La decisione improvvida di Renzi

Sostenuto da qualche adulatore, crede di poter essere il Macron italiano senza tener conto che quello è un altro contesto e un’altra storia

Continuano i mutamenti nel paesaggio della politica italiana. L’assestamento del governo giallorosso, adesso in piena operatività con il giuramento di viceministri e sottosegretari, non porta quiete perché è basato su una alleanza fra componenti competitive che inseguono ciascuna l’obiettivo di stabilizzarsi come perno del sistema politico.

In questo lavoro il PD ha incassato un brutto colpo con la decisione, improvvida, di Renzi di varare un suo partito. La spinta a farlo gli è venuta oltre che dal suo indubbio super-ego da alcune componenti del gruppo dirigente del Nazareno che sognano la restaurazione di un partito “de sinistra” (il romanesco è d’obbligo, perché non di culture politiche si tratta, ma di frequentazione dei salotti capitolini). Per costoro il sogno è che la componente che si autodefinisce riformista e liberale (che poi lo sia è da vedere) faccia un partito a sé, magari aggregando forze moderate esterne al mondo del PD sicché poi magari si farà davvero qualcosa come il vecchio, mitico, centrosinistra.

Roba fuori dal tempo in cui viviamo, viene da osservare, perché tanto a quella presunta “sinistra” quanto alla altrettanto presunta componente liberal-riformista manca la presa forte sull’opinione pubblica che non può essere ridotta ai loro fan-club. Renzi ha accelerato un’operazione che aveva in mente da tempo, quando si è convinto, sostenuto da qualche adulatore, di poter essere il Macron italiano senza tener conto che quello è un altro contesto e un’altra storia. Con l’autonomizzazione dei suoi gruppi potrà senz’altro sedere a quel tavolo di distribuzione delle spoglie nella disponibilità de nuovo governo superando l’ottuso veto verso di lui di Di Maio e compagni. Di più non potrà fare, perché il Conte bis è un governo che avrà difficoltà a fare una politica riformatrice per le tensioni in tutte le direzioni in cui spingono i suoi ministri e sottosegretari. Figurarsi se con una piccola pattuglia parlamentare potrà imporre una qualunque politica sua. Il ricatto del “altrimenti faccio saltare il governo” è un bluff, perché corrisponderebbe al classico muoia Sansone con tutti i Filistei.

L’unico obiettivo che può dire di aver raggiunto il senatore di Rignano è di aumentare le difficoltà in cui si muove il PD. Non sfuggirà che quel partito deve affrontare elezioni regionali molto impegnative, tanto che se le perdesse spianerebbe la via alle pretese di Salvini di poter andare alla prova del voto. Ora per impedire una vittoria del centrodestra non c’è alternativa al puntare su una riedizione a livello locale della alleanza giallorossa. Peccato che i Cinque Stelle siano più che reticenti a farlo, in parte per ragioni pseudo-ideologiche, in parte perché non vogliono mettere in evidenza che a livello di classi dirigenti periferiche sono messi piuttosto male. Ecco allora la brillante trovata di Di Maio: benissimo una battaglia unitaria di M5S e PD, ma per promuovere candidati “civici” (cioè fuori dei partiti) sia come presidenti delle regioni che membri delle giunte.

Come si capisce è una specie di bacio di Giuda: può andare bene in Umbria dove per sopravvivere il PD deve far mostra di mettere nello sgabuzzino la sua vecchia e compromessa classe dirigente, ma non funziona da altre parti dove ha amministratori locali quantomeno presentabili. E’ ovvio che al partito di Zingaretti farebbe un gran bene rinnovare le sue liste pescando anche fuori dal suo professionismo politico, spesso anche di livello piuttosto mediocre, ma non può farlo sotto la pressione del concorrente e soprattutto negoziando con lui, come pretendono i Cinque Stelle, i personaggi da promuovere (del resto i suoi professionisti interni gli hanno impedito ogni allargamento anche quando queste pressioni non c’erano).

In questo complicato frangente Renzi non può dare nessun contributo: non solo perché ha già realisticamente annunciato che non parteciperà con sue liste alle competizioni amministrative dei prossimi anni, ma perché inevitabilmente farà pagare al PD il prezzo del probabile rigetto che queste operazioni di Palazzo fanno nascere in quote non marginali della pubblica opinione.

Renzi al momento non ha truppe veramente sue: i suoi uomini e donne sono stati eletti perché inseriti nelle liste del PD e non si sa se in caso contrario sarebbero stati usciti vincitori dalle urne. O pensa che la Boschi sia stata eletta a Bolzano per il suo carisma personale, anziché per l’accordo (sbagliato) che l’SVP pensava di fare col futuro governo a guida PD?

Paolo Pombeni

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