Una campagna elettorale avvelenata

Non si capisce dove possa portarci la campagna elettorale avvelenata che continua ad aumentare di intensità. Se si guardano i talk show, anche quelli un tempo più equilibrati come “Otto e mezzo” della Gruber, si è colpiti dallo spazio che viene dato non all’esposizione di critiche, sempre utili, ma alla esibizione di intemerate di personaggi che parlano spesso senza sapere quel che dicono (abbiamo sentito Travaglio affermare che solo la costituzione italiana stabilisce che la sovranità appartiene al popolo, mentre è un articolo che in forme diverse si trova in tutte le costituzioni occidentali e dai tempi della Rivoluzione Francese!).

Ci si chiede quanto si possa andare avanti così, con continui attacchi e colpi bassi (tale è anche il ricorso contro la formulazione del quesito presentato al TAR del Lazio con l’obiettivo di tirare in campo la Corte Costituzionale). Comunque vada, dopo il referendum sarà necessario ricomporre il tessuto politico del paese a meno che non si creda che questo clima di guerriglia permanente possa giovare all’Italia. Stimolare gli istinti peggiori per cui i vincitori, chiunque siano, vengono portati a regolare poi definitivamente i conti con gli avversari non è davvero una buona tattica.

Fra il resto questo clima spinge il governo ad approfittare della sua posizione per guadagnare consensi elettorali per far passare la riforma. E’ un gioco pericoloso, sia in sé perché poi quel che si spende in queste direzioni pesa sui nostri disastrati conti pubblici, sia di fronte alla UE, che in questa fase deve lasciar correre in nome della stabilità, ma che in futuro si può star certi ci presenterà il conto.

In questo contesto la crisi sempre più evidente del PD è significativa. La minoranza si sta avvitando su sé stessa e non si capisce cosa voglia. Non un renziano sfegatato, ma il senatore Vannino Chiti che del segretario-premier è un avversario rigoroso, ha ricordato sull’ Huffinton Post che la riforma costituzionale ha recepito varie critiche migliorative della minoranza, che ora si discute sull’Italicum e che nell’ultima direzione del partito Renzi ha accolto la sua proposta di legge sulle modalità di selezione dei nuovi senatori, le quali prevedono un voto diretto da parte degli elettori.

Eppure la direzione si è svolta come una specie di psicodramma, con affermazioni anche teatrali e con un rifiuto della minoranza di partecipare al voto del documento finale: una tecnica davvero poco seria, perché in questi casi si deve avere il coraggio di presentare un proprio documento alternativo e su questo contarsi.

La lettura che della faccenda è stata data da molti osservatori, e che cioè questo preludesse ad una uscita della minoranza dal partito, come facevano presagire anche dichiarazioni più che battagliere della vigilia, è stata subito smentita dagli stessi protagonisti che si sono affrettati ad affermare che ad una scissione non ci pensano nemmeno. Crediamo però che questo renda più chiara la loro strategia, che è quella di riprendersi il partito nel momento in cui, come loro auspicano, Renzi sarà debellato dalla bocciatura referendaria della sua riforma. I più maliziosi insinuano che il piano sarebbe piuttosto articolato, perché prevederebbe di sfilare il partito all’attuale segretario, ma di lasciarlo, sia pure azzoppato, a capo del governo, perché una alternativa è difficile da immaginare e avrebbe comunque costi pesanti. Ci potrebbe essere un inevitabile rimpasto, ma ci sarebbe l’interesse e quasi la necessità di tirare avanti la legislatura perché comunque si dovrà fare una nuova legge elettorale per il senato, a questo punto non riformato, e cambiare l’Italicum.

Questa strategia, ammesso che sia davvero così, non farebbe però i conti con una vittoria del no che andrebbe condivisa quantomeno con la destra e con il Movimento Cinque Stelle, due soggetti che è difficile pensare non reclameranno la loro quota nella spartizione delle spoglie elettorali. Peraltro un accordo che coinvolga un fronte così ampio e al suo interno così poco omogeneo appare più che complicato, per cui è da attendersi una fase di forte instabilità. Dopo mesi di veleni reciproci e di battaglie senza esclusioni di colpi è il peggiore scenario che possa aspettarsi un paese come il nostro che ha necessità di sfruttare i pur timidi segnali di ripresa che si cominciano ad intravvedere.

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