Oggi la Parola

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Gesù è in cammino verso Gerusalemme, verso quella città dove porterà a compimento la sua missione morendo in croce e risorgendo. Attraversa la Galilea, la Samaria e la Giudea, regioni ostili.

Il primo atto di fede è riconoscere che l’uomo è debole, è lontano dalla perfezione e non può contare solo se stesso, sulla sua intelligenza e le sue intuizioni. L’uomo tuttavia non può durante la sua vita smettere di cercare, di pensare e anche di dubitare; deve farsi delle domande anche se a volte non trova risposte. Chi ha fede rimane sempre un cercatore.

Nel giudizio finale noi saremo giudicati sul nostro farsi o non farsi prossimo, sul nostro aver saputo essere solidali con chi è malato, o povero, o vittima dell’ingiustizia, se abbiamo saputo abbracciare la croce con loro.

La liturgia oggi ci presenta un modo di fare di Dio poco comprensibile per il modo di ragionare di noi uomini. Attraverso tre parabole, Gesù ci presenta un Dio che non guarda ai meriti dei suoi figli, ma alle loro necessità e sofferenze.

Ogni credente, ogni battezzato sa di essere mandato, di essere operaio per la messe del Signore. Anche oggi Gesù invita a non attardarsi, a non fermarsi, a inseguire l’obiettivo senza perdere tempo, ad andare con determinazione fino in fondo.

È una tentazione sempre attuale: difendere Gesù con i roghi, esportare valori e democrazia con la guerra o con il terrorismo. Ma Gesù «si voltò e li rimproverò. E si misero in cammino verso un altro villaggio.» (Lc. 9, 55 – 56).

Il Dio in tre persone ci parla del valore della relazione: Dio è relazione, è amore e quindi ha bisogno di uscire da sé, di incontrare altri, non di restare solo nel suo cielo magari per dimostrare la sua potenza. Questo Dio ci racconta da subito «il valore della differenza».

Sono convinto che tutti i credenti sono soggetti attivi e corresponsabili nella vita della, chiesa e del mondo perché hanno ricevuto lo Spirito santoLe nostre parrocchie si impegnano a diventare luoghi di culture e di lingue differenti che sanno ascoltarsi?

Ascoltare Gesù non significa prima di tutto obbedire, ma mettersi al suo seguito, dargli la propria adesione, non verbale, né di principio, ma di condotta e di vita, impegnandosi con lui senza riserve per il bene degli uomini.

Gesù inviterà Pietro a seguirlo solo alla fine del Vangelo, non all’inizio. Non basta l’entusiasmo iniziale, non basta neanche lo slancio del neofita per diventare discepoli: occorre passare attraverso l’ignominia, il disprezzo, la croce.

È ancora buio e silenzio quando le donne vanno al sepolcro, come per ricordarci che la Pasqua non sorge d’improvviso, ma affonda le sue radici nella notte del Sabato Santo.