Oggi la Parola
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Una parola per noi – Domenica 10 NOVEMBRE 2019 - TRENTadueSIMA DEL TEMPO ORDINARIO C vt

Le domande oziose sul “dopo”

Quindi Gesù afferma che Dio «è il Dio di Abramo,di Isacco e di Giacobbe» (Es. 3,6). Egli intendeva dire che se Dio è stato il liberatore dei patriarchi, non lo è stato per un tempo passeggero, restando poi prigioniero della morte, ma lo è stato soprattutto di fronte alla morte, strappando a essa i padri della fede. E conclude: «Dio non è il Dio dei morti ma dei viventi, perché tutti vivono per lui.»

Parole chiave: chiesa (6381)

 1 Re 17,10-16;

Sal 145;

Eb 9,24-28;

Mc 12,38-44

Sono convinto che l’amore che vivo nel presente non sarà distrutto, ma trasformato in una vita nuova? Credo che nulla del bene fatto e vissuto scomparirà con la morte?

Il tema che la liturgia propone oggi alla nostra riflessione è decisamente difficile, e per quanto venga approfondito, alla fine, resta sempre un bel punto di domanda. La prima lettura (2 Mac 7,1; 2,9 – 14) e il Vangelo (Lc 20,27 – 38) ci invitano, infatti, a riflettere sulla risurrezione, idea che si fa strada un poco alla volta nella Bibbia.

Ed è un’idea con implicazioni concrete, niente affatto astratta e lontana dalla vita reale: «credere nella risurrezione non ci rende timorosi e rassegnati, ma ci restituisce forza e coraggio per resistere al tiranno di turno», (A. Casati) che vuol essere adorato nei suoi pensieri e nelle sue decisioni e che vede sempre con sospetto chi ha una fede sincera, lontana dal pensare dei capi.

La fede vera nel Dio di Gesù Cristo toglie ogni pretesa di valori assoluti, perché unico assoluto è Dio. Morire per gli uomini di oggi è un insulto, una sconfitta intollerabile, un non-senso. L’orizzonte pare essersi fatto molto stretto: sulla terra l’uomo vive e realizza i suoi sogni, oltre questo suo mondo può esistere soltanto il nulla; immaginarsi una vita dopo la morte è semplicemente puerile. E nel gruppo di riflessione sul Vangelo che si ritrova nelle mie parrocchie, c’è stato chi, con una battuta, ha messo in evidenza la complessità di questa fede, ma anche il fatto che fidarsi delle parole di Gesù non è un assurdo: «Parlare agli uomini di risurrezione è come parlare di farfalle ai bruchi….» Nel corso dei secoli si sono immaginati molti modi diversi di rappresentare la vita dopo la morte. Talvolta si è pensato il paradiso come una specie di «paese delle meraviglie», che stava sopra le stelle. Altre volte si è molto insistito sulla «visione beatifica di Dio», sul contemplare Dio per sempre nella sua bellezza e completezza. Si è parlato e si parla con frequenza anche di «pace eterna», di una vita nuova dove ci si riposa dalle fatiche di questo mondo terreno. Oggi si è molto attenti a descrivere la risurrezione e la vita dopo la morte per evitare ingenuità controproducenti.

Sono importanti le parole che Gesù pronuncia nella risposta che dà ai Sadducei. Innanzitutto spiega che ogni realtà umana, quindi anche il matrimonio e la sessualità, hanno un grande valore per poter continuare la vita sulla terra, su di loro c’è la benedizione che Dio ha dato nella creazione (Gen. 1,28), ma sono realtà transitorie. A garantire la vita eterna è solo la potenza di Dio. Quindi Gesù afferma che Dio «è il Dio di Abramo,di Isacco e di Giacobbe» (Es. 3,6). Egli intendeva dire che se Dio è stato il liberatore dei patriarchi, non lo è stato per un tempo passeggero, restando poi prigioniero della morte, ma lo è stato soprattutto di fronte alla morte, strappando a essa i padri della fede. E conclude: «Dio non è il Dio dei morti ma dei viventi, perché tutti vivono per lui», già oggi e poi oltre la morte. Il vero problema non è quello di porsi domande oziose su «come» si risuscita e si vivrà dopo. Occorre piuttosto domandarsi «per chi e per che cosa vivo qui e ora». In altre parole le domande urgenti sono: «Sono capace di amare e accetto di essere amato?» Credere nella risurrezione significherà prima di tutto «credere all’amore»: l’amore vissuto da Gesù, che porterà noi tutti a vivere con lui la pienezza della vita.

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