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L’editoriale

“Vedo che cosa posso fare...”

Ci lasciamo senza promesse e, soprattutto, senza lasciargli soldi. Ci scambiamo i numeri di telefono, mentre gli regalo un palliativo: Vedo cosa posso fare…”

Parole chiave: Territorio (19852)

Prime giornate uggiose a ricordarci l’inverno, il freddo, l’umido… Suona il campanello in canonica e, dall’altra parte del mondo ecclesiale, qualcuno chiede del parroco. Purtroppo non c’è e allora l’uomo sconosciuto mi incalza chiedendo chi sono… Ecco la domanda semplice, precisa e diretta. Cosa dico, che sono un amico del parroco, o il tutto fare della parrocchia o uno di passaggio? Non resta che la verità e al citofono rispondo: “Sono il diacono Alessandro”.

Qualche istante di silenzio carico di speranza. Per lui che, forse, intuisce in me la persona giusta a risolvere i suoi problemi. Per me che, forse, non ha bisogno di un semplice diacono per i suoi mestieri. E poi, proprio oggi: ho un sacco di cose da fare! Quasi tutte per la parrocchia, qualcosina in famiglia... comunque non ho tempo. Intanto che i miei pensieri fanno capolino al giusto tribunale della coscienza, all’apposito ufficio del “Non ho tempo”, ritorna gracchiante la voce della realtà: “Se mi può aprire, parlo con lei…”

Ecco il mondo dei poveri che viene in cerca. Chi è? cosa fa o cosa non fa più, l’uomo che vuole parlarmi? Affidabile o imbroglione? Soldi, alla fine di questo parliamo. Sentimenti contrastanti, che salgono dal cuore, il quale batte al ritmo del vangelo: “Io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare...”; “I poveri infatti li avete sempre con voi…”.

Chi sei povero? Uno presente nelle cifre impietose che, attraverso Caritas e Fondazione solidale, ci ricordano quanta disumanizzazione stia attraversando il nostro bel Trentino, quello con la Provincia Autonoma e il pieno di Associazioni?

Ascolto la sua storia o, forse, è solo la versione personalizzata della storia di un altro. Questo, seduto di fronte a me, non è un siriano o pachistano. Il problema non è il permesso di soggiorno o il ricongiungimento con i parenti già emigrati in Germania. Questo è uno di noi, ha perso il lavoro a 50 anni suonati, la moglie lavoricchia, ma c’è ancora il mutuo da finire di pagare, bollette e affini. Due figli, ne parla come fossero lontani, quasi al sicuro dalla tempesta che si è abbattuta sulla loro famiglia. Non sa come fare: ha provato a contattare strutture sul territorio, ma sono disponibili solo per brevi periodi ed a chiamata. Si sta attivando per vedere di lucrare qualcosa all’ente pubblico, ma sembra non rientri nei requisiti. Poi, come dice lui: “Non sono come quei negri che prendono soldi senza fare niente. Dovrebbero aiutare primi i trentini, gli italiani…” Capisco che è finito anche lui, ma forse di questi tempi è normale, a combattere nella “guerra santa dei pezzenti”.

Ci lasciamo senza promesse e, soprattutto, senza lasciargli soldi. Ci scambiamo i numeri di telefono, mentre gli regalo un palliativo: “Vedo cosa posso fare…”

Perché, quando la porta si chiude e sul tavolo rimane aperta Vita Trentina che annuncia le prossime iniziative della speciale Giornata dei poveri, un cristiano si domanda: “Ma cosa posso fare?”

Alessandro, fratello diacono

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