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PROIEZIONI - La vis comica prevale sul discorso filmico

Le lunghe code per il pifferaio Zalone

A quattro anni esatti dall'uscita in sala del film Quo vado?, Checco Zalone con Tolo tolo batte il record di incassi nel primo giorno che già gli apparteneva con i due film precedenti. A Trento, a sette giorni dall'uscita in contemporanea in due sale cittadine, si fa ancora coda al botteghino.

Successo anche a Trento per “Tolo Tolo” sul delicato tema dell’immigrazione. Come nella “vecchia” commedia all'italiana, i vizi italici vengono messi alla berlina senza dare spazio all'approfondimento o a catarsi possibili

A quattro anni esatti dall'uscita in sala del film Quo vado?, Checco Zalone con Tolo tolo batte il record di incassi nel primo giorno che già gli apparteneva con i due film precedenti. A Trento, a sette giorni dall'uscita in contemporanea in due sale cittadine, si fa ancora coda al botteghino. Al di là dell'abilità di promozione attraverso un trailer che è esso stesso un film, legato solo tematicamente e stilisticamente al film, al di là delle polemiche che trailer e film hanno innescato, che cosa calamita le persone di tutta Italia al cinema?

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(fino a qui in prima pagina, segue alla 4)

Quali note riesce a tirare fuori dal suo strumento questo pifferaio di Bari, all'anagrafe Luca Medici, per trascinarsi dietro in questo modo travolgente spettatori di tutte le età?

Che cosa sa fare così bene Checco Zalone? Sa fare indubbiamente bene il verso a cantautori che rappresentano essi stessi un'icona italica popolare. Il trailer con la canzone Immigrato è quasi un programma estetico: Zalone si pone esplicitamente nella scia di Celentano (e musicalmente anche in quella di Toto Cutugno); Celentano che, come lui, nasce cantante e poi fa cinema e il regista di se stesso, e come lui ancora ha il talento dello showman che diventa anchorman, e come lui artisticamente sta in equilibrio instabile tra la denuncia sociale, lo sberleffo comico e il business.

Ma, rispetto a Celentano, cinematograficamente Checco Zalone con Tolo tolo si ricongiunge all'eredità della commedia all'italiana classica e al prototipo italico incarnato in particolare da Alberto Sordi: un concentrato di mediocrità e di difetti uniti a prosopopea e cialtronaggine senza redenzione. Per farlo, lasciato Gennaro Nunziante che lo ha diretto nei film precedenti, questa volta si è appoggiato a Paolo Virzì, a sua volta regista che si è ritagliato uno spazio autoriale nella commedia italiana. Poi però, nella scrittura, lo ha travalicato, tanto da assumere direttamente, per la prima volta, la regia di un film.

Nella nuova avventura Checco Zalone (che prende il nome dal termine pugliese per indicare un tamarro, corrispondente in qualche modo al nostrano bacàn da l'ua) si eclissa in Africa per sottrarsi agli esiti di una bancarotta che lascia nei guai il clan familiare che lo aveva finanziato. In Africa, l'impatto con la durezza della realtà fuori dal resort di extralusso, lo spoglierà progressivamente, insieme agli abiti griffati, delle false sicurezze 'bianche', delle aspirazioni megalomani, mettendo a nudo il falso concetto di sé e dei valori che lo animano. Sgonfiato (ma non ancora convinto), uomo in mezzo agli altri uomini, dovrà affrontare insieme agli africani il “viaggio della speranza” verso l'Italia. E lungo la strada avrà modo di combinarne ancora per mettere nei guai tutti...

Con capacità straordinarie Zalone incarna in modo convincente la propria maschera dentro un impianto filmico pirotecnico che passa dalla commedia, alla parodia, al musical, per chiudere con un gran-finale: un mix cartoon-live di disneyana memoria che associa l'eco musicale dello Zecchino d'oro alla retorica paternalista del Ventennio fascista e del colonialismo bianco, riproponendo ancora la chiave tematica del film.

Va detto, però, che la vis comica di origine cabarettistica prevale sulla coerenza filmica togliendo peso specifico al discorso tematico. Come nella “vecchia” commedia all'italiana, i vizi italici vengono messi alla berlina senza dare spazio all'approfondimento o a catarsi possibili. Si tipizza il peggio, lo si bolla, ma al tempo stesso lo si estende a tutto il Paese e alla fin fine lo si promuove.

Undici anni fa, presentando il personaggio Checco Zalone, Il Corriere scriveva: La sua visione dell’amore, della donna, della vita, del mondo, dell’universo è quanto non vorremmo mai vedere e nello stesso tempo è, in parte, ciò che abbiamo dentro e non abbiamo il coraggio di esprimere... Per questo ridiamo di gusto (…). In Tolo tolo questo discorso viene applicato in particolare al fascismo che ogni italiano si porterebbe dentro “come la candida”.

Ma questo, a la fin de la féra, è una denuncia che porta a una presa di distanza, oppure una generalizzazione impropria di identità, che uniforma al peggio, permette l'autoassoluzione e promuove il vizio in pregio?

Era il vizio della “vecchia” commedia all'italiana.

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