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Una parola per noi – Domenica 24 novembre 2019 – Solennità di Cristo Re

Un re da burla

Gesù appare così come un re da burla, perché gli uomini sono abituati a ben altri re e ad altre manifestazioni della regalità! «Gesù non si serve della sua potenza regale per salvare se stesso, per sottrarsi al completo dono di sé, per costringere coloro che lo rifiutano ad ammettere il loro torto. Questa è l’originalità della sua regalità. Ma è anche il motivo per cui il mondo non lo comprende. Gli stessi discepoli, del resto, non sempre ne sanno cogliere il senso profondo e non raramente si sforzano di modificarla per renderla più convincente.» (B.Maggioni)

Parole chiave: Territorio (19852)

DOMANDE IN RIQUADR0

Cosa riescono a fare le nostre comunità per imitare Gesù, re che ama, che serve, che dona? Riusciamo a vivere «la debolezza» come spazio che risveglia la capacità degli altri e diventa «forza» per la «civiltà dell’amore»?

Nell’ultima domenica dell’anno liturgico celebriamo la festa di Cristo Re. Ma dobbiamo subito chiederci di che regalità si tratta, per evitare l’equivoco che questo titolo può far nascere. Quando infatti diciamo:«Sei come un re» intendiamo una vita agiata, segnata dalla ricchezza e dal potere. Ma tutta l’esistenza di Gesù è stata caratterizzata dall’amore, dal perdono, dal servizio, dalla ricerca di un’unione profonda con tutti gli uomini suoi fratelli. Alla fine della sua vita appare chiaro cosa volesse dire per lui essere re: stare , abbandonato sulla croce, con a fianco due malviventi condannati allo stesso supplizio (cfr. Lc 23,47) e continuare ad amare. La colpa di Gesù è stata quella di aver narrato con la sua vita il volto di un Dio che è il Padre che accoglie chi sbaglia e sa tornare sui suoi passi (cfr. Lc 15, 11-32), che ha reso Dio una buona notizia per tutti gli uomini; la sua colpa è stata non rispondere con l’odio all’odio che gli veniva scaricato addosso, aver avuto la forza di pronunciare parole inaudite: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno.» (Lc. 23,34) Ma niente viene compreso da chi assiste «allo spettacolo» lugubre della morte di quell’innocente.

Questo è il suo modo nuovo di essere re, diverso dalle attese dei discepoli, che sognavano il regno di Gesù in forma di realtà terrena e politica. Eppure, in un discorso che troviamo in Matteo (20,24-27) lascia intendere chiaramente che non potrà essere così: «I governanti delle nazioni dominano su di esse e i capi le opprimono. Tra voi non sarà così, ma chi vuole diventare grande tra voi, sarà vostro servitore e chi vuole essere il primo tra voi, sarà vostro schiavo.» Gesù per primo ha vissuto quanto ha detto. Per lui servire non voleva dire semplicemente essere caritatevoli, ma piuttosto liberare l’altro da ogni schiavitù, riconoscerne la dignità e rispettarne le differenze.

Gesù appare così come un re da burla, perché gli uomini sono abituati a ben altri re e ad altre manifestazioni della regalità! «Gesù non si serve della sua potenza regale per salvare se stesso, per sottrarsi al completo dono di sé, per costringere coloro che lo rifiutano ad ammettere il loro torto. Questa è l’originalità della sua regalità. Ma è anche il motivo per cui il mondo non lo comprende. Gli stessi discepoli, del resto, non sempre ne sanno cogliere il senso profondo e non raramente si sforzano di modificarla per renderla più convincente.» (B.Maggioni) Nemmeno sulla croce Gesù ha voluto esaudire la richiesta-provocazione dei capi del popolo, dei soldati e di uno dei malfattori che volevano dimostrasse la sua potenza: «Salva te stesso». Per gli uomini è questa la logica vincente, ma Gesù l’ha respinta in tutta la sua vita. Se noi leggiamo con attenzione il Vangelo, ci accorgiamo che la scelta di amore di Gesù non è stata inutile. C’è stato infatti chi, proprio sulla croce, s’è accorto di questa novità difficile da accogliere: «Non ha fatto nulla di male!» E’ il grido di un condannato che si è arreso al volto dell’amore e della misericordia. E può essere l’invocazione di chi sa che solo «la misericordia accolta nei nostri cuori cambia la nostra vita» in modo radicale, perché arriva a toccare le nostre tasche e il nostro portafoglio. Non l’idolo del denaro e del potere riuscirà a far crescere il senso di umanità e solidarietà, non il chiudersi in se stessi, condannando chi fa fatica a vivere potrà aprire orizzonti nuovi alla nostra società, ma solo la conversione a chi ha fatto di se stesso un dono per tutti.

Un re da burla
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