Lettere da Iwo Jima

“Flags of our father” e “Lettere da Iwo Jima”, bellissimo campo e controcampo sull’insensatezza della guerra: una volta dalla parte degli americani, l’altra dalla parte dei giapponesi.
Come dire che da qualsiasi punto di vista la si guardi, la guerra è un’insensata, assurda, paradossale operazione di fanatismo, eroismo e patriottismo.
Clint Eastwood racconta la storia dell’isoletta del Pacifico Iwo Jima, conquistata dagli americani durante la Seconda Guerra. Un’isola infernale dove persero la vita 20 mila soldati nipponici e altrettanti soldati americani.
Se in “Flags of our father”, la foto della bandiera fatta e rifatta più volte raccontava il falso patriottismo ed eroismo strumentalizzato dai media a fini propagandistici, “Lettere da Iwo Jima” racconta invece come lo stesso patriottismo e fanatismo possa essere innescato per manipolare la realtà.
Non è vero che quell’isola è un punto strategico fondamentale, non è vero che dalla sua difesa dipende il destino del Giappone, tutto è già irrevocabile, il Giappone ha già perso. Vite umane sono mandate inutilmente al macello solo ed esclusivamente perché il sistema non si può fermare.
Da una parte viene tratteggiato il coraggio del generale giapponese Kuribayashi, disposto a sacrificarsi con onore per la patria e per gli ideali, e viene anche raccontato il fanatismo e la sottomissione dei soldati disposti a farsi saltare in aria con una bomba a mano solo per non disobbedire ad un ordine; dall’altra viene raccontato il tentativo di sopravvivere del povero soldato che ha promesso a sua figlia “il tuo papà tornerà a casa”.
Una commovente lezione di antimilitarismo, quella del soldatino giapponese, che ricorda altri anti eroi a noi vicini: gli indimenticabili Sordi e Gassman ne “La Grande guerra”.
Così l’eroismo del generale ci sembra sprecato nell’orrore infernale di quella tragedia assurda su quell’isoletta ancora più assurda, e seguiamo invece con il fiato sospeso le vicende del soldatino che un po’ di più ci rappresenta.
Laura Grimoldi

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