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La bicicletta rossa e i pedali della libertà

E’ una “storia di storie” quella del libro, di uomini e donne, di lavoro e vita,di amori e dolori, che completa il mosaico di “piccole storie”, (grandi ,in realtà) che Francescotti con le sue opere conduce, per far riscoprire l’anima vera di Trento, che non è solo essere “festival” o contenitore di “eventi” , ma sta nelle sue pieghe meno appariscenti: nella gente che tramanda il mestiere e l’esempio dei padri, nei quartieri che resistono alla speculazione e agli affitti esosi, in un Monte Bondone che riserva sorprese non solo turistiche…

Parole chiave: chiesa (6381)

Lo spunto

La bicicletta rossa è un’altra importante conferma di un tema che percorre l’insieme della produzione teatrale, poetica e narrativa del nostro autore: la libertà. Renzo Francescotti è sempre stato orgogliosamente un uomo libero. La libertà che è dentro di lui la ritroviamo in tutti i suoi scritti e negli spettacoli con il Gruppo Neruda. I suoi personaggi per la libertà gioiscono, lottano, soffrono, muoiono.

Lo vediamo anche in questo suo ultimo lavoro quando parla dei “Busaròi” (gli uomini e le donne che formano la piccola comunità che anima la “Busa della Fersena”) che si sentono parte di una piccola tribù di libertari. E’ la libertà che uno dei protagonisti, Valentino Stolfi, sogna quando pensa al Sol dell’Avvenir (che l’autore descrive nel suo “vero” sorgere, rosso all’alba, dietro alla Marzola) è la libertà che ha nel cuore anche il personaggio del falegname Grillo, quando il primo maggio, sfidando i divieti fascisti, chiude il negozio, si mette il vestito della festa e con un garofano rosso all’occhiello fa il giro delle osterie, puntualmente pestato dalle camice nere. Con questo libro Francescotti ha espresso il bisogno di parlare anche al presente. In una fase storica dove ritorna il vento oscuro dei nazionalismi, razzismi e neofascismi, la memoria è una lezione da far tesoro, perché al di là di ogni ideologia la comunità umana difenda e faccia trionfare sempre l’utopia della libertà.

Sandro Schmid

Ci sono almeno tre buone ragioni per leggere questo più recente libro di Renzo Francescotti, 19 racconti legati dal filo (dai raggi delle ruote verrebbe da dire) della bicicletta rossa di Valentino Stolfi che li percorre e dà loro unità di romanzo. Il primo è che consente un nuovo incontro con l’autore e con la sua visione del mondo (questo è il suo decimo romanzo pubblicato, senza contare la poesia, dialettale e in lingua). La seconda ragione è la splendida copertina del pittore Marco Berlanda, che ha lo studio in piazza Garzetti, vicino alle Androne, personaggio del tutto alieno dall’apparire e dal mostrarsi, ma capace di tratti espressivi davvero rari. La bicicletta rossa della sua copertina rimarrà a lungo negli occhi dei lettori, quasi icona del tempo e della storia che fuggono, ma che l’uomo può inseguire pedalando con energia sulle ruote dei suoi ideali.

La terza ragione è la prefazione di Sandro Schmid , per le consonanze umane che trasmette nei suoi ricordi anche familiari legati al piccolo mondo della “Busa” dove il libro è ambientato (il padre era tipografo nella stessa tipografia dove il protagonista, Valentino Stolfi , lavorava). Scolaro alle Sanzio negli anni del maestro Frisinghelli (si giocava ai “piti” nel cortile della scuola, parte del popolare e vitale quartiere di San Martino) Schmid è stato poi sindacalista con responsabilità nazionali, presidente dell’Anpi trentina, ora viaggiatore curioso di natura e uomini liberi. Come racconta di uomini liberi il libro. Il nucleo dei suoi personaggi è reale (Valentino Stolfi, il Grillo, i Tonezzer, i fabbri della Busa) altri sono ispirati dalla fantasia della storia.

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La Busa è quel raccolto quartiere dove il ponte di ferro unisce il Lungofersina alle Dame di Sion, dove ha sede il Liceo Galilei. La zona ha mantenuto il suo carattere schietto, grazie a restauri intelligenti, propiziati anche dall’ente pubblico ai tempi in cui era assessore il repubblicano Agrimi. Dalla Busa partono le salite che portano a Mesiano e al convento dei Francescani. Un caffè gestito con gentilezza accoglie chi sosta, posto che lungo il Fersina si incontrano tutte le generazioni: le mamme con i bimbi, i “morosi” che cercano una panchina, gli studenti che corrono con i prof di ginnastica e gli anziani che vogliono muovere un po’ le gambe e il cervello. E’ un angolo gradevole della città, ma un tempo era un centro artigianale pulsante, che sfruttava l’energia delle rogge derivate dal torrente e quella della centrale di Ponte Cornicchio, che nel 1890 fece di Trento la seconda città dell’impero asburgico (dopo Cracovia) illuminata dall’energia elettrica. I nonni ricordavano sempre questo primato cittadino, mentre i padri rimarcavano come alla Busa la presenza artigianale sostenesse il radicamento di un socialismo laborioso e orgoglioso, e poi una resistenza antifascista tenace, portata avanti da comunisti rigorosi che non avevano paura di testimoniarla, con coerenza senza violenza. E’ questa la storia che Francescotti narra nel suo libro attorno alla figura di Valentino Stolfi, il tipografo, che dipinse di rosso con le sue mani la bicicletta proprio perché non vi fossero equivoci sul colore dei suoi ideali. E’ una “storia di storie” quella del libro, di uomini e donne, di lavoro e vita,di amori e dolori, che completa il mosaico di “piccole storie”, (grandi ,in realtà) che Francescotti con le sue opere conduce, per far riscoprire l’anima vera di Trento, che non è solo essere “festival” o contenitore di “eventi” , ma sta nelle sue pieghe meno appariscenti: nella gente che tramanda il mestiere e l’esempio dei padri, nei quartieri che resistono alla speculazione e agli affitti esosi, in un Monte Bondone che riserva sorprese non solo turistiche… E’ un lavoro prezioso, non solo letterario, perché, come scrive Schmid, invita a riscoprire, e a vivere, una città più buona e solidale. Magari in sella ad una bicicletta rossa.

La bicicletta rossa e i pedali della libertà
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