Grande confusione sotto il cielo

Che nell’interpretazione dei risultati elettorali tutti tirino la coperta dalla loro parte è un rituale della politica italiana e questa volta non si fa eccezione. il centrodestra ha visto nelle amministrative di domenica scorsa il “licenziamento” del governo Prodi, il centrosinistra una sostanziale conferma della parità fra i due schieramenti (naturalmente con l’ulteriore giochino per cui l’estrema sinistra pretende di avere il merito della tenuta e Mastella rivendica il bastione del Sud).

Un’analisi di quanto è successo non è semplice perché al momento di scrivere disponiamo solo dei dati grezzi della vittoria o sconfitta dei candidati sindaco, un terreno in cui sono molto importanti umori, scelte personali, situazioni locali, per cui è arduo trarre indicazioni di “trend” a livello nazionale. Lasciamo da parte il dato sulle province dove anche solo il vistoso calo di elettorato (siamo ormai poco sopra la metà degli aventi diritto) conferma lo scarso significato di questa istituzione laddove esistono ben strutturati regione e comuni (il caso del Trentino è ovviamente altra cosa perché qui si dice “Provincia”, ma si dovrebbe leggere “Regione”).

Qualche riflessione si potrebbe però trarre da quanto è accaduto, a cominciare dalla auspicabilità di una abolizione, o almeno un radicale ridimensionamento del versante “politico” degli enti provinciali, che costano molto e rendono pochissimo (con un risparmio di spesa che sarebbe notevole).

Sul piano più propriamente politico quanto è avvenuto conferma quella crisi della politica che tutti denunciano: la partecipazione elettorale è in calo persino a livello comunale, dove la vicinanza della gente alle sue classi dirigenti dovrebbe essere maggiore. A questo proposito è da notare il considerevole successo della Lega all’interno del centrodestra, segno evidente che la consonanza con gli “umori” della gente paga. Certo in questo caso si tratta spesso di una consonanza populista, di un cavalcare le paure più che governarle, ma comunque è una adesione ai problemi del paese. Il centrosinistra, dominato dall’autoreferenzialità del circuito dei media e all’ossessione per il “politicamente corretto” sta perdendo questo aggancio al Nord, dove ha ancora una classe dirigente funzionariale che pensa di ancora di essere il pedagogo del popolo, mentre tiene al Sud dove una classe dirigente più avvezza al localismo e al populismo risulta maggiormente efficace (per quanto con limitato respiro politico).

Molti commentatori hanno sottolineato la crisi precoce del futuro “Partito Democratico” cosa che ha fatto gongolare i politici dell’Estrema. A parte l’insensatezza di questo giubilo (sono quelli che si castrano per far dispetto alla moglie), non c’è prova che l’elettorato si allontani perché quel partito sarà “poco di sinistra” (se così fosse ci sarebbe stata una crescita esponenziale dell’Estrema), quanto è piuttosto probabile che la gente sia irritata per come i vertici “romani” gestiscono la nuova avventura.

Non ci vuole grande acume per fare due più due. Prendete la formazione del comitato dei 45 che deve gestire la nascita del PD: vertici romani, più loro clienti. Al Nord quasi niente: fuori Chiamparino, un sindaco che a Torino sta facendo benissimo, fuori Illy e via elencando. Scrivendo in questa sede non si può far a meno di notare che neppure al Trentino è stato riservato alcuno spazio, a dispetto del fatto che questa sia una roccaforte di quel tipo di operazione che si vorrebbe mettere in campo.

Se ci fosse un leader o almeno una leadership di qualche genere si potrebbe chiedere: ma siete matti? Mancando totalmente, non si sa a chi rivolgere la domanda.

Certo il governo al momento non cadrà, ma avrà sicuramente vita più stentata, perché tutte le sue componenti agiranno ancor più di prima per mettersi da parte un qualche gruzzoletto (politico, s’intende) per il momento in cui si troverà disoccupata. Poiché il momento è assai delicato sia sul piano interno che internazionale, non è una prospettiva incoraggiante.

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