La politica che scricchiola

L’Italia è un curioso paese. Domenica 20 maggio tutti i TG riprendevano con grande evidenza l’uscita del “Corriere della Sera” che per penna del suo autorevole editorialista Sergio Romano aveva denunciato, partendo dal successo del libro di Rizzo e Stella La Casta, la pericolosa crisi di fiducia che i cittadini nutrono verso la politica. Qualcosa che potrebbe assomigliare ad un nuovo terremoto stile Tangentopoli. L’effetto era rinforzato sul giornale da una intervista del ministro D’Alema, che, per la verità con uno stile piuttosto involuto, denunciava anch’egli pericoli di legittimazione per il sistema.

Dove sta la stranezza? Nel fatto che il direttore del “Corriere”, Paolo Mieli, aveva detto le stesse cose (proprio le stesse, incluso il riferimento al successo del libro di Rizzo e Stella) in un dibattito pubblico a Bologna il 15 maggio dunque cinque giorni prima. In quel caso non se ne accorse nessuno, tranne il giornalista del “Corriere di Bologna” che peraltro vi dedico poche righe in una cronaca nelle pagine interne. Ovviamente non poteva non accorgersene chi scrive questo pezzo, che era, casualmente, colui che sul palco intervistava in pubblico Mieli sul problema della libertà di stampa.

Ora questo testimonia che la denuncia del maggior quotidiano italiano non è una occasionale presa di posizione di un opinionista pur importante, ma è un grido di allarme di un pezzo dell’establishment del paese, quale è indubbiamente il quotidiano di via Solforino.

Questo allarme, la cui portata peraltro a Bologna fu colta subito da alcuni osservatori autorevoli presenti fra il pubblico, usciva poi nel giorno in cui si annunciava la fusione fra Unicredit e Capitalia. Qui spieghiamo subito che non si tratta solo di una grossa operazione economica che dà vita ad una delle più importanti banche europee, ma della fusione fra un establishment del Nord, assai legato alle nuove dinamiche del nostro capitalismo più moderno, e un establishment “romano”, molto addentro ai meandri della politica italiana. Un segnale, pare a me, che questo mondo comincia a rendersi conto che bisogna “saltare il fosso” del gioco della politica italiana, con cui non vanno rotti i ponti, ma che è insufficiente per guardare al futuro, visto che questo si chiama, quanto meno, Europa.

Sempre in quella domenica 20 maggio un terzo avvenimento assumeva un significato simbolico: il vertice convocato dal premier Prodi per decidere che fare di fronte alle richieste che vengono un po’ da tutte le parti per quanto riguarda la politica economica del governo. L’immagine è quella di che fare del famoso “tesoretto”, cioè la quota di maggiori entrate di gettito fiscale rispetto a quelle che si erano messe in preventivo.

Il governo e il suo premier non giocavano la partita avendo proprio le migliori carte in mano. Erano attaccati dai sindacati, che volevano i soldi per il contratto degli statali, da Rutelli che voleva la riduzione dell’ICI, da vari che, dopo il successo del Family Day, volevano politiche a sostegno delle famiglie, per non dire delle eterne richieste di solidarietà sociale (aumenti alle pensioni minime, sostegno al lavoro precario, ecc.). A dimostrare quanto debole fosse il governo quella mattina era uscita una intervista insultante di Diliberto verso il ministro Padoa-Schioppa.

Ci sarebbe da aggiungere che la UE aveva invitato caldamente ad usare il “tesoretto” per aggiustare un po’ il deficit dei conti pubblici.

Ebbene, che fa il premier? Annuncia a fine serata cinque punti generici in cui promette tutto a tutti: alle pensioni minime, agli statali che aspettano l’aumento, a Rutelli a cui assicura l’avvio di una futura riforma della tassazione sulla casa, a chi preme per norme di sostegno al lavoro precario e a chi chiede a gran voce sostegni alle politiche per la famiglia.

Forse lo si è fatto per tener in piedi il consenso popolare in vista del difficile voto amministrativo fra una settimana, ma certo di è dato un brutto colpo alla credibilità della classe politica al governo che è apparsa, una volta di più, incapace di decidere.

Domenica 20 maggio ad avere ragione era il “Corriere”, perché gli scricchiolii della politica li hanno sentiti molte orecchie allenate ed importanti. Forse nulla è perduto, ma certo non poche cose sono state ancora una volta compromesse.

Fatti e opinioni

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