L'intervento

stampa

Le lucide analisi di Piergiorgio Cattani.

In principio era la relazione, cioè la Parola al cospetto di Dio, perché la Parola stessa è Dio. Il cosmo che vediamo - sterminato, interdipendente, proteso alla vita - nasce da questa relazione.

Da sempre ogni religione, almeno nel nostro emisfero, vede nella primavera l’inizio dell’anno, il tempo più favorevole per la festa, la vittoria definitiva della vita sulla morte, il ritorno alla luce di quanto sembrava ormai destinato irrevocabilmente alle tenebre.

Papa Francesco cerca in ogni modo di sfuggire all'idolatria mediatica che, se coglie sicuramente un aspetto evidente della sua personalità, rischia di mettere in secondo piano un elemento fondamentale: lo stile di Bergoglio non è un vezzo e neppure una strategia un po’ gesuitica per conquistare la gente, bensì è un modo di parlare di Gesù. Il Papa ribadisce molto spesso che se esiste uno stile cristiano, prima di guardare a Bergoglio, occorre guardare alla croce.

Una delle più radicate e nefaste abitudini che rovinano il cristianesimo, soprattutto cattolico, è quella di aspettarsi dal prete l’assolvimento di qualsiasi compito, dalle celebrazioni all’animazione dell’oratorio, dalla gestione burocratica e economica della parrocchia a quella che un tempo si chiamava “cura d’anime”.

Gioia, letizia, spensieratezza, felicità. Parole abusate o assenti nella nostra vita. Parole che si ripetono, che rimbalzano ma che alla fine diventano echi di un mondo ormai invecchiato. La gioia è emigrata dalla nostra civiltà. La gioia è un lusso che non possiamo permetterci. Perciò giungono come una scossa le affermazioni di papa Francesco contenute nella prima parte della sua esortazione apostolica Evangelii gaudium. Francesco vuol dirci semplicemente: la gioia esiste, possiamo essere felici. Una semplicità disarmante. Non è un sogno di fanciulli o di creduloni. La gioia diventa la cifra dell’azione di Dio nel mondo.

Sempre di più le nostre montagne si popolano di turisti internazionali, provenienti da paesi impensabili fino a ieri. Polonia, Russia ma anche stati arabi, Cina e Giappone.

Oggi dobbiamo affrontare sfide simili: non si è più cristiani per nascita o per una presunta identità occidentale; le grandi religioni tradizionali subiscono la “concorrenza” di sette, gruppi alternativi che realizzano appetibili miscele di sensibilità orientali, di suggestioni sciamaniche sempre al confine tra una genuina ricerca e gli inganni della superstizione. Da noi la mentalità diffusa non si ricorda neppure di Dio.

La speranza è “l’ultima dea” che accompagna gli uomini nella loro vita. L’ultimo ideale, l’ultima virtù a cui aggrapparsi. Appunto, l’ultima speranza. Così è per tutti i popoli, in tutte le epoche della storia. La speranza immessa nel cuore dell’uomo con il messaggio della Bibbia sembra essere di altra natura.

Trento viene ricordata in tutto il mondo non solo per quel grande avvenimento di 450 anni fa, ma pure per essere la città natale di Chiara Lubich, la fondatrice del Movimento dei Focolari di cui proprio qualche giorno fa si sono celebrati i settant'anni dalla nascita (il 7 dicembre 1943 quando Chiara da sola si consacrò a Dio). La storia, misteriosamente attraversata e sorretta da presenza di Dio, riserva sempre sorprese.

hgNon passa giorno che papa Francesco ribatta sul tema della misericordia. Sembra questa essere la parola chiave del suo pontificato. Ogni occasione è buona un accenno al senso cristiano del perdono, alla bontà di Dio che ci viene incontro e ci porta la pace del cuore. Francesco è pure diventato medico prescrivendo dalla finestra dell'appartamento papale che si affaccia su piazza San Pietro un particolare farmaco da usare senza timore di dosi eccessive: il "Misericordin", la medicina della misericordia, quella capace di curare l'angoscia dell'anima e di realizzare una vera comunione tra i fratelli.

