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Ma l’Amazzonia siamo noi

L’Amazzonia siamo noi, e sono i popoli “antichi” dell’Europa a dover intervenire. Forse alcuni punti su cui soffermarsi possono rivelarsi utili.

Parole chiave: cultura (3117)

Le polemiche sul Sinodo in corso a Roma: affronta temi che sono anche di casa nostra

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Lo spunto

Ci sono anche molte polemiche sul Sinodo per l’Amazzonia che si è aperto in questi giorni. Ci sono a livello di un egoismo consumistico di base (ormai virus endemico nella nostra società) ma ci sono anche fra gli stessi teologi. L’impressione è che non manchino strumentalizzazioni dovute ai “distinguo” i che la presenza dei “due papi”consente. Personalmente il Papa effettivo e quello “emerito” mantengono rapporti più che corretti, ma per il semplice fatto di rappresentare un dualismo finiscono, loro malgrado, per prestare una sponda a chi vuole soffiare sul vento della discordia. Per il Sinodo l’impressione è che i baluardi del capitalismo finanziario da un lato (con la maschera di un presunto tradizionalismo) e quelli del pauperismo ad ogni costo dall’altro (così facile da tradursi in populismo) cerchino di delegittimare la figura pontificale e banalizzare il confronto sull’Amazzonia, facendolo quasi apparire (con tutta l’ammirazione per questa straordinaria ragazza) come un’iniziativa “alla Greta”. E con l’accusa di mitizzare le popolazioni amazzoniche, come fossero l’ improbabile “Buon Selvaggio” di Rosseau … il pretesto per abolire il celibato e ordinare le donne. Insomma, non c’è un po’ di confusione?

Chiara Corradini -Trento

Credo, cara signora, che non si debba aver paura di un po’ di confusione: ce n’è già tanta, e occorre superarla, nelle coscienze cristiane e nelle testimonianze civili. E poi va pur detto che questo Sinodo riguarda tutta l’universalità cattolica, non solo le popolazioni delle grandi foreste, perché “l’Amazzonia siamo noi” e l’emergenza da affrontare (la “casa che brucia”) è qui, prima che laggiù.

L’Amazzonia siamo noi, e sono i popoli “antichi” dell’Europa a dover intervenire. Forse alcuni punti su cui soffermarsi possono rivelarsi utili. Il vero problema, infatti, non è tanto “salvare” l’Amazzonia, o prendersi cura (“I care!”) di essa. Il problema è che il saccheggio dell’Amazzonia pone la sfida suprema che i popoli “scientifici”ed evoluti quali riteniamo di essere sono chiamati ad affrontare, per far sì che la tecnologia diventi uno strumento di pace, non una promozione di nuove guerre, sradicamenti, disagi psicologici, povertà per chi resta senza lavoro, distruzione della natura. Ecco alcune ipotesi di lavoro.

1. Non si tratta di seguire un’enciclica (la “Laudato Sì”) piuttosto che un’altra. La salvaguardia del creato è il senso di tutto il cristianesimo, dal pensiero dei teologi alle visioni dei mistici. E’ il cantico delle creature di san Francesco, è il dottor angelico di Tommaso, sono i conventi operosi dei Benedettini, ma anche la preghiera di dei piccoli fratelli bianchi, che fa fiorire il deserto.

2. Certo la terra, per sopravvivere, ha bisogno del polmone d’ossigeno dell’Amazzonia, ma salvare il creato e lodare il suo creatore sono il culmine dell’esperienza cristiana e coincidono in un’unica preghiera, in un unico impegno per cristiani e laici. E’ il primo comandamento: “Non avrai altro Dio fuori di me”, che vuol dire innanzitutto lodarlo e rispettarne il creato. L’Amazzonia, quindi, non è lontana, è “dentro” tutta la nostra storia. Cosa sono le grandi cattedrali della tradizione, se non un inno di lode al creatore?

3. Cosa può venire dall’Amazzonia? Gli uomini probi? Il superamento del celibato? Il sacerdozio femminile? Sono esperienze di relativo interesse, perché già “testate” dalle religioni ed anche da alcune Chiese cristiane. Più interessante forse è fermarsi a riflettere sul “prete cattolico”, sulla complessità della sua identità, basata su una doppia natura: e così come Cristo è divinità e umanità insieme, il prete è sacerdozio e pastoralità insieme. Come sacerdote, nella consacrazione, incarna il Cristo risorto nel pane e nel vino, come pastore cura il gregge e va in cerca della pecora smarrita.

Anche il prete è “dentro” la Storia, così come il cristianesimo è la redenzione incarnata nella storia. Per questo nella storia - e nelle speranze – cristiane, si danno ruoli e funzioni anche diversi: come nell’ortodossia, o nella chiesa cattolico -bizantina rumena (un’esperienza che andrebbe ben approfondita) ma anche nella chiesa anglicana, che ha lasciato il suo “imprinting” nel grande cardinale Newman, da pochi giorni santificato. Il celibato dà una totale libertà interiore e di missione al prete-pastore, ma impone grandi sacrifici umani. E’ un dono per le comunità, evita che sulla comunità ricadano gli errori e le manchevolezze personali, ma non sostituisce del tutto l’assenza di pastoralità. Se mancano i sacerdoti i “viri probati” sono una strada, non sono preti di serie B, ma tengono viva una comunità, anche nelle diaspore della modernità. E più di loro ancora la tengono viva le donne, con il loro carisma (vi sono vaste e positive esperienze anche nel Trentino, senza disturbare San Paolo, che nei suoi viaggi incontrava solitamente comunità animate proprio da donne). Per non dire di Maria che, senza voler “copiare” gli apostoli, è sempre stata considerata “superiore” a tutti gli apostoli.

4. Occorre forse “semplificare” la visione di questo Sinodo, affrontarlo con umiltà (le grandi speranze sono venute sempre dalle piccole comunità … Nazaret, l’Umbria di san Francesco, il curato d’Ars, pastore del paese più dimenticato di Francia).

5. L’Amazzonia siamo noi anche per ciò che riguarda certe “superstizioni”. Non ci sono popolazioni di “buoni selvaggi”, ma neppure di superiori cittadini tecnologici. Hanno le loro superstizioni, laggiù, si è anche sentito parlare di infanticidi … E allora? Una ragione in più per pensare e pregare insieme. Perché le superstizioni occidentali, in rete e spesso “di ritorno”, cosa sono? E con le vite da nascere e quelle già nate sui barconi cosa fa l’Occidente? E’ un Sinodo da accogliere con umiltà, pensando alla propria casa.

Ma l’Amazzonia siamo noi
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