Oggi la Parola

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In questa terza domenica di avvento, leggendo i testi biblici che la liturgia ci offre, nascono in me alcune domande. C’è anzi tutto l’invito alla gioia, nelle parole del profeta Sofonia (3,14–18) e in quelle di Paolo (Fil 4,4–7): ma è possibile oggi la gioia?

Noi siamo abituati a vedere gli inizi dei grandi cambiamenti in fatti vistosi, in nomi famosi, dietro scenari appariscenti. E invece tutto comincia dalla scelta di un uomo di ritirarsi nel deserto. Un modo efficace per dirci che ogni cambiamento profondo, radicale, rivoluzionario è opera di Dio, e insieme nostra.

Comincia il tempo d’Avvento, che è tempo di attesa e insieme di speranza. Queste mie riflessioni nascono da impegno personale e da quanto matura nel gruppo del Vangelo attivo da anni nell’Unità pastorale di Rabbi.

L’evangelista Marco - non senza provocazione per noi che ci definiamo credenti - affida il completo svelamento dell’identità del Signore alle parole di un soldato pagano, il quale, seppur in mezzo al completo sarcasmo e disprezzo che circonda il luogo del Crocifisso, o magari proprio per questo, esclama: “Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!”.

Durante questo mese di novembre le troppe tragiche notizie che ci hanno raggiunti e la sofferenza di molte famiglie o di interi paesi messi in ginocchio dal maltempo hanno messo a dura prova la nostra capacità di alzare lo sguardo verso un orizzonte di speranza. Occorre accogliere la sfida con coraggio e con l’infinita pazienza del ricominciare.

La liturgia della Parola di questa domenica ci spiazza e ci invita tutti a ripartire, a ritornare alla freschezza di quella lieta notizia che inquieta e che ci spinge a una responsabilità a tutto tondo. Con la profondità e la verità di se stessa questa povera vedova insegna a riconoscere l’essenziale, a riconoscersi bisognosi e ad affidarsi totalmente a Dio.

Ancora una volta la liturgia della parola ci dona la possibilità di fare un vero e proprio “tuffo” nel profondo della nostra interiorità, passando dal pianto alla gioia, dal buio alla luce, per tornare a galla e respirare a pieni polmoni.

Impariamo il coraggio di avere più coraggio nell’osare la radicalità evangelica del «tra voi non è così…» rifiutando con determinazione la logica del potere, del dominio, della prevaricazione o delle sottili manovre di emarginazione. Non nelle buone intenzioni, ma nei gesti di ogni giorno.

Una delle pagine evangeliche più famose dove la grandezza di Gesù si scopre nella sua capacità di amare fino al punto di lasciar andare per la sua strada quel «tale» che troppo si era identificato con le sue ricchezze. Che cosa significa seguire Gesù morto e risorto nella nostra vita quotidiana?

Accogliere l’altro, ogni giorno, nella sua debolezza e costruire comunione nella fragilità delle relazioni umane possono diventare esempi concreti del nostro camminare verso Gerusalemme, ossia del nostro abbracciare la croce che rende visibile un amore oltre misura.

Guardare dentro noi stessi e verificare di non trovare motivo di intralcio sul cammino indicato da Gesù; un cammino continuamente da purificare e ravvivare. Un cammino dove incoraggiarci reciprocamente nella gioia e nella fiducia, sapendoci sempre peccatori perdonati.

L’abbandono fiducioso alla Parola del Signore e l’impegno faticoso di seguire il Signore nella logica capovolta secondo cui è davvero grande solo chi si mette all’ultimo posto, sono gli atteggiamenti che guidano il cammino del cristiano.

La domanda da Gesù diretta ai suoi discepoli “Ma voi chi dite che io sia?” (Mc 8,29) sembra “metterci con le spalle al muro” e provoca ognuno di noi almeno nel tentativo di trovarvi una personale risposta. Buono sarebbe donarsi il tempo necessario per sostare a questo appello. L'evangelista Marco ci sprona a comprendere chi Egli sia veramente non attraverso una conoscenza di tipo intellettuale; ma piuttosto passando dal nostro profondo, incrociando il nostro cuore con il suo.

Aperti alla Parola e dalla Parola siamo chiamati ad aprire nuove vie di comunicazione, di comunione, di speranza e di riconciliazione. Vita cristiana è vita aperta che si dischiude all’incontro con Dio e con quanti incontriamo sul nostro cammino.

È molto più semplice adeguarsi a un rito di purità piuttosto che chiamare per nome un vizio del nostro cuore e estirparlo. Occorre ritrovare l’unità tra rito e vita, tra esteriorità e fede, tra mani e cuore.

Il tema del mangiare insieme attraversa tutta la Scrittura e non è certamente un caso che Gesù scelga il simbolo del pane per raccontare i tratti del suo volto e di quelli di suo Padre. È davvero significativo che tutti i quattro evangelisti abbiano raccontato il miracolo della moltiplicazione dei pani.