Le domeniche di novembre ci accompagnano nella meditazione sulla morte e sulla promessa della vita futura. Si conclude l'anno liturgico e le letture della Messa si concentrano su temi escatologici, vale a dire sulla questione della fine e del fine della nostra esistenza e di quella dell'universo intero. È una grande riflessione sul tempo e sulla storia, visti con gli occhi di Dio.

Francesco compie un grande cambiamento rispetto ai predecessori ricollegandosi al Concilio e alla visione positiva della libertà di coscienza. Ogni uomo ha la sua visione di Bene e di Male: per chi non ha riferimento religioso sarà la propria coscienza ad indicare quale sia la via per il Bene. In queste affermazioni si riscontra una grande fiducia nell’uomo: anche chi non è religioso, anche chi non è cristiano, anche chi non è rigidamente cattolico può incamminarsi sulla via del Bene, può aggiustare il mondo secondo le vie indicate dall’ascolto libero della propria coscienza. A considerare con attenzione, questo è l’insegnamento di sempre della Chiesa.

Incontrando sempre più spesso persone che professano altri credi religiosi oppure che hanno convinzioni molto lontane dai cristianesimo, si viene interpellati sul senso complessivo della propria fede. L'atteggiamento di papa Francesco, poi, così aperto e dialogante verso tutti, chiama a interrogarsi personalmente sul proprio approccio alla vita e sulla religione a cui si dice di appartenere. Quale è il nucleo fondamentale in cui credono i seguaci di Cristo? Quale è la caratteristica peculiare della strada in cui ci si è incamminati?

Molti miei conoscenti, soprattutto ventenni e trentenni, vivono serenamente a prescindere da qualsiasi dimensione religiosa. Come ovvio ci sono anche credenti, ma la stragrande maggioranza di loro fa parte di quella generazione che, per la prima volta in Europa dopo secoli, per scelta o per consuetudine, è lontana dalla fede. Essere cristiani è un’eccezione. Non solo. Ritenere che possa esistere pure una dimensione spirituale (magari comune anche ad altre culture o religioni) non è affatto scontato.

Forse il mese di settembre ci racconta più degli altri il trascorrere del tempo. Dopo l'estate si ritorna al "travaglio usato", all'abitudinario passaggio dei giorni tra fatiche e soddisfazioni, affanni e rincorse, sempre alla ricerca di un vago, cioè indefinito, appagamento. La luce del dì si fa più breve, mentre al mattino l'aria più fresca, a tratti già pungente, ricorda che siamo arrivati alla soglia dell'autunno. Ecco, come ogni anno, inevitabile, la sensazione dell'avvicendarsi repentino delle stagioni che corrono e si inseguono per andare chissà dove.

Spesso le critiche alla religione hanno esiti paradossali e contraddittori. Filosofi e intellettuali, ma adesso questa opinione si è pure diffusa tra la gente comune, affermano che la religione è nata come risposta consolatoria al dramma della morte: l'uomo, incapace di sopportare la consapevolezza della propria condizione finita e mortale, si "inventa" un Dio che promette vita, felicità, salvezza magari in un'altra dimensione. La religione diventa allora un antidoto alla paura. All'opposto incontriamo un altro tipo di critica rivolta in particolare il cristianesimo che viene accusato di aver fomentato proprio la paura utilizzando il timore per una condanna al fuoco eterno dell'inferno come leva per avere in pugno le coscienze degli individui. Sorge la domanda: la religione libera dalla paura oppure genera ulteriore sgomento? Consente di guardare al mondo con occhi più limpidi oppure offusca lo sguardo moltiplicando i sensi di colpa, i divieti e le condanne?