Oltre i confini

stampa

Ci troviamo a combattere un virus che non rappresenta solo un grave problema sanitario, ma una notevole sfida sul piano economico e sulla sopravvivenza dei nostri valori democratici. Dovremmo tutti mobilitarci, come avviene in queste settimane sul piano sanitario, affinché il futuro del mondo non sia peggiore del presente.

C’è una grande vittima di COVID-19: la politica. O meglio, l’assenza di leader mondiali all’altezza di questa drammatica sfida. Ad uscirne meglio è proprio il nostro paese, che malgrado la novità della situazione da affrontare e le gravissime difficoltà finanziarie con cui è costretto a confrontarsi, è finora riuscito a fronteggiare una crisi di inaspettate dimensioni.

Il “Sultano” turco ha favorito il passaggio dei rifugiati verso la Grecia per “forzare” sull’Unione europea e riproporre l’incubo della rotta balcanica del 2015

““Cosa sarebbe lo spazio europeo se non ci fosse l’Unione Europea?”. Con questo interrogativo retorico il presidente del Parlamento europeo, David Sassoli, ha voluto sottolineare l’impegno della nuova Fondazione Megalizzi a diffondere, e difendere, questo grande progetto di comunità di popoli nato nel dopoguerra.

Per la Palestina il presidente americano affronta i problemi con superficialità e ignoranza della posta in gioco.

Un clima di grandissima ambiguità intorno alla Libia. Dopo lo sciagurato intervento nel 2011 degli europei, con in testa Francia e Inghilterra, sostenuti dagli Stati Uniti, per abbattere il regime di Gheddafi si era cercato di pacificare il paese attraverso le Nazioni Unite che avevano sostenuto la candidatura di Serraj a nuovo primo ministro di Tripoli. tract.

Nel cesto di natale confezionato dalla Presidente Ursula von der Leyen si trova davvero di tutto, da un più autorevole ruolo dell’UE nei grandi affari del mondo (un’Unione geopolitica) alla volontà di diventare modello di riferimento verso emissioni di gas serra zero entro il 2050.

Dal primo gennaio la Croazia alla guida del Consiglio della UE. E un segnale di fiducia per gli altri Paesi dei Balcani ai quali guardano però anche Russia, Cina e Turchia. E l’Italia che fa?

Luce verde da parte del Parlamento europeo. La nuova Commissione ha finalmente ottenuto la fiducia per cominciare a “governare” l’Unione europea dal primo dicembre. E’ difficile ricordare tempi così deprimenti e complicati, sul piano politico-istituzionale europeo, all’avvio di una nuova legislatura.

Prevale il senso di chiusura e di rifiuto della cooperazione fra gli stati e fra le stesse popolazioni.

Questa lunga vicenda mostra le difficoltà per chi vuol uscire dall’Unione. Conferma la debolezza dello strumento referendario e mette a rischio il modello di integrazione europea

Una “semplice” operazione di pulizia etnica sta trasformandosi in conflitto aperto. Di fronte a questo caos e all’imprevedibilità degli sviluppi militari si possono già trarre alcune amare riflessioni.

Forse l’Italia è sulla strada per ritornare ad essere un paese “normale” all’interno dell’Unione europea. Basta strappi verbali con Bruxelles, minacce di uscire dall’Euro o insulti nei confronti della nuova Presidente della Commissione, Ursula von der Leyen. Quest’ultima ha addirittura attribuito a Paolo Gentiloni, la cui candidatura è arrivata in zona Cesarini, la carica di commissario per l’economia. E’ una grande sorpresa che questo compito, prima detenuto dal francese Pierre Moscovici noto per i messaggi severi e preoccupati nei confronti delle temute violazioni del nostro paese alla convergenza economica, vada ora proprio ad un italiano. Certo, i Paesi rigoristi del nord e del centro Europa hanno visto questo coraggioso passo come una sfida alle loro politiche di austerità. Ciò rende ancora più difficile il compito di Paolo Gentiloni che come commissario dovrà rappresentare l’intera Unione e non solo il nostro Paese. Dovrà, in altre parole, vegliare sul rispetto delle regole da parte di tutti i membri dell’UE e fare in modo che l’Italia non sia l’unico Paese deviante dalla linea comune.

Se potesse gettare uno sguardo sull’Unione europea di oggi, Alcide De Gasperi non ne trarrebbe una grande, bella impressione. Nel 65esimo anniversario dalla sua scomparsa, in queste mese a lui dedicato dalla Fondazione trentina, il grande europeista e padre fondatore dell’Unione non troverebbe traccia di un sincero spirito di solidarietà fra gli stati membri, sentimento che era stato alla base del grande disegno di pacificazione all’inizio degli anni ’50.

Qualche giorno fa Papa Francesco ha ricordato la sua visita all’isola di Lampedusa nella quale denunciò “la globalizzazione dell’indifferenza” dal molo dei migranti. Sono passati già sei anni da quell’atto di pietà e ancora sembra di essere nel pieno dell’emergenza, anche se gli sbarchi sono drasticamente diminuiti. Il tema dell’immigrazione è ancora al primo posto nelle priorità del nostro governo. C’è da chiedersi per quale motivo, al di là degli aspetti elettoralistici, i progressi in materia siano stati così scarsi.