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Scommesse elettorali

La politica italiana è ferma ora sulla questione della legge elettorale, poiché sembra si sia trovata una ipotesi di soluzione del rebus. Con il “Rosatellum 2” si è scelto il pastrocchio del voto unico, ma consentendo nell’uninominale la presenza di coalizioni, giusto per accontentare un altro po’ di stregoni dei calcoli elettorali.

Parole chiave: legge elettorale (44)

Si è scelto il pastrocchio del voto unico, ma consentendo nell’uninominale la presenza di coalizioni, giusto per accontentare un altro po’ di stregoni dei calcoli elettorali

La politica italiana è ferma ora sulla questione della legge elettorale, poiché sembra si sia trovata una ipotesi di soluzione del rebus. Il presidente del Senato Grasso ha giustamente raccomandato che si lavori per una normativa nell’interesse dei cittadini e non dei partiti. L’on. Orfini si è risentito ed ha accusato Grasso di cedere alla propaganda antipartitica, ma in verità ha fatto una pessima figura: il presidente del Senato ha richiamato una verità lapalissiana a fronte di un disegno di legge che continua a muoversi nel quadro dei bizantinismi escogitati per compiacere le paure del maggior numero di partiti possibile. La cosa non è buona e credere che la gente non se ne accorgerà è stupefacente.

Il cosiddetto Rosatellum 2 (si abbandonassero queste manie di latinismi che sia detto senza offesa dobbiamo al prof. Sartori che inaugurò la moda) è francamente una legge senza logica. Infatti vorrebbe avere due filiere di selezione del personale parlamentare, una attraverso un sistema maggioritario secco a livello di collegi, una con un calcolo proporzionale a livello nazionale. Fin qui non ci sarebbe nulla di male, è apparentemente il sistema tedesco e vorrebbe contemperare scelte fatte sulla base della credibilità che può raccogliere ciascun candidato con la misurazione del consenso di cui le forze politiche godono in quanto tali. Il problema non è la distribuzione delle quote fra un 37% destinato al primo tipo e il 64% destinato al secondo: non sono numeri facilmente comprensibili, sebbene ci sia qualche ragione di aritmetica elettorale, ma alla fine si tratta sempre di convenzioni.

Dove invece casca l’asino è nella scelta di far decidere tutto da un unico voto. Che senso ha trasferire nella quota proporzionale il consenso ad un candidato che dovrebbe essere stato scelto sulla base di una fiducia personale al partito che lo include, o viceversa? Francamente nessuno. Aveva senso testare due parallele vie di scelta, come è appunto nel sistema tedesco, ma questo non andava bene ai partiti timorosi che si evidenziassero le fratture fra candidati che pescavano consenso trasversale e candidati che venivano eletti solo in forza del simbolo dietro cui si presentavano. Questo faceva paura, soprattutto ai piccoli, anche perché avrebbe richiesto di mettere in mano all’elettore due schede (come era nel vecchio Mattarellum). Così si è scelto il pastrocchio del voto unico, ma consentendo nell’uninominale la presenza di coalizioni, giusto per accontentare una altro po’ di stregoni dei calcoli elettorali. Si è ventilato che questo sarebbe stato pregiudiziale per i Cinque Stelle, che non avrebbero personale valido per i collegi uninominali, ma è una scemenza. Come si è visto nel caso delle elezioni dei sindaci, dove la gente ha voluto votare per loro lo ha fatto infischiandosene se quei candidati spesso non brillavano per qualità.

Tanto per non perdere il vizio dei giochini non solo si sono tenute soglie di sbarramento basse (il 3%), ma si è previsto che anche liste che non raggiungessero quella soglia, ove coalizzate con liste che l’avevano superata potessero far confluire i loro voti su quelle. Un incentivo incomprensibile alla presentazione di listine civetta, che servono solo ad inquinare la politica. Non che si faccia solo da noi: in Germania alle recenti elezioni c’erano 29 liste che non hanno superato lo sbarramento (lì del 5%), ma quelle giustamente non hanno avuto nulla.

Se questa legge finirà per essere approvata o meno è difficile da dire: dipenderà da molte circostanze legate alla lotta parlamentare e alla attuale confusione che regna nella classe politica. Ciò che ci pare difficile è che essa cada sotto la mannaia della corte costituzionale e ciò per una ragione banale. Se passa, non ci saranno i tempi per realizzare prima delle urne la complicata procedura che porta ad un pronunciamento della Corte. Se la pronuncia si dovesse avere dopo lo svolgimento delle elezioni ci sembra difficile che la Consulta si prenda la responsabilità di dichiarare di fatto illegittimo un parlamento appena entrato in carica (i giudici non sono degli ingenui e si rendono conto del terremoto che provocherebbe una simile decisione).

Servirebbe qualcuno capace di imporre al parlamento un colpo d’ala, ma davvero non sono più i tempi.

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