La Chiesa e la politica, una relazione delicata

L’idea che la Chiesa sia un “potere” è ancora molto presente

In questi giorni imperversano le polemiche intorno ad alcuni discorsi pronunciati dal segretario della CEI Nunzio Galantino. Il vescovo, nominato da Papa Francesco, ha cercato di attualizzare, dentro l’ingarbugliata e avvilente situazione politica italiana, i punti forti del magistero pontificio: sguardo alle periferie del mondo, accoglienza per i poveri della terra, misericordia a largo raggio, denuncia del culto del denaro e del potere che alla fine genera disuguaglianze e corruzione. Nelle meschine interpretazioni di politici e di giornalisti queste posizioni sarebbero da considerare “di sinistra”, mentre sarebbero “di destra” i pronunciamenti in merito alle questioni della famiglia, della bioetica o dell’educazione cattolica.

Lasciando perdere queste miserie a cui ormai siamo abituati, viene da chiedersi però se la Chiesa italiana faccia bene a intervenire così direttamente, credendo, forse ingenuamente, di avere di fronte politici, cittadini, fedeli, che prestino attenzione alle sue indicazioni, senza strumentalizzazioni di parte. Sarebbe opportuno fare una disamina sulla reale condizione della società nel nostro paese che a parole si definisce cattolico, ma che, ormai da molti anni, è segnato da un grande pluralismo etico e valoriale.

Un tempo – molti dei lettori se lo ricorderanno – si nasceva quasi automaticamente “cattolici”: tutti, salvo rarissime eccezioni, venivano battezzati; quasi tutti si sposavano in chiesa; la stragrande maggioranza delle persone frequentavano le funzioni liturgiche e il clero era visto con timore e deferenza. Si era cattolici più per tradizione che per scelta. Che questa condizione significasse una fede davvero radicata e diffusa è tutto da dimostrare: non mi sembra che nel Medio Evo o nel 1600 ci si comportasse meglio di oggi, benché in Europa i Regni si definissero “cristiani”.

Tuttavia l’idea che la Chiesa sia un “potere” – da appoggiare o da contrastare, non importa – è ancora molto presente. Non è comprensibile altrimenti l’atteggiamento di molti personaggi in vista che, seppur totalmente alieni alla dimensione religiosa, vogliono insegnare alla Chiesa come si debba comportare, quali scelte, anche in materia dottrinale, debba fare. Nella Chiesa tutti dovrebbero essere esempio di alti valori morali, i parroci dovrebbero celebrare i funerali religiosi a chiunque; nello stesso tempo dai pulpiti dovrebbero arrivare solo messaggi positivi e zuccherosi, senza magari parlare di migranti e di accoglienza.

Un’insidia però si rintraccia nella Chiesa stessa. Alcuni vescovi e cardinali credono di impersonare pure loro un “potere” che, per forza, è chiamato a intervenire su tutto, offrendo ricette in ogni campo, dall’economia all’ambiente, dal lavoro alle infrastrutture; c’è qualcuno che discetta persino sulle riforme istituzionali. Si crede così di rappresentare una sorta di religione civile valida a prescindere per tutti gli italiani, invece di concentrarsi sulla propria comunità cristiana. A parole si dice che i fedeli sono una minoranza, che lo Stato deve essere laico, che non si vuole imporre niente a nessuno.

In realtà troppe volte la Chiesa si comporta come se dovesse aggiustare il mondo, dovesse obbligare anche i non credenti a comportarsi secondo la propria visione, volendo costituire un ordine mondano che non potrà mai rispecchiare l’esigente proposta evangelica. Non si può governare con il Vangelo. Perché la vicenda storica di Gesù testimonia come i comandamenti etici del Discorso della montagna non garantiscono il successo mondano, anzi portano al fallimento, all’incomprensione e all’odio da parte di chi detiene il potere. Non si può governare con le beatitudini. Perché alla fine si annacqueranno soltanto. Gesù e i cristiani dei primi secoli non avevano in mente di costruire il benessere collettivo, di indicare all’impero romano quali editti promulgare, ma semplicemente volevano vivere dentro istituzioni tranquille che garantissero loro la possibilità di testimoniare il Vangelo e di portare nel mondo la buona notizia.

Invece, nel tentativo anche generoso di rivolgersi a tutti, la Chiesa, i credenti cristiani, dicono non di voler parlare secondo una dimensione religiosa (ormai non più accettata dalla maggioranza), ma solo secondo valori umani, secondo una razionalità valida universalmente e non a partire dal Vangelo.

Penso che i vescovi dovrebbero diventare per davvero i pastori di comunità cristiane vive anche se minoritarie, dismettendo i panni delle autorità civili che sfilano accanto ai presidenti del consiglio o ai sindaci, ai generali dei carabinieri o ai procuratori in toga. Altrimenti non solo non verranno ascoltati dai semplici cittadini, ma neppure dai loro stessi fedeli.

vitaTrentina

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