Oggi la Parola

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Eccoci dunque chiamati ad amare la vita e la terra; a non condannare la terra a una morte lenta ma inesorabile, a donare all’uomo giorni di pace, di giustizia, di serenità. Condivido, per concludere alcune espressioni di una preghiera che mi ha aiutato a non cercare un Dio giudice, ma il Dio mite di Gesù….

Eccoci dunque chiamati ad amare la vita e la terra; a non condannare la terra a una morte lenta ma inesorabile, a donare all’uomo giorni di pace, di giustizia, di serenità. Condivido, per concludere alcune espressioni di una preghiera che mi ha aiutato a non cercare un Dio giudice, ma il Dio mite di Gesù….

Nel Natale ci rendiamo conto che Il Figlio di Dio «non è nato perché gli uomini diventino religiosi, se intendiamo la religione come una realtà che sta al fianco del mondo senza scuoterlo, senza turbarlo».

L’invito per noi di passare, in questo tempo di Avvento, dal silenzio all’ascolto della Parola, che ci fa diventare capaci di osservare l’unico comandamento dell’amore reciproco che Gesù ha consegnato ai suoi discepoli e che Giuseppe visse con umiltà e coraggio nel suoi giorni.

Comincia l’avvento, un tempo di speranza. Ma subito si potrebbe obiettare: è ancora possibile sperare? Non ci siamo forse ridotti a sperare in una vincita alla lotteria, in un benessere immediato, in un augurarsi che non ci accada nulla di preoccupante?.

Gesù appare così come un re da burla, perché gli uomini sono abituati a ben altri re e ad altre manifestazioni della regalità! «Gesù non si serve della sua potenza regale per salvare se stesso, per sottrarsi al completo dono di sé, per costringere coloro che lo rifiutano ad ammettere il loro torto. Questa è l’originalità della sua regalità. Ma è anche il motivo per cui il mondo non lo comprende. Gli stessi discepoli, del resto, non sempre ne sanno cogliere il senso profondo e non raramente si sforzano di modificarla per renderla più convincente.» (B.Maggioni)

AbsI tempi difficili possono portare allo scoraggiamento, a non lasciare spazio alla speranza. La meta di tutto pare uno sprofondare nel buio, nella dissoluzione. Ma è diversa la prospettiva del Vangelo, anche di questo brano: i tempi problematici e faticosi non devono essere tempi di lamenti, nostalgie. tract.

Quindi Gesù afferma che Dio «è il Dio di Abramo,di Isacco e di Giacobbe» (Es. 3,6). Egli intendeva dire che se Dio è stato il liberatore dei patriarchi, non lo è stato per un tempo passeggero, restando poi prigioniero della morte, ma lo è stato soprattutto di fronte alla morte, strappando a essa i padri della fede. E conclude: «Dio non è il Dio dei morti ma dei viventi, perché tutti vivono per lui.»

E allora perché uno che ha passato la vita a succhiare sangue alla povera gente, ad arricchirsi in modo iniquo, fu invitato a spalancare le porte di casa sua proprio a Dio? Cosa ci fa «il nostro» Dio in quella casa lì? «Siamo proprio una razza senza fantasia, e la nostra immobilità, immobilità nei giudizi e nella pastorale è una vera iattura…» (A. Casati) Succede infatti che l’uomo in ricerca, l’uomo che ha nostalgia di Dio e non si arrende a starsene lontano, l’uomo che dalla miseria dei suoi errori vuole rialzarsi trova una barriera di osservanti che può diventare invalicabile

Gesù è in cammino verso Gerusalemme, verso quella città dove porterà a compimento la sua missione morendo in croce e risorgendo. Attraversa la Galilea, la Samaria e la Giudea, regioni ostili.

Il primo atto di fede è riconoscere che l’uomo è debole, è lontano dalla perfezione e non può contare solo se stesso, sulla sua intelligenza e le sue intuizioni. L’uomo tuttavia non può durante la sua vita smettere di cercare, di pensare e anche di dubitare; deve farsi delle domande anche se a volte non trova risposte. Chi ha fede rimane sempre un cercatore.

Nel giudizio finale noi saremo giudicati sul nostro farsi o non farsi prossimo, sul nostro aver saputo essere solidali con chi è malato, o povero, o vittima dell’ingiustizia, se abbiamo saputo abbracciare la croce con loro.

La liturgia oggi ci presenta un modo di fare di Dio poco comprensibile per il modo di ragionare di noi uomini. Attraverso tre parabole, Gesù ci presenta un Dio che non guarda ai meriti dei suoi figli, ma alle loro necessità e sofferenze.