L'intervento

stampa

Le lucide analisi di Piergiorgio Cattani.

L'annuncio di Cristo è sicuramente misericordioso e aperto a chiunque sappia riconoscere la propria condizione di incertezza e difficoltà. Tuttavia, con un linguaggio molto simile a quello dei profeti dell'Antico Testamento, Gesù, nei suoi detti e nelle sue parabole, non promette una salvezza a buon mercato, anzi è esigente soprattutto verso i discepoli. Chi crede in Lui avrà la vita, gli increduli si avviano sul sentiero della morte. Non ci sono vie di mezzo.

In questi giorni d'estate sto leggendo un prezioso e denso libro che, con profondità e competenza, le varie sfaccettature di un sentimento fondamentale per la nostra vita: la compassione. L'autore, Antonio Prete, professore di letteratura comparata, riesce a compiere un cammino sicuro dentro il territorio vastissimo di quello stato d'animo che chiamiamo comunemente compassione, cioè la capacità di vedere il dolore altrui e di non rimanere indifferenti ad esso.

Il turismo, come la stagione estiva, diventa sinonimo di viaggio ma anche di rilassamento, vacanza, riposo, distacco dalla quotidianità, spostamento dai luoghi in cui si vive abitualmente. Quest’attività è possibile solo se alcune circostanze lo permettono: la salute, la disponibilità economica, il tempo libero. In momenti di crisi vediamo come tantissime persone devono rinunciare alle vacanze.

L'estate è incominciata ed è arrivato anche il caldo. Le giornate di giugno sembrano non finire mai. Fino al tardo pomeriggio il sole inonda case, montagne, campi, strade. Il buio stenta ad arrivare, attardato da un infinito crepuscolo. Dopo poche ore, ecco di nuovo l'alba. Ancora luce, un nuovo giorno. Questa la percezione quotidiana. Sappiamo però che proprio in estate la durata del dì comincia ad accorciarsi inesorabilmente, riducendosi prima piano, poi sempre più velocemente precipitando nell'autunno e quindi nel freddo invernale. Il solstizio d'estate sancisce il passaggio dell'anno. Invita a riflettere sul tempo, sull'inesorabile incedere della nostra vita lungo il corso del fiume dell'esistenza.

"Qualcuno di voi potrebbe dire: ‘Senta Signor Papa, Lei non è uguale a noi’. Sì, sono come ognuno di voi, tutti siamo uguali, siamo fratelli!" E la piazza gremita non può non applaudire con un battimani scrosciante. Questo uno dei passaggi più significativi della catechesi che il Papa ha tenuto il 26 giugno scorso nell'ultima sua udienza del mercoledì prima della pausa estiva. Ho avuto la possibilità di ascoltare queste parole in Piazza San Pietro, a dieci metri da Francesco, nello spazio riservato ai disabili. È sempre un'emozione sentirsi parte di un popolo radunato intorno al successore di Pietro, a colui che ti deve confermare nella fede.

Pensare che Dio perdona sempre determina il dissolversi di ogni timore non solo verso il Signore ma verso il nostro stesso essere che spesso non capiamo e di cui non sappiamo dare ragione. Nessun nostro difetto deve farci paura, nessuna colpa è così grave da non essere perdonata. Questa consapevolezza reca una grande libertà. Una libertà che supera completamente la visione individualistica oggi così dominante e che schiude orizzonti impensabili, situazioni nuove capaci di riempire l'esistenza.

Dio è presente ma si nasconde. Questo non vale soltanto per l'eucarestia. Non possiamo avere la certezza  tangibile e quotidiana di Dio. Non possiamo trattare Dio come un oggetto, come nostro possesso. Il Padre che è nei cieli, in verità è dentro e fuori di noi, sempre presente, sempre inafferrabile. Gesù risorto, dopo l'Ascensione, in un certo senso abbandona i suoi, ma nello stesso tempo promette di essere sempre con gli uomini, con tutti gli uomini, di ogni tempo e di ogni generazione, fino alla fine del mondo. Però non si vede, è latente.

