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Quel fascino sottile delle “bandierine”

Al fascino sottile delle rispettive bandierine Di Maio e Salvini proprio non riescono a sottrarsi. Il negoziato con la Commissione Europea sta assumendo contorni kafkiani perché ormai tutti sono congelati nei rispettivi ruoli.

Parole chiave: politica (1762), governo (350)

Non c’è niente da fare: al fascino sottile delle rispettive bandierine Di Maio e Salvini proprio non riescono a sottrarsi. Il negoziato con la Commissione Europea sta assumendo contorni kafkiani perché ormai tutti sono congelati nei rispettivi ruoli: i due vicepremier nel dover dimostrare , complice Conte, che la manovra non tocca i due santuari postelettorali, i commissari europei nel dover dar prova che non si fanno sconti all’Italia, ma ci si limita ad accettare alcune sue disponibilità a rivedere i meccanismi della manovra.

La gente normale fa fatica a raccapezzarsi nell’intrico delle tecnicalità: è più importante il deficit generale o quello strutturale? Davvero si sarebbe disposti a chiudere un occhio per spese per investimento e non per spese correnti? Potremmo continuare, ma il quadro è abbastanza chiaro, cioè, diciamo la verità, è piuttosto oscuro.

La sostanza dell’ultima fase del braccio di ferro temiamo sia come rappresentare un risultato che di suo è piuttosto ambiguo. Il versante del governo italiano vorrebbe avere una specie di patente che certificasse che alla fine la UE ha dovuto accettare l’impostazione italiana, accontentandosi di sapere che le misure sbandierate sono probabilmente scritte sulla sabbia e che la loro implementazione non sarà quella che si proclama dovrebbe essere. Il versante della Commissione europea (dietro cui stanno un po’ di governi dei ventisette) desidererebbe che passasse il messaggio che le regole sono sacre e che non si è consentito all’Italia di sforarle, sicché alla fine a Roma ci si è arresi ad arretrare sulle pretese iniziali. In cambio sotto sotto si è disposti a trangugiare le riforme bandiera dei due dioscuri che si è capito bene sono state opportunamente svuotate.

Quale sarà l’accordo non è chiaro, perché tutti sperano che possa finire con un bel pasticcietto per cui ognuno possa dire di avere vinto lasciando perdere uno scontro che nella situazione in cui versa attualmente la UE non è proprio la cosa più desiderabile.

Quello che invece è anche troppo chiaro è che questa vicenda mette a nudo la debolezza del sistema parlamentare, almeno nella fase attuale. Deputati e senatori sono stati poco più che comparse, sino al limite per cui i deputati si sono battuti per una versione della manovra che è stata poi gettata nel cestino. Tutto quello che è uscito dalle Camere, e solo dai banchi della maggioranza è l’appoggio a misure marginali e cervellotiche come la cosiddetta ecotassa sulle automobili, un intervento che per favorire le auto elettriche che costano per lo più moltissimo (e dunque sono roba da ricchi) aumenta il prezzo delle auto “normali”, cioè di quelle che sono alla portata del grande pubblico. Poi naturalmente a posteriori sembra che ci si sia accorti del pastrocchio che si era cucinato, ma per non tornare indietro ci si sta arrampicando sui vetri e anche qui non si sa come andrà a finire. Non proprio un bell’esempio di come potrebbe intervenire il parlamento almeno a margine di una manovra che il governo presenta, come si suol dire, cotta e mangiata.

I tempi stringono perché per evitare l’esercizio provvisorio di bilancio (misura che segnerebbe in negativo questa legislatura) bisognerebbe chiudere tutto entro fine anno: un’impresa assai ardua se si pensa che bisogna come minimo far finta di far passare il progetto per la competente commissione del Senato, poi farlo approvare dall’Aula sia pure con il voto di fiducia. Saremmo così a venerdì 21 ben che vada. Poi la legge deve andare alla Camera e anche lì si dovrebbe passare per la Commissione (forse la salteranno, ma sarebbe uno sgarbo regolamentare) per andare poi al voto di approvazione in Aula sempre con la fiducia: i giorni buoni, anche facendo lavorare i deputati nelle vacanze natalizie, sono il 27, 28, 29, visto che dubitiamo che vogliano votare la domenica 30 o il giorno di San Silvestro (anche se ovviamente non è vietato …).

Tacciamo poi per carità di patria sul fatto che in questa corsa finale si approveranno i principi delle riforme bandierina, ma il loro disegno preciso verrà con una legge successiva. Significa banalmente che le diatribe continueranno in gennaio, quando ci si sarà peraltro liberati del vincolo di approvare nei tempi il bilancio, e dunque si potranno avere prove di forza fra i componenti della coalizione di governo, perché quando si dovrà scrivere nero su bianco come fare reddito di cittadinanza o come normare quota 100 non è detto che tutto filerà liscio. Non fosse altro perché dubitiamo che a quel punto i mercati e il contesto finanziario internazionale stiano passivamente a guardare.

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