Diritto ad avere un bambino o diritti del bambino?

Per Livia Turco, ex ministro PD, l’utero in affitto è “una pratica semplicemente abominevole…Dopo tante battaglie di civiltà, oggi il corpo della donna è ridotto alla più bieca forma di mercificazione e si chiede “Da quando esiste il diritto al figlio?”Per Paola Tavella “Maternità e genitorialità non sono un diritto. Sono un desiderio, un’aspirazione, un istinto ma non un diritto che ci porta oltre i limiti dell’umano. L’utero in affitto è una pratica disumana in cui la tecnoscienza si permette di fare cose mostruose senza alcuna remora.Io non giudico le singole storie, e nemmeno voglio fare moralismi, ma dobbiamo dire che la maternità surrogata è l’espressione di un capitalismo spietato, di un’ingiustizia clamorosa”.

M. Recalcati, con la sua autorevole esperienza di analista lacaniano, approfondisce: “Il desiderio della madre non può esser ridotto al ‘voler avere un figlio’; non è ricerca spasmodicamente attiva del figlio, ma la disposizione all’attesa. Mentre voler avere un figlio, magari a tutti i costi, allude ad un fantasma di appropriazione, desiderare un figlio si nutre già del primo atto dell’alterità del figlio. …Se c’è stato un tempo in cui il problema era quello di separare la sessualità dalla necessità della riproduzione contrastando un’ideologia repressiva che legava dogmaticamente l’una all’altra, oggi il problema  sembra essersi invertito: è possibile generare facendo a meno dell’esercizio della sessualità e, soprattutto, dell’incontro d’amore? Il nostro tempo infatti ritiene che la sessualità possa essere aggirata grazie al progresso delle scoperte scientifiche in materia di riproduzione. La maternità cosiddetta consapevole rischia di negare il fatto che il figlio non può mai essere l’emanazione  o la riproduzione dell’Uno, ma è sempre il frutto di Due. In molte donne  che hanno vissuto problematicamente la difficoltà di restare incinte, accade, in modo assai significativo, che solo quando smettono di ricercare ansiosamente il figlio può succedere  che lo concepiscono”.

“Il sequestro arbitrario del figlio come ‘proprio’ – prosegue Recalcati (“Le mani della madre”, Feltrinelli, p. 33) non definisce affatto la maternità, non riguarda il desiderio simbolico della madre, ma solo la sua declinazione patologica, la sua più terribile aberrazione”.

L’appello promosso dal movimento per le donne e in difesa dei diritti delle donne si esprime risolutamente contro la legalizzazione della maternità surrogata: “Oggi, per la prima volta nella storia, la maternità incontra la libertà. Si può scegliere di essere o non essere madri… I bambini non sono cose da vendere o da ‘donare’ Se vengono programmaticamente scissi dalla storia che li ha portati alla luce e che comunque è la loro, i bambini diventano merce. Siamo favorevoli al pieno riconoscimento dei diritti civili per lesbiche e gay, ma diciamo a tutti, anche agli eterosessuali: il desiderio di figli non può diventare  un diritto da affermare ad ogni costo. Ci appelliamo all’Europa. Nessun essere umano può esser ridotto a mezzo”.

Come piccola aggiunta personale: forse, accanto al paradosso di una gestazione senza madre e senza atto coniugale, ci troviamo di fronte al rovesciamento,  percepibile anche solo a livello popolare, dell’antico detto: mater semper certa, pater incertus che diventa pater certus et mater incerta. In qualche modo sconosciuta, suddivisa, indefinibile. Chi è la madre di questo bambino: la cognita o incognita dell’ovocito? La cognita o incognita della gestazione? La maschile o femminile che l’alleverà? Quella/o che l’adotterà?

Luciano Casolari, da medico e psicanalista, conferma la maternità surrogata: come “attività ad altissimo rischio per l’insorgenza di gravi patologie sia per la madre surrogato che per il bambino”.

Forse perché i presunti genitori potranno esser visti come aguzzini della madre surrogato? O perché il figlio si sentirà rifiutato dalla stessa  madre sia pur surrogato?

Probabilmente a questo punto Raf Volpe, presidente dell’Unione Battista, alzerebbe la sua voce: “Non abbiate timore dei diritti”. Infatti avere figli non è un diritto mentre avere genitori e conoscerli è un diritto.

Chiunque abbia vissuto un particolare percorso  professionale o di ministero pastorale mantiene  vivo in sé  il  grido di ogni figlio che non ha conosciuto un suo genitore. La ricerca si placa solo nel ritrovamento almeno della tomba della propria madre o dei motivi che l’hanno indotta a celarsi. Grande e divino è l’istinto di generare a propria immagine e somiglianza. Profonda la frustrazione di esserne impediti specie quando questa frustrazione si aggiunge a molte altre. Ma grande il dovere morale di riflettere sulla propria responsabilità.

Il pensiero dell’infelicità che possiamo trasmettere ad un figlio così artificialmente procurato sostenga nel non pretenderlo ad ogni costo e nell’accogliere la sofferenza, anche bruciante, del  proprio limite.

Domanda finale. Tutto ciò appartiene alla sfera della morale personale o impone al legislatore di intervenire?

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