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Levico – Sabato scorso il secondo incontro del progetto “Il bullo non è un fenomeno!”

“Sport e bullismo, il compito degli allenatori è importantissimo”

“Non è vero che lo sport fa bene in assoluto: dipende da come viene proposto”. È iniziato con questa riflessione, proposta da Lucia Castelli, psicopedagogista del Settore Giovanile dell'Atalanta e insegnante di educazione fisica, il secondo incontro del progetto “Il bullo non è un fenomeno!”, proposto dall'US Levico Terme all’interno del piano giovani di zona, che si è tenuto sabato mattina scorso nella palestra delle ex scuole.

Parole chiave: Territorio (18415), bullismo (35), scuola (2270), sport (2996)

“Non è vero che lo sport fa bene in assoluto: dipende da come viene proposto”. È iniziato con questa riflessione, proposta da Lucia Castelli, psicopedagogista del Settore Giovanile dell'Atalanta e insegnante di educazione fisica, il secondo incontro del progetto “Il bullo non è un fenomeno!”, proposto dall'US Levico Terme all’interno del piano giovani di zona, che si è tenuto sabato mattina scorso nella palestra delle ex scuole.

Mentre il primo aveva coinvolto, nella giornata di venerdì, 80 ragazzi di prima media, il sabato è stato dedicato in particolar modo ad allenatori e dirigenti di società sportive, insegnanti, animatori ed educatori che lavorano con i giovani.

Il bullismo è un fenomeno che riguarda il gruppo e che necessita di un triangolo, quello composto da vittima, bullo e gruppo. Il bullo, di fatto, attua un comportamento antisociale: “I bulli non sanno litigare”, come suggerisce il titolo di una recente pubblicazione di Daniele Novara e Luigi Regoliosi (BUR, Rizzoli, 2018).

Nel contesto sportivo, il bullo non si espone davanti all’allenatore, ma preferisce agire negli spogliatoi, nei cortili o nei pulmini. Ha sempre bisogno del gruppo per colpire chi, anche nello sport, risulta più “debole”: di solito colui che riesce meno bene degli altri, a cui vengono attribuite le cause della sconfitta.

Il fenomeno del bullismo non si manifesta nei bambini più piccoli; inizia di solito a partire dagli 8 anni. Il bullo, con la sua forte e distorta autostima, emula modelli negativi, e s’inserisce perfettamente in una società che esalta la competitività.

“Il compito degli allenatori è importantissimo: spesso non vi rendete conto che siete più ascoltati dei genitori e degli insegnanti dai ragazzi”, ha spiegato Lucia Castelli ai presenti.

Dopo la presentazione sul fenomeno del bullismo, Juan Mogni, docente di educazione fisica ed allenatore esperto in dinamiche relazionali, ha proposto dei giochi - gli stessi che fa fare ai bambini – per riflettere sul potere del gruppo e sul significato di “vincere assieme”. La squadra ha un ruolo enorme: può coalizzarsi ed attuare comportamenti antibullismo, impedendo al bullo di agire a mano libera.

Mogni ha sottolineato l’importanza dell’autonomia dei bambini nel gioco e la differenza tra l’apprendimento di uno sport e l’agonismo, che deve essere una scelta matura e consapevole fatta attorno ai 18 anni.

L’insegnamento più utile, per un bambino, è quello che gli fa imparare a perdere e ad incassare.

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