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Le coalizioni difficili

Adesso che la legge elettorale c’è tutti devono sforzarsi di capire quali saranno i risultati che potrà dare. Perché la legge, con tutte le sue piccole e grandi “furbate” politiche, non è affatto di semplice gestione. Sembra fallire la logica della spinta a coalizzarsi, perché di coalizioni vere non se ne vedono, se non nella forma dei cosiddetti “cartelli di un minuto”.

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Adesso la legge elettorale c’è. Il fatto più eclatante è che sembra fallire la logica della spinta a coalizzarsi, perché di coalizioni vere non se ne vedono

Adesso che la legge elettorale c’è tutti devono sforzarsi di capire quali saranno i risultati che potrà dare. Perché la legge, con tutte le sue piccole e grandi “furbate” politiche, non è affatto di semplice gestione e i maggiori partiti, salvo i Cinque Stelle, non sanno come gestirla.

Per i pentastellati la faccenda è relativamente semplice: loro non fanno coalizioni, dunque giocano attaccando gli altri partiti, tutti a loro giudizio venduti a logiche perverse. La tattica è semplice, ma molto efficace presso quell’elettorato che in fondo vuole solo illudersi di poter dare un calcio ad una realtà che per i più vari motivi non piace. Vista da destra o da sinistra, poco importa.

Assai diversa la situazione per i due maggiori azionisti del progetto divenuto poi legge, che scommettevano sulla forza obbligata delle coalizioni, quella che secondo loro avrebbe lasciato al palo sia M5S che l’estrema sinistra, formazioni da cui tutti gli elettori intelligenti si sarebbero tenuti alla larga perché il voto dato a loro non portava da nessuna parte. A prescindere dal fatto che scommettere su quel tipo di intelligenza nell’elettorato è sempre un rischio, il ragionamento ha già fatto cilecca per la semplice ragione che neppure concentrando i voti o sul blocco di centrodestra o sul PD e cespuglietti connessi si otterrà il risultato di produrre un governo. Dunque il richiamo al cosiddetto “voto utile” perde gran parte della sua forza.

Il fatto più eclatante è che però sembra fallire la logica della spinta a coalizzarsi, perché di coalizioni vere non se ne vedono, se non nella forma dei cosiddetti “cartelli di un minuto”, quelli che durano il minuto che l’elettore impiegherà a mettere la croce su di loro nelle schede mentre si dissolverebbero subito dopo.

Nel centrodestra parlare di una convergenza fra Salvini e Berlusconi richiede qualcosa tipo un atto di fede. I due non presentano prospettive un minimo omogenee e al momento continuano a remare in direzioni diverse. Questo si rifletterà negativamente al momento di spartirsi le candidature nei collegi uninominali. Il punto è delicato e va spiegato. Di fatto la “furbata” di non avere consentito il voto disgiunto fa sì che di fatto la scelta del candidato nel collegio uninominale si trascini dietro obbligatoriamente il voto alla lista. Ora se FI mette un candidato moderato davvero gli elettori della Lega lo voteranno egualmente per non far mancare il sostegno al loro partito? E se all’opposto la Lega mette un candidato barricadiero alla Salvini i moderati di FI lo voteranno per non far mancare la fiducia a “Silvio”? Si deve ammettere che questo costituisce quanto meno un’incognita, soprattutto in elezioni fortemente mediatizzate dalla TV e dunque personalizzate.

Il PD si trova in una situazione anche peggiore. Il commercio sui collegi nel suo caso andrà fatto con partiti minori e liste più o meno create ad hoc, visto che nessuno dei suoi alleati è stimato sopra il 3% (quando va bene). A questo punto ci si dovrà chiedere cosa faranno gli elettori PD quando nei collegi uninominali si troveranno a dover votare un candidato di Alfano, o di qualche partitino similare, compresi quelli nuovi tipo la sempre più nebulosa formazione cui dovrebbe dar vita Pisapia. Prenderanno ispirazione dal vecchio Montanelli che a suo tempo invitò a turarsi il naso e votare DC? Ma dall’altro lato i simpatizzanti dei cespuglietti saranno così contenti di votare i candidati PD che spesso non rappresenteranno i loro modelli preferiti di uomo politico?

Circola l’idea che il rebus verrà risolto, a destra come a sinistra, candidando personaggi quotati e trasversali presi fuori dai circuiti dei politici di professioni. C’è però un piccolo problema. Figure di questo tipo non hanno in genere il radicamento elettorale necessario per la raccolta di ampi consensi, a meno che non si ripieghi su lobbisti e cacicchi locali (ma non sarebbe certo una bella soluzione). Dunque avranno bisogno di un sostegno deciso da parte della “macchina” del partito, che è in mano a quei politici di professione che non saranno contenti di essere scalzati dai nuovi candidati e di restare così senza lavoro, per cui è dubbio che si daranno davvero da fare per far vincere i nuovi venuti.

Sono piccole riflessioni che ci paiono semplicemente di buon senso. Gli strateghi dei partiti le disprezzano, come disprezzano i poveri commentatori che le propongono. Vedremo fra non molto se hanno davvero quell’occhio strategico che pretendono di avere.

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