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Senza tregua, ma anche senza un perché

La politica a sinistra si intorbida sempre di più e la cosa non dovrebbe far piacere a nessuno, perché non si vede a cosa possa giovare questa rissa continua.

Parole chiave: politica (1761)

La politica a sinistra si intorbida sempre di più e la cosa non dovrebbe far piacere a nessuno, perché non si vede a cosa possa giovare questa rissa continua. Naturalmente c’era da aspettarselo che i risultati delle amministrative avrebbero avuto conseguenze sul PD, partito che non riesce a trovare un profilo e una sedimentazione interna. Così è ripreso il tiro al bersaglio su Renzi e sul suo protagonismo per ridimensionarne il ruolo e il potere, senza però che si capisca cosa pensano di sostituirvi i suoi avversari interni ed esterni.

Indubbiamente la tornata di domenica scorsa ha mostrato come sia evaporato, almeno per ora, quel serbatoio di voti “progressisti” che avevano fatto la fortuna del campo della sinistra. Da un lato se ne è andata quell’ideologia di base largamente condivisa che faceva convivere anche posizioni diverse per cui alla fine tutti facevano blocco: un tempo per promuovere quello che a loro appariva come un orizzonte di progresso, in seguito anche, e poi soprattutto per far barriera contro il “demonio” Berlusconi. Oggi, a furia di litigi e di insulti reciproci, in cui tutti si danno dei traditori, dei venduti, dei cerca-poltrone, entrambe le componenti del blocco si sono sciolte e di conseguenza è risultato vincente il blocco del centrodestra che invece ha mantenuto sia un certo comune sentire (difese corporative, paura del cambiamento, ecc.) sia la convinzione che comunque tutti avessero lo stesso nemico da battere, cioè la sinistra (per cui Berlusconi ha rilanciato l’aggettivo di “comunista”).

Una seria analisi del contesto in cui è maturata questa situazione non si è vista. Si è ripiegato sullo stucchevole teatrino delle contrapposizioni fra chi imputava l’insuccesso all’incapacità di coalizzare le molte formazioni della sinistra e chi, osservando che le coalizioni c’erano, ma non avevano avuto successo, rivendicava come indispensabile l’eterna ricerca della grande alleanza fra tutti quelli che si agitano in quelle acque burrascose.

Nessuno dei duellanti ha dato una buona prova di sé. Non coloro che si sono buttati sull’occasione di sbarazzarsi di un Renzi che comunque aveva largamente vinto le primarie interne, non il segretario che si è arrampicato sugli specchi per dire che in ogni caso la sua si sarebbe rivelata in futuro la strategia vincente senza bisogno di riesumare vecchie formule di larghissime intese. Innanzitutto sembra che nessuno si renda conto che ormai sono diatribe stucchevoli che mobilitano solo i fan dei vari raggruppamenti, mentre la gran massa dell’elettorato si allontana delusa (una seria riflessione sull’astensionismo non viene fatta). In secondo luogo non si prende atto che mettere insieme formazioni animate da disprezzo reciproco e poco interessate a produrre veri progetti politici è un’impresa impossibile. Romano Prodi è stato generoso a mettersi in campo come federatore, ma non ha spiegato come si potrà fare a ricondurre tutti alla ragione, il che significa innanzitutto rinunciare alle sceneggiate delle grandi adunate, perché non è in quei contesti che si produce progettualità politica.

Detto questo, stupisce che Renzi e i suoi non comprendano che se non vogliono farsi schiacciare da un clima in cui, diciamo la verità, si sta facendo di tutto per renderlo semplicemente “antipatico” e dunque sbalzarlo di sella, devono costruire una alternativa di alleanze mobilitando le forze sociali che non si riconoscono nel politichese di partitini e movimentini e che vorrebbero solo trovare un modo per operare ad una rinascita del paese. Ma questo suppone guardare oltre i cerchi più o meno magici che si sono costruiti in questi anni.

Il momento che attraversa il nostro paese è molto delicato e non si può andare avanti con classi politiche interessate solo a regolare i conti fra di loro. Come minimo significa indebolire il governo in carica che è alle prese con nodi difficili da sciogliere e con qualche clamorosa insufficienza come nella gestione del post-terremoto in Italia centrale. Possiamo permettercelo, soprattutto quando con le elezioni tedesche del 24 settembre è presumibile si ristabilirà una possibilità di forte direzione politica a livello UE? Ormai è chiaro, a meno che non ci si voglia buttare nell’avventura del colpo di mano di elezioni anticipate, che si voterà fra otto-nove mesi: un tempo troppo lungo per poter sopportare duelli continui e agguati senza tregua, senza fra il resto che se ne comprenda davvero il perché.

Senza tregua, ma anche senza un perché
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