Oltre i confini
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Il Piano di Trump, un grande spot

Per la Palestina il presidente americano affronta i problemi con superficialità e ignoranza della posta in gioco.

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Per la Palestina il presidente americano affronta i problemi con superficialità e ignoranza della posta in gioco]

Come il classico elefante in un negozio di cristalli. E’ questa l’impressione che si trae nell’esaminare sia dal punto di vista del metodo che della sostanza il Piano di Pace di Donald Trump per la Palestina. Il metodo, innanzitutto: Trump si presenta assieme al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu alla Casa Bianca per pubblicizzare al mondo la sua proposta. Già l’assenza del leader palestinese Abu Mazen lascia molto perplessi, ma quello che preoccupa di più è l’avere affidato il compito di redigere il piano al genero, Jared Kushner. Il quale potrà anche essere un genio, ma è un immobiliarista privo di qualsiasi esperienza su una delle questioni più ingarbugliate di questo mondo e, inoltre, è pure ebreo.

Ora se si vuole giocare il ruolo di grande “mediatore” fra palestinesi ed ebrei non si affida questo delicato ruolo ad una persona che può essere ritenuta parte in causa e, certamente, non ci si presenta alla stampa internazionale con il solo primo ministro israeliano. La cosa è talmente ovvia che nessun grande giornale, dal New York Times a Le Monde, ha pubblicato in prima pagina la notizia del Piano di pace, segno inequivocabile della scarsa credibilità del tutto.

Se poi guardiamo al contenuto “dell’accordo del secolo”, per riprendere le frasi enfatiche di Trump, le perplessità si moltiplicano drammaticamente. Il nodo centrale del conflitto che divide israeliani e palestinesi da oltre 70 anni è il futuro di Gerusalemme, che viene contesa fra le due parti come capitale delle rispettive popolazioni. Trump sottolinea con forza che Gerusalemme rimane la capitale “indivisa” di Israele, salvo poi aggiungere che i palestinesi potranno insediare il centro del loro futuro stato nella periferia Est di Gerusalemme, ben al di là dell’attuale confine/muro che già oggi divide ebrei e palestinesi. Un compromesso molto distante dalle proposte del passato che tendevano a dividere la città in due parti con pari dignità di capitale. A peggiorare la situazione, il presidente americano ha anche dichiarato che Israele dovrà assicurare lo “status quo” nel cuore sacro di Gerusalemme, ove convivono le tre grandi religioni monoteiste. Anche se la gestione amministrativa del Muro del Pianto, la Spianata delle Moschee e il Santo Sepolcro sarà ancora una volta affidato al re di Giordania nella veste di parte terza, la sicurezza verrà assicurata da Israele grazie alla sua sovranità indiscussa anche su questi luoghi.

Unica concessione è quella di avere parlato per la prima volta di “futuro Stato palestinese”, espressione che Trump si rifiutava di usare. Ma questa parziale apertura, va ricordato, è stata accompagnata negli anni scorsi da mosse di segno contrario: chiusura dell’ufficio palestinese a Washington, soppressione degli aiuti bilaterali ai palestinesi, spostamento dell’Ambasciata americana a Gerusalemme e legittimazione degli insediamenti ebraici. Che credibilità hanno quindi le sue attuali dichiarazione? A rendere accettabile questo Piano non basteranno neppure il 50 miliardi di dollari messi sul piatto palestinese, sia perché spalmati su 10 anni sia perché messi a disposizione dall’Arabia Saudita, che pur messa al corrente da Kushner si è ben guardata dal fiatare sul metodo e sulla sostanza dell’intera proposta. Insomma, il Piano appare così sbilanciato da una sola parte che vi è da chiedersi per quale motivo Trump abbia deciso di buttarsi in questa avventura, dove hanno fallito i suoi predecessori, da Clinton ad Obama, con iniziative ben più equilibrate e meno dirompenti sul piano politico.

Lascia interdetti che uno dei problemi più gravi del Medio Oriente e uno dei conflitti più lunghi in assoluto, fonte di continue guerre nella regione e della nascita del terrorismo Mediorientale, vengano affrontati con questa superficialità e ignoranza sulla posta in gioco, i cui effetti non sono solo locali ma internazionali. Allora nasce davvero il sospetto che questo Piano sia stato utilizzato come un grande spot propagandistico. Da un parte, Donald Trump ormai lanciato verso il secondo mandato e desideroso di assicurarsi l’appoggio della potentissima lobby ebraica americana. Dall’altra, Benjamin Netanyahu accusato di corruzione ma desideroso di essere rieletto sulla base delle numerose concessioni a favore di Israele contenute nel Piano Trump.

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