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Editoriale

La rozzezza di Trump e le reazioni a catena

Ogni volta il mondo si interroga se questa sia la tattica appropriata per affrontare i grandi problemi del nostro tempo: agire da “bounty killer” e poi proporre il calumet della pace. Ma oggi non siamo ai tempi del West americano: viviamo in un modo estremamente complesso, conflittuale e connesso. Fino ad ora il Presidente americano è stato particolarmente fortunato e l’irrimediabile non si è palesato.

Parole chiave: Territorio (20127)

Solita tattica. Mostrare il pugno di ferro e subito dopo offrire la mano aperta per un futuro di collaborazione. E’ quanto ha fatto Donald Trump, dopo avere dato l’ordine di uccidere il generale iraniano Qassem Soleimani ed atteso l’inevitabile reazione armata di Teheran.

Lo stesso comportamento è stato usato con il dittatore nord coreano Kim Jong-un, prima con la minaccia di distruggere il paese e subito dopo con l’apertura di negoziati. Ugualmente sul piano commerciale nei confronti della Cina con l’avvio di una durissima politica di dazi, seguita poi da un accordo di non procedere oltre certi limiti.

Ogni volta il mondo si interroga se questa sia la tattica appropriata per affrontare i grandi problemi del nostro tempo: agire da “bounty killer” e poi proporre il calumet della pace.

Ma oggi non siamo ai tempi del West americano: viviamo in un modo estremamente complesso, conflittuale e connesso ove le reazioni a decisioni non troppo ponderate rischiano di essere assai controproducenti.

Fino ad ora il Presidente americano è stato particolarmente fortunato e l’irrimediabile non si è palesato. Ma la chiusura ottimistica del suo ultimo discorso, dopo il bombardamento da parte iraniana delle basi americane in Irak, nasconde il profondo imbarazzo di fronte alle dure critiche mondiali che ha attirato la decisione di eliminare Soleimani: sperare quindi ora in un Iran “prospero e collaborativo”, dopo avere addirittura fatto balenare nel solito tweet la distruzione dei siti archeologici di quel paese, appare poco credibile se non assurdo.

Di fronte alla rozzezza di Trump, le dichiarazioni del ministro degli esteri iraniano Zarif, dopo il lancio di missili contro le basi Usa, sono un capolavoro di furbizia: “L’Iran ha condotto e concluso proporzionate misure di auto-difesa come previsto dall’art. 51 della carta delle Nazioni Unite”, come dire che l’Iran rispetta il diritto internazionale. Rispetto non dimostrato dal presidente americano, che eliminando Soleimani ha anche violato la sovranità di un paese, l’Irak, per di più alleato di Washington.

Non sappiamo davvero se la storia delle pessime relazioni fra Usa e Iran sia destinata a fermarsi qui. Quello che appare evidente è che le mosse americane, fino dai tempi della denuncia dell’accordo sulla limitazione della produzione nucleare con l’Iran, non hanno fatto altro che rendere ancora più incandescente la situazione in tutto il Medio Oriente.

Nello stesso tempo questo comportamento privo di sottigliezze, ove tutto è bianco o nero, amico o nemico, lascia di fatto un grande spazio ad altri attori internazionali.

Basti vedere l’abilità con cui si muove la Russia di Putin che riesce a dialogare con tutti, dai filo- americani come l’Arabia Saudita e Israele agli anti-americani come è appunto l’Iran o la Siria.

Senza per questo nascondere i contrasti, come è il caso con la Turchia ove interessi diversi finiscono poi per essere composti in un quadro comune: cosa che è avvenuta nei confronti del presidente siriano Assad, combattuto da Erdogan e sostenuto da Putin, ma che alla fine rimane al suo posto a fronte di concessioni territoriali a favore della Turchia, anche se a spese dei Curdi siriani.

Insomma il Medio Oriente è uno scacchiere estremamente complesso ove si scontrano interessi religiosi, economici (il petrolio) e nazionali. Siamo infatti da alcuni anni di fronte ad una strisciante guerra civile in quella regione ed ogni mossa è destinata a creare effetti a catena e non solo limitati all’area.

E’ ormai infatti evidente l’internazionalizzazione di quel conflitto, che si sta estendendo da tempo anche al Nord Africa ed in particolare alla Libia: affrontarlo con superficialità e senza una strategia complessiva rischia di portarci ad incidenti non più rimediabili. Nessuno nega la pericolosità di Soleimani, ma la sua eliminazione non rende più sicuro il Medio Oriente e neppure fa avvicinare di un passo la tanto invocata pace.

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