Una firma per il clima
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I Tuxá vivono in un perenne stato di sussistenza, costantemente preoccupati per l’ambiente. “Facciamo tutto il possibile per difendere l’ecosistema"

Anália Tuxá, la guerriera figlia delle acque

Ilha de Viuva, nello Stato brasiliano di Bahia. È stata sommersa dalla costruzione dell’impianto idroelettrico Itaparica e i Tuxá sono stati costretti a spostarsi in sei territori diversi: la maggior parte è confluita nelle città di Bahia, ma altri si sono stanziati negli stati di Alagoas, Pernambuco e Minas Gerais.

Parole chiave: clima (298)
Anália Tuxá a Cop24

“Un po’ di giorni fa, indossavo i miei abiti tradizionali e avevo il viso dipinto secondo gli usi della mia gente. Ero all’aeroporto Confins di Belo Horizonte, di ritorno da una cerimonia, e ho notato che un bambino mi guardava spaventato. Ma quando la madre gli ha sussurrato qualcosa all’orecchio, lo sguardo nei suoi occhi è cambiato: ora era pieno di meraviglia. Per caso, la mamma si è distratta e il piccolo mi si è avvicinato. Mi ha detto: La mamma mi ha detto che mangi le persone”. Non ho reagito in nessun modo, ero imbarazzata”.

È il resoconto di uno dei tanti tristi episodi - e pregiudizi - di cui è vittima Anália Tuxá insieme a tanti altri membri delle nazioni indigene sparse per il mondo. Leader dei Tuxá (“i figli delle acque”) e originaria di Minas Gerais nel Brasile, Anália ha partecipato a molti eventi qui alla Conferenza ONU sul Clima (COP24) di Katowice. Ha raccontato alcuni momenti della sua vita e sottolineato la necessità di proteggere le foreste del suo Paese. In memoria delle antiche terre della sua gente, la nativa si è commossa ricordando tempi che ormai sembrano perduti. “Il mio più bel ricordo risale a quando potevamo essere liberi sulla nostra isola”.

L’ “isola” è Ilha de Viuva, nello Stato brasiliano di Bahia. È stata sommersa dalla costruzione dell’impianto idroelettrico Itaparica e i Tuxá sono stati costretti a spostarsi in sei territori diversi: la maggior parte è confluita nelle città di Bahia, ma altri si sono stanziati negli stati di Alagoas, Pernambuco e Minas Gerais. Secondo i dati raccolti da Siasi/Sesai nel 2014, ci sono circa 1.700 individui Tuxá sparsi in diverse regioni del Brasile.

Guerriera e resistente sono parole che descrivono bene Anália, che è molto fiera di mantenere vive le tradizioni del suo popolo. “Siamo l’unico gruppo Tuxá che ancora parla la nostra lingua, mentre gli altri gruppi l’hanno abbandonata.” E aggiunge: “Abbiamo ancora la nostra spiritualità originaria, conserviamo i nostri metodi agricoli e il nostro modo di vivere nel territorio. Pratichiamo uno stile di vita sostenib

Se le si chiede della relazione tra indigeni e bianchi, Anália enfatizza il rapporto pacifico che esiste tra i due gruppi – sottolineando che tale convivenza si può basare solo sul rispetto. “Coesistiamo senza che questo danneggi nessuno. Alcuni indigeni sposano non-indigeni, ma il matrimonio non cancella certo la loro identità.”

Tuttavia, alcune questioni rimangono complicate. Le risorse dei loro villaggi sono minime e i Tuxá vivono in un perenne stato di sussistenza, costantemente preoccupati per l’ambiente. “Facciamo tutto il possibile per difendere l’ecosistema. Perché tutta la natura è sacra, per noi. Non puoi strappare un fiore o una pianta medicinale se non hai il permesso dei guardiani”, dice Anália. 

Con lo sguardo pieno di speranza, forza e determinazione, la leader indigena snocciola le ragioni della sua battaglia. “Il nostro territorio sacro, dove i nostri antenati sono sepolti, è ormai sott’acqua. I Tuxá sono stati costretti a concedere le loro terre perché il loro sfruttamento possa portare vantaggio economico a chi produce elettricità. Combatto perché lo Stato brasiliano ha un enorme debito nei confronti delle nazioni indigene che vivono dentro i suoi confini.” 

Giulia Requejo, Luchette Furtado e Roberta Pisani

(traduzione di Carlotta Zaccarelli)

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