Oggi la Parola

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Gesù appare così come un re da burla, perché gli uomini sono abituati a ben altri re e ad altre manifestazioni della regalità! «Gesù non si serve della sua potenza regale per salvare se stesso, per sottrarsi al completo dono di sé, per costringere coloro che lo rifiutano ad ammettere il loro torto. Questa è l’originalità della sua regalità. Ma è anche il motivo per cui il mondo non lo comprende. Gli stessi discepoli, del resto, non sempre ne sanno cogliere il senso profondo e non raramente si sforzano di modificarla per renderla più convincente.» (B.Maggioni)

AbsI tempi difficili possono portare allo scoraggiamento, a non lasciare spazio alla speranza. La meta di tutto pare uno sprofondare nel buio, nella dissoluzione. Ma è diversa la prospettiva del Vangelo, anche di questo brano: i tempi problematici e faticosi non devono essere tempi di lamenti, nostalgie. tract.

Quindi Gesù afferma che Dio «è il Dio di Abramo,di Isacco e di Giacobbe» (Es. 3,6). Egli intendeva dire che se Dio è stato il liberatore dei patriarchi, non lo è stato per un tempo passeggero, restando poi prigioniero della morte, ma lo è stato soprattutto di fronte alla morte, strappando a essa i padri della fede. E conclude: «Dio non è il Dio dei morti ma dei viventi, perché tutti vivono per lui.»

E allora perché uno che ha passato la vita a succhiare sangue alla povera gente, ad arricchirsi in modo iniquo, fu invitato a spalancare le porte di casa sua proprio a Dio? Cosa ci fa «il nostro» Dio in quella casa lì? «Siamo proprio una razza senza fantasia, e la nostra immobilità, immobilità nei giudizi e nella pastorale è una vera iattura…» (A. Casati) Succede infatti che l’uomo in ricerca, l’uomo che ha nostalgia di Dio e non si arrende a starsene lontano, l’uomo che dalla miseria dei suoi errori vuole rialzarsi trova una barriera di osservanti che può diventare invalicabile

Gesù è in cammino verso Gerusalemme, verso quella città dove porterà a compimento la sua missione morendo in croce e risorgendo. Attraversa la Galilea, la Samaria e la Giudea, regioni ostili.

Il primo atto di fede è riconoscere che l’uomo è debole, è lontano dalla perfezione e non può contare solo se stesso, sulla sua intelligenza e le sue intuizioni. L’uomo tuttavia non può durante la sua vita smettere di cercare, di pensare e anche di dubitare; deve farsi delle domande anche se a volte non trova risposte. Chi ha fede rimane sempre un cercatore.

Nel giudizio finale noi saremo giudicati sul nostro farsi o non farsi prossimo, sul nostro aver saputo essere solidali con chi è malato, o povero, o vittima dell’ingiustizia, se abbiamo saputo abbracciare la croce con loro.

La liturgia oggi ci presenta un modo di fare di Dio poco comprensibile per il modo di ragionare di noi uomini. Attraverso tre parabole, Gesù ci presenta un Dio che non guarda ai meriti dei suoi figli, ma alle loro necessità e sofferenze.

Ogni credente, ogni battezzato sa di essere mandato, di essere operaio per la messe del Signore. Anche oggi Gesù invita a non attardarsi, a non fermarsi, a inseguire l’obiettivo senza perdere tempo, ad andare con determinazione fino in fondo.

È una tentazione sempre attuale: difendere Gesù con i roghi, esportare valori e democrazia con la guerra o con il terrorismo. Ma Gesù «si voltò e li rimproverò. E si misero in cammino verso un altro villaggio.» (Lc. 9, 55 – 56).

Il Dio in tre persone ci parla del valore della relazione: Dio è relazione, è amore e quindi ha bisogno di uscire da sé, di incontrare altri, non di restare solo nel suo cielo magari per dimostrare la sua potenza. Questo Dio ci racconta da subito «il valore della differenza».

Sono convinto che tutti i credenti sono soggetti attivi e corresponsabili nella vita della, chiesa e del mondo perché hanno ricevuto lo Spirito santoLe nostre parrocchie si impegnano a diventare luoghi di culture e di lingue differenti che sanno ascoltarsi?