Ho fatto un sogno. Papa Francesco, alla domenica di Pentecoste, proclamava una grande amnistia, un perdono generalizzato non solo da tutte le colpe commesse (come è l'indulgenza plenaria) ma anche da quelle situazioni che non consentono una piena comunione con la Chiesa. Divorziati risposati, preti sospesi, teologi sotto la lente di ingrandimento del Vaticano, scomunicati, conviventi, omosessuali, evasori fiscali: tutti perdonati, all'insegna della grande misericordia di Dio. Non è necessario il pentimento. Il perdono viene dato gratuitamente. Come Dio offre la salvezza. Il passato è cancellato, dimenticato. Si comincia una pagina nuova. Completamente nuova.

“Se di vecchiezza la detestata soglia evitar non impetro...”. In questo verso di rara potenza Giacomo Leopardi descriveva il suo desiderio di non giungere a quella che, con grigia e banale definizione, chiamiamo oggi "terza età": per lui la vecchiaia, totalmente contrapposta alla giovinezza piena di speranze, significava la noia, l'inverno della vita, la privazione di affetti e di slanci. Era appunto una “detestata soglia”.

Papa Francesco ha già fatto la rivoluzione delle parole. Speriamo proprio che continui così. Discorsi privi di fronzoli, sempre in italiano, coinvolgenti e immediati. E soprattutto brevi. Pochi minuti al corpo diplomatico: le feluche stavano a guardare non sapendo che il nuovo vescovo di Roma aveva fretta di sbrigare le sue incombenze pontificali per lasciare spazio alla sua attività di pastore, concentrata sul dialogo diretto con il popolo. Poche parole, dicevamo, ma che colpiscono al cuore.

Può sembrare una cosa ovvia dire che nel silenzio ci si capisce. Non ci sono più lingue diverse e tutti sono protesi verso un altrove da cui attendersi qualcosa. Senza silenzio non ci potrebbe essere spazio per l'ascolto. E senza l'ascolto Dio non potrebbe rivelarsi a noi. Tutto questo è preghiera.

Il nuovo Papa dovrà continuare l'opera di Joseph Ratzinger soprattutto per quanto riguarda quella che si può definire come la riforma spirituale della Chiesa, intesa come la comunità dei credenti in Cristo. Una riforma interiore, profonda e attuata secondo l'invito biblico di convertirsi, di ritornare cioè a Dio. L'anno della fede servirebbe proprio a questo. Sono tre i pilastri su cui, secondo me, si dovrebbe fondare questo cammino di conversione: la Parola, la povertà, l'attenzione verso il mondo.

Benedetto è salito sul monte, come ha ricordato nel suo ultimo Angelus da pontefice, seguendo una nuova tappa della sua vocazione. Quello che resta - questa la sua definitiva lezione, quasi il suo testamento - è la preghiera intesa come discernimento interiore e come intimo dialogo con Dio. Alla fine è la coscienza ad agire con responsabilità e fede in piena libertà. Soltanto là si incontra Dio. Soltanto attraverso gli uomini si dipana l'azione di Dio nella storia.

Per i cristiani in questa settimana è incominciata la Quaresima. Un tempo speciale, diverso dagli altri periodi dell'anno, che chiama al digiuno e alla penitenza. Queste ultime due parole sono praticamente uscite dal lessico della maggior parte delle persone. Prima che essere legato al cibo (anche se, ricordiamocelo, una cosa è sperimentare la fame, un'altra è discutere sulla fame) oggi il digiuno mi sembra più legato alla nostra gestione del tempo.

Siamo sommersi dalle parole. Chi opera nel settore dell'informazione sa benissimo quanto sia facile naufragare nel vortice delle notizie e quanto sia ugualmente semplice alimentare quello stesso vortice attraverso le proprie parole. Bisogna fare notizia, bisogna dare notizie. Freneticamente, ossessivamente, 24 ore su 24. Cambiando scenario la civiltà della comunicazione, dispiegatasi in maniera parossistica negli ultimi anni, si nutre, come è ovvio, di parole: i social network, la posta elettronica, i messaggi sui telefonini hanno moltiplicato la possibilità di comunicare. Molto spesso dietro questa maniera di esprimersi si nasconde il vuoto.

In questi ultimi decenni la Chiesa è diventata davvero "cattolica", cioè universale, aperta al mondo, capace di abbracciare il mondo come nessuno può fare. Nella Chiesa si respira almeno un anelito verso l'unità, difficile da trovare altrove. Questa comunione di intenti per alcuni si dovrebbe trasformare in un medesimo orientamento elettorale.