Social e giornali online polarizzano le posizioni

I canali social rilanciano i festeggiamenti e il sostegno dall’estero all’azione terroristica del 7 ottobre. Nella foto, una bandiera israeliana calpestata. Foto © Ansa-Sir

Già lo avevamo sperimentato nel febbraio dell’anno scorso, nelle ore seguenti all’invasione dell’Ucraina da parte delle truppe di Putin. Sui nostri telefonini, quel giorno, sono cominciate ad arrivare le immagini di guerra come mai le avevamo viste perché scattate non da fotografi professionisti, ma dagli stessi protagonisti: le famiglie a cercar rifugio nei sotterranei della metropolitana; i primi morti per strada, colpiti da missili lanciati sulle città; le facciate delle case sventrate; l’abbraccio tra la ragazza in lacrime e il fidanzato pronto a rispondere alla chiamata alle armi. Il 24 febbraio 2022 avevamo imparato che i social network ci avrebbero portato la guerra in casa con un coinvolgimento emotivo assolutamente inedito perché mai, prima d’ora, persone distanti migliaia di chilometri potevano affacciarsi al baratro della prima linea: la paura, gli scontri, la morte.

I canali Telegram – strumento, anche questo, per lo più sconosciuto al grande pubblico – si sono trasformati nella principale fonte di notizie. E nella più accurata forma di propaganda, da ambedue le parti. Al punto che la Commissione Europea, nella serata di martedì, ha intimato a Elon Musk di rimuovere da “X” (ovvero da Twitter) tutte le immagini false e le fake news pubblicate sul social network per alimentare lo scontro in Palestina. Ciò che sta succedendo in questi giorni in Israele conferma che proprio l’informazione “non mediata” dai giornalisti (quella che non passa dagli organi di informazione ma arriva, per le vie più strane, sui nostri telefonini) riesce a trasferire messaggi semplici e, anche per questo, molto forti. Negli occhi abbiamo tutti le immagini delle ragazze sequestrate dai terroristi di Hamas al raduno musicale che si teneva nel deserto del Negev, uno dei luoghi dove maggiormente si è concentrata la follia assassina dei gruppi di attacco partiti da Gaza.

Il numero impressionante delle vittime è troppo alto per essere compreso dalla nostra capacità di inquadrare le cose. Così come non riusciamo a capacitarci di fronte alla notizia dei quaranta bambini massacrati nel kibbutz di Kfar. I video, invece, hanno la forza di “portarci dentro”, ci danno l’idea di essere sul posto, di condividere in prima persona la disperazione di quella caccia all’uomo che – proprio perché documentata dalle immagini – porta ad una rottura anche nella storia dei conflitti medio-orientali, come scrive Paolo Giordano sul Corriere della Sera: “C’è una storia del conflitto israelo-palestinese che non finisce da settant’anni. Ma ce n’è anche un’altra che è iniziata sabato mattina. Le immagini delle ragazze e delle donne prese in ostaggio sono e resteranno il mio punto fermo di questa nuova storia. Un punto fermo che presto servirà per orientarsi”. E su Avvenire, Marina Corradi confessa il proprio sgomento per aver visto, proprio sui social, quello che è stato riservato alle donne: “Quella furia, quella voluttà di catturare il corpo delle donne, di portarselo via, esultando, atterrisce: perché ritrovi, sul tuo pc di ultima generazione, la primitività più bestiale degli uomini”.

Rimangono le foto sorridenti delle persone uccise o fatte ostaggio; rimangono i video che mostrano l’inferno. Documenti che rappresentano la colonna portante dell’informazione online: sono “giornalisticamente efficaci” perché sono capaci di trasmettere emozione e commozione, partecipazione emotiva e semplificazione di quadri estremamente complicati. I quotidiani online sono ormai una infinita scia di brevi video che ci danno l’illusione di riuscire a comprendere tutto. Gli stessi giornali cartacei (che dovrebbero offrire la possibilità di comprendere la complessità) sembrano seguire la stessa logica. Non è un caso che lunedì (due giorni dopo l’attacco) i due principali quotidiani italiani abbiano dedicato la loro prima pagina ai primi piani di giovani uccisi o presi in ostaggio: una dozzina di foto sotto la testata di Repubblica, addirittura 36 foto a riempire la prima pagina del Corriere. Le foto valgono più di un editoriale o di una spiegazione.

Anche in questo caso, purtroppo, social e giornali online producono quell’effetto “polarizzazione” che divide in parti contrapposte, tifosi dell’una e dell’altra parte. Diventa persino difficile spiegare che Hamas non rappresenta tutti i palestinesi, che gli israeliani non sono tutti integralisti ortodossi, che a Gaza ci sono anche cristiani e che a pagare il conto maggiore potrebbero essere le popolazioni della Cisgiordania. Nella semplificazione dell’informazione “usa e getta”, persino la parola pace rischia di essere fraintesa, perché il dialogo presuppone farsi carico di complessità storiche, politiche, geopolitiche e religiose che su Google sono a portata di clic, ma che è più facile ignorare.

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