei Cinque Stelle.

Altrettanto spinoso è il problema sul versante del centro sinistra. La scelta fatta della cosiddetta “coalizione larga” ha portato il PD a mettersi in posizione di secondo piano: in Calabria ha candidato un imprenditore che ovviamente ha una sua lista, ma anche in Emilia Bonaccini, l’uomo che il partito impose nelle scorse primarie contro il profilo più civico e nuovo dell’ex sindaco di Forlì Balzani, si guarda bene dal proporsi come leader del partito, anzi si è fatto una sua lista civica dove ha infilato dentro di tutto. Se quelle due liste dei candidati governatori raccogliessero un numero di voti tale da insidiare quelli del PD (alcuni in Emilia si spingono a dire da superarlo) anche per il partito di Zingaretti si aprirebbe un problemino non piccolo.

Si dovranno vedere anche i risultati di LeU, altro partito che non gode proprio di ottima salute e che è minacciato dall’ipotesi di un futuro sistema elettorale con sbarramento al 5%. Non parliamo poi di quelli che giocano senza dover temere i numeri dei voti, perché non si presentano direttamente: dai renziani di Italia Viva agli altri numerosi cespugli e cespuglietti. Tutti battitori liberi che potranno esibirsi in guerre corsare che complicheranno non poco il quadro.

Soprattutto però dopo il 26 gennaio ciò che è maggiormente a rischio è il ruolo di Conte. Si troverà per forza di cose con una coalizione in fibrillazione al punto tale che la sua pretesa di fare l’uomo che fa la sintesi diventerà irrealistica (del resto non è che fino ad ora gli sia riuscito un gran che …). Il fatto è che non solo si sarà perso un mese prezioso, ma la situazione può perfino peggiorare sul piano economico e di conseguenza sociale: uno scenario sempre pericoloso in frangenti come quelli che stiamo vivendo.

Paolo Pombeni

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