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Le “sardine” manifestano lo spirito del tempo

Il movimento delle “sardine” ha due vie per durare: sopravvivere riuscendo a costringere la politica a “cambiare tono” e soprattutto a cambiare persone, oppure strutturarsi per conto suo. L’impresa non è facile.

Parole chiave: movimenti (248), sardine (3), politica (1752), linguaggio d'odio (3)

L’appello che muove queste aggregazioni così ampie è la ripulsa della politica aggressiva e parolaia che ha dominato la nostra scena negli ultimi anni

Che dire delle “sardine”? Innanzitutto bisogna tenersi ad una analisi dei fatti senza attribuire loro l’incarnazione delle aspettative di questo o di quello. Il movimento è, come si dice, allo stato nascente e può in futuro andare in molte direzioni. Però c’è, ed è un dato significativo.

Da alcuni punti di vista ricorda il movimento del Sessantotto, anch’esso nato spontaneamente, nonostante all’epoca non esistessero le connessioni digitali di oggi. Era una manifestazione dello spirito del tempo, così come lo è questo. Allora come oggi venne magnificato dai media e sembrò in grado di innescare un cambiamento epocale. Fu così solo molto, ma molto parzialmente. Per esempio l’effetto dei moti studenteschi non ebbe ricadute né nelle elezioni politiche del 1968, né in quelle amministrative del 1969 e neppure nelle politiche 1972. Ci furono trasformazioni nella scuola e nell’università, mutamenti nelle relazioni sindacali in vari settori dell’economia: a volte con buoni risultati, a volte con esiti assai poco brillanti.

Non lo diciamo per sminuire un fenomeno indubbiamente interessante, ma solo per evitare di leggerlo a priori come se si sapesse dove andrà a sfociare. Al momento non lo sa nessuno: mancano leadership di pensiero, le adesioni sono difficili da collocare, perché, per quel che si capisce, c’è un po’ di tutto (ovviamente la ricaduta mediatica degli eventi spinge molti ad intrupparsi).

Il fatto evidente e innegabile è che l’appello che muove queste aggregazioni così ampie è la ripulsa in molti della politica aggressiva e parolaia che ha dominato la nostra scena negli ultimi anni. Il “cattivo” per antonomasia è diventato Salvini, come nel 68 fu la DC considerata il fattore di blocco dello sviluppo italiano (allora la personalizzazione era meno di moda). E’ senz’altro positivo che un moto spontaneo censuri quel fenomeno mediatico della rissa politica continua che si è pensato fosse in grado di creare “audience”. Ci permettiamo di notare che peraltro la macchina dei talk show è già pronta a mangiarsi le sardine, così come da qualche tempo si è mangiata i grillini: tanto per essa tutto è materiale che fa spettacolo, il colore importa poco.

Adesso il problema è vedere quanto questo movimento sarà in grado di durare. Ci sono due vie. La prima è che sopravviva riuscendo a costringere la politica a “cambiare tono” e soprattutto a cambiare persone, perché una domanda implicita che viene da questo movimento è un cambio della guardia nel personale politico. Ciò comporterebbe un lento e relativamente graduale scioglimento delle risorse umane risvegliate dalle sardine nel mondo della politica strutturata, piuttosto ampio oggi. E’ quanto in parte è avvenuto a suo tempo per i quadri espressi dai moti studenteschi fra anni Sessanta e Settanta: ne hanno approfittato sia la destra che la sinistra, molto meno il centro. Con risultati non sempre brillanti.

La seconda via per durare è che il movimento riesca a strutturarsi per conto suo. L’impresa non è facile perché richiederebbe sedi di riunione che le sardine non hanno (i sessantottini e post avevano le università, occupate o meno) e l’illusione che per farlo bastino i social andrebbe evitata: vedere la fine fatta dai grillini con questi mezzi. Poi c’è la necessità per loro di trovare punti di riferimento intellettuali: non c’è politica forte senza pensiero. E qui i rischi e le sabbie mobili abbondano: vediamo già una pletora di intellettuali alla ricerca di palcoscenico già pronti a fare i maestri, per carità fingendosi umili servitori, di queste nuove platee. Anche qui si impari dal passato che di cattivi maestri e maestri profittatori ne ha conosciuti troppi.

Ciò che il movimento deve evitare è la trasformazione dei loro strumenti di presenza in liturgie che tenderanno a diventare senza contenuto: accadde alle “occupazioni” delle sedi universitarie e scolastiche, si eviti che succeda ora con il trionfo mediatico dei raduni di massa. Ripetere le esperienze che funzionano è una vecchia ricetta e va anche bene, purché sia solo l’inizio per passare poi a qualcosa di più e di diverso spessore.

Infine una piccola nota per quelli che già vedono in questi eventi spontanei un cambio di vento che ribalterà la situazione attuale. Per quanto i numeri siano molto significativi e facciano impressione, stiamo parlando di minoranze. Se siano avanguardie di maggioranze che aspettano solo di essere risvegliate dal fenomeno dei raduni di piazza, o se siano settori minoritari che non sono in grado di andare oltre quella condizione, lo si vedrà, ma né l’una né l’altra interpretazione può essere data per scontata.

Le “sardine” manifestano lo spirito del tempo